Enrichetta s’avviò per la prima, la comitiva le andò dietro; scesero le scale e presero posto nelle due carrozze che aspettavano in corte.
I curiosi corsi in chiesa a veder gli sposi eran molti. C’era tutto il vicinato, i bottegai del quartiere, mezza la compagnia dei militi di cui era sergente il signor Giovanni. Il conoscer mezza Milano, era una delle cose a cui Giovanni teneva di più; e a questa mezza Milano egli non aveva fatto, da parecchi giorni, che parlare pomposamente, più che aveva potuto, del gran matrimonio della sua figliola, annunziando a tutti la sera in cui lo si sarebbe fatto.
Mentre si avviava all’altare, nel mezzo della lunga navata della chiesa, quegli occhi rivolti su lei, quel bisbiglio, quelle parole che da ogni parte le giungevano confusamente, diedero a Enrichetta una commozione nuova, improvvisa, e quel senso quasi di timore di chi muove il passo sur una strada che non conosce. Sentì, in quel momento, che le si affacciava come una vita nuova; sentì finita l’esistenza tranquilla, ignorata della fanciulla; si trovò in mezzo alla gente, osservata, giudicata. Non vide più nulla fuor che i ceri accesi dell’altare, e non ebbe che un’ansietà, quella di poter presto appoggiarsi al braccio del suo sposo.
Eppure, in quel bisbiglio, in quelle parole, non c’erano ancora i giudizi severi, inesorabili, senza appello e senza grazia, di cui c’è tanta abbondanza nel consorzio umano, e di cui tutti sono a un tempo dispensatori e vittime. In quel bisbiglio e in quelle parole non c’era che un’ammirazione unanime per la sposa; anche dello sposo i più dicevano che era un bell’uomo: i motteggi non mancavano, ma andavan tutti sulle spalle di quei della comitiva. Ed Enrichetta infatti era pur bella! Aveva un bel vestito di seta bianca; un velo bianco le scendeva dal capo e ravvolgeva, senza nasconderle, le forme snelle, eleganti della persona; i suoi capelli biondi, i suoi grand’occhi celesti, e quello stesso pallore maggior del solito, davano alle linee purissime del suo volto qualcosa di così quieto e soave, che in mezzo al buio della chiesa la potevano quasi far parere un angelo staccatosi dal quadro annerito d’un altare.
Ecco perchè tanto quei del vicinato, che i militi della compagnia del signor Giovanni, tutti di così difficile contentatura nell’argomento del bello, quella sera si dichiararono soddisfatti.
«Tutto è andato proprio bene, benissimo!» disse Giovanni nel rientrare in casa con la comitiva, e nel levarsi quel guanto che era stato fino a quel punto il solo ostacolo alla sua piena felicità. «Peccato che un matrimonio sia così subito fatto, e che una così bella cerimonia finisca così presto!» Allora non si faceva il matrimonio civile, e Giovanni non potè avere una consolazione di più. «Oh, ma cosa vedo io mai!» esclamò interrompendosi bruscamente. «Enrichetta, non hai messo al collo la bella croce a pietruzze che t’avevo fatto fare appositamente! Oh che peccato! ma sicuro! ma come mai....»
Enrichetta tirò da parte suo padre, e gli disse all’orecchio, con un accento dolce, tranquillo, e che voleva parere meno mesto delle parole: «Babbo, lo so! Vedi che cosa ho messo invece?... ho messo questo coricino dove c’è il ritratto della povera mamma.... La povera mamma me lo mise al collo prima di morire, dicendo che me lo tenessi sempre, perchè m’avrebbe fatto pensare a lei.... e mi avrebbe fatto indovinare, nei momenti seri della vita, i suoi consigli.... poichè essa non poteva darmeli più. M’ha detto che lo tenessi sempre, e che mi avrebbe portato fortuna....»
«Hai fatto bene!... hai fatto bene!» disse Giovanni asciugandosi una lacrima. «Se ci fosse la mia povera Carolina... come sarebbe contenta!...»
Ma intanto la sala si empiva di invitati, e da ogni parte era un domandare: «Dov’è la sposa? dov’è il signor Giovanni?»
E il signor Giovanni e la sposa dovettero troncare quel loro discorso, pigliare a prestito in fretta un po’ di faccia allegra, e correre a ricevere le congratulazioni e a far gli onori di casa.