Degli invitati ce n’era parecchi che, pigliando alla lettera quello che loro aveva detto Giovanni di venir senza cerimonie e in confidenza, non s’eran dati neppur l’incomodo di mutarsi i panni messi la mattina. Altri, pigliando una via di mezzo, s’eran rassettati un pochino e s’eran messi i guanti. E c’era finalmente anche di quelli che, a far vedere come si fanno le cose, eran venuti in giubba, guanti gialli e cravatta bianca. A questi Giovanni mostrava, con ogni sorta di attenzione, la propria riconoscenza. Anche alcuni militi, che per far onore al loro sergente, eran venuti in uniforme, avevano toccato il cuore di Giovanni, e s’eran trovati subito al medesimo livello di quei della giubba.
Mentre venivan gli invitati, ogni tavola e ogni tavolino della sala era stato coperto di vassoi ricolmi di confetti, paste dolci, torte, sorbetti, chicchere di zabaione, bicchieri, bottiglie di vino.
Giovanni, Massimo, l’ingegnere Mevio, aiutati da qualche altro tra i più volonterosi, cominciarono a servire tutta quella imbandigione, ora facendo coraggio agli invitati perchè si avvicinassero ai tavolini, ora portando in giro vassoi e porta-dolci. Mevio era dappertutto; chiamava, gridava: a tutti ne diceva una; faceva ridere o rideva lui per tutti. Giovanni, mostrando d’aversela a male se qualcuno non si serviva per quattro, aveva un gran da fare a raccomandare che soprattutto si lasciasse da parte l’etichetta.
E l’etichetta fu lasciata da parte prestissimo senza molla fatica. Mano mano che si vuotavan bottiglie e vassoi, lo schiamazzo andava crescendo, e non ebbe più ritegno quando Mevio, levata di tasca una cartolina, lesse un sonetto, come diceva lui, ossia quattro facce di strofette in versi, molto sciolti, quantunque rimati.
Mentre l’ingegnere declamava per la seconda volta il suo sonetto, la serva portò in sala un panierino e una lettera che venivano da Castelrenico, ed eran per l’avvocato Massimo. L’avvocato Massimo riuscì appena a prender la lettera, poichè sul cestello mise le mani Giovanni: «Un regalo!... un regalo per gli sposi!... apriamo.... vediamo!»
Mevio dovette raccorciare il sonetto e saltare alla chiusa, perchè i più s’eran già fatti in giro al panierino, e ognuno voleva dare una mano a Giovanni che si studiava d’aprirlo. L’avvocato Massimo, tiratosi in disparte, lesse la lettera che diceva così:
«Carissimo cugino,
«Avendo saputo che domani è il giorno del vostro matrimonio, tanto io che mia moglie vi mandiamo proprio col cuore le nostre felicitazioni. Non potendo venire in persona, c’è venuto in mente di mandarvi qualche piccola cosa per farvi festa anche noi alla meglio. Mia moglie si fa coraggio di far accettare alla vostra signora sposa un piccolo astuccio, che era tra gli oggetti che ho ereditato anch’io dallo zio, e che io le avevo regalato, ma che non è cosa adattata alla nostra condizione.
«Io, non avendo di meglio, vi mando due pernici. Non mi costano un soldo, ma valgon molto perchè me le ha regalate un mio amico cacciatore, che di solito non piglia mai niente.