«Oh diamine! quel signor marchese ha detto così!...» interruppe Giovanni. «E voi, Massimo, che non gli avete fatto ancora una visita, dopo che siete a Milano!»

«Ne avevo tante per il capo! Ora ci andrò.»

«E bisognerà condurci anche Enrichetta: cosa ne dite, ingegnere?»

«Lasciate fare a me, combinerò io ogni cosa.

Domani, scommetto, me ne discorre lui per il primo, perchè sa che oggi si faceva il matrimonio, e che io passavo la serata in casa vostra.»

«Per cui il marchese avrà parlato anche del suocero!» disse Giovanni. «A quanto ne sento, dev’essere un omone quel marchese! Avevate fatto proprio male voi, Massimo, a non andarci finora! Quando si aspetta un impiego di tal fatta, quando si è in alto come lo siete voi, ci vuol tutto in proporzione, anche gli amici! Il quartierino, per esempio, che avete preso qui vicino al mio, vi pareva fin troppo grande, troppo di lusso. Andate là, andate là! dicevo io. E adesso, vedete un po! non so neanche se basterà. Cosa ne dite, ingegnere? vi pare che quel quartierino possa bastare, caso mai ci venisse in visita il marchese Renica, o qualche altro personaggio?...»

«Le carrozze! ci son le carrozze!» venne a dir la serva in tutta fretta, mettendosi a un tempo il velo in testa, per correr subito alla chiesa anch’essa, e vedere la padroncina a prender marito.

La signora che doveva accompagnare Enrichetta all’altare, e che fino a quel punto non aveva detto sillaba, colse quel momento, in cui anche lei diventava un personaggio d’importanza, per prendere la direzione degli ultimi preparativi. Fu lei che mise il velo bianco alla sposa; che si levò di dosso qua e là una dozzina di spilli per tenerle in riga un fiore, un nastro, una piega del vestito; che le diede gli avvertimenti necessari sul modo di scender di carrozza, e di inginocchiarsi all’altare, senza sconciar nulla. Anche gli altri in fretta si attillavano alla meglio, per far buona figura. Giovanni, tutto rosso in faccia, era alle prese con un guanto nuovo che gli si era piantato a metà della mano e non voleva più andar avanti. «Facciamo presto.... non facciamoci aspettare....» diceva di tanto in tanto per non tenersi tutta la responsabilità del ritardo.

Infine, la signora, com’ebbe data l’ultima lisciatura, e un’occhiata generale alla sposa, girandole intorno due o tre volte, e come s’ebbe acconciati anch’essa allo specchio, con la debita cura, i capelli, il cappellino e la mantiglia: «Noi siamo pronte,» disse con molta gravità; «andiamo.»

«Nessuno ha dimenticato niente?» domandò Giovanni.