«Scusatemi la confidenza, e accettatele di buon cuore. Non mi dovete neanche dir grazie. Volete che io mangi delle pernici? Queste, ho detto, devono proprio essere per l’avvocato il giorno del suo matrimonio.
«Siamo in casa un poco melanconici perchè in questi giorni il mio figliolo maggiore. Tonino, è partito per la Svizzera condotto da un mio amico, per imparare con perfezione il nostro mestiere. Dovrà star lontano un paio d’anni.
«Di salute però stiamo bene.
«Tanti rispetti alla vostra signora sposa. Io valgo poco, ma però in quel poco comandatemi sempre.
«Vostro affezionatissimo cugino
«Martino Della Valle.»
Giovanni intanto aveva aperto il panierino, l’aveva vuotato, e n’era rimasto alquanto deluso. Nell’astuccio c’eran due orecchini d’oro di filagrana, con una perluccia nel mezzo, e una catenina di Venezia antica a più giri da portare al collo. Nè la catenina nè gli orecchini piacquero ad alcuno. Giovanni e gli astanti non lo dissero, ma palesarono unanimi che non si regalano di queste cianfrusaglie a una sposa di riguardo. Tanto tanto, le due pernici parvero un poco più adatte alla circostanza. Enrichetta domandò allo sposo da chi veniva quel dono; e l’avvocato, che aveva messa la lettera in tasca, rispose un poco imbarazzato che lo mandava un tale del suo paese... un buon uomo... ma un poco originale!
«Un originale» ripeteron parecchi: «si capisce!»
«Questi campagnoli non conoscono le convenienze;» pensò tra sè Giovanni, e mise il panierino da parte. L’ingegnere Mevio ricominciò il suo sonetto, e pochi minuti dopo era ricominciato anche lo schiamazzo di prima.