Due giorni dopo le nozze, l’avvocato Massimo, per aver pace col socero, era andato a far visita al marchese Renica, e gli aveva annunziato il suo matrimonio. Il marchese, con l’aria un pochino di protezione, ma con molta dignità e galanteria, gli aveva detto che sarebbe lietissimo di conoscere anche la sposina. E Massimo, dopo qualche complimentuccio ingarbugliato, aveva finito col rispondere che si sarebbe fatto premura egli stesso di condurgli e presentargli sua moglie. Il marchese aveva sorriso leggermente, e non aveva risposto altro; ma il giorno dopo facendosi accompagnare dall’ingegnere Mevio, e con una cert’aria galante e conquistatrice che amava ripigliare di tanto in tanto, era andato a fare una breve visitina alla signora Enrichetta Della Valle.

È facile immaginarsi la desolazione del signor Giovanni quando seppe che il marchese Renica era passato dinanzi al suo uscio, era stato nel salottino di sua figlia, e se n’era andato proprio pochi momenti prima ch’egli tornasse a casa.

«Ma guardate che combinazione!» andò ripetendo Giovanni per tutto quel giorno. «Potevo essere a casa mezz’ora prima!... ma signor no! a cento passi dalla mia porta do il naso proprio in un forestiero!... mi ferma, e mi vien fuori con uno di que’ linguaggi che si direbbe, poveretti, che sono imbarazzati anche loro a capirli! Lo aiuto alla meglio a spiegarsi, e concludo che costui voleva andare in piazza del Duomo. Ho cercato io di insegnargli la strada... parlando chiaro e forte che quasi non avevo più polmoni... ma fu inutile! Son duri questi forestieri, duri! E ho proprio dovuto accompagnarlo io, in persona, fin là!»

Ma, pochi giorni dopo, un nuovo avvenimento metteva sossopra il nostro Giovanni ancora di più. Il marchese Renica aveva trovato che la signora Della Valle era bellissima, bella come le signore d’una volta, e come non ne vedeva da un pezzo; ragione quest’ultima per cui aveva anche smesso, come diceva lui, di far la corte alle signore moderne. Sua nuora, don Gilberto e qualch’altro della conversazione d’ogni sera, dopo aver fatto gli increduli, e dopo avere scherzato col marchese più giorni a proposito della sua ammirazione, cosa per lui tanto insolita, finirono con l’aver tutti una grande curiosità di conoscere anch’essi questa signora così bella, e trovata così di fresco.

Il marchese li pigliò tutti in parola, e col fare ringalluzzito, e come disponesse di cosa sua disse: «Ebbene, vi farò conoscere qui, in questa sala, e tra poche sere, la mia bella sposina!» Ne aveva infatti un’occasione vicina e favorevolissima, quella del suo onomastico. E detto fatto, il marchese incaricò l’ingegnere Mevio di invitare in suo nome l’avvocato Della Valle e sua moglie a prendere una tazza di thè, la sera di sant’Antonio.

Questo invito fu un avvenimento non piccolo, come dicemmo, per Giovanni, il quale trovò modo di parlarne con gli amici, col vicinato, e in quartiere coi superiori e cogli inferiori, senza omettere l’incontro con quel tal forestiero che gli aveva fatto perdere la mezz’ora. E concludeva col dire: «Già era tutt’uno, perchè se non m’imbatteva col forestiero, mi sarei imbattuto poi col marchese, il quale, dopo avermi conosciuto, avrebbe voluto per forza tirarmi a casa sua.... Figuratevi! fare delle nuove conoscenze alla mia età!... Oh, quanto ai miei sposi è un altro par di maniche! È il loro tempo!... Ma, come dicevo, posso ringraziare quel forestiero, perchè se rientro in casa cinque minuti prima, ci sono!... L’ho schivata bella!... l’ho schivata bella!...» E il suo vicino di casa, Ambrogio, cercava di persuaderlo che non sarebbe stato poi un gran male.

Venuto il giorno di sant’Antonio, alle ore nove della sera, l’avvocato Massimo e sua moglie, condotti dall’ingegnere Mevio, facevano il loro ingresso solenne in casa del marchese Renica, preceduti, seguìti, osservati da capo a piedi da altri signori e signore che mano mano andavano affollando la sala. Il marchese Renica che di solito era piuttosto brusco e altiero, ma che teneva in serbo per le occasioni quella cortesia che si chiama d’altri tempi quand’è perfetta, accolse l’avvocato e sua moglie come accoglieva tutti quella sera, senza differenza per alcuno, con ogni sorta di belle maniere e di parole gentili. Il marchese presentò la signora Della Valle a sua nuora, la marchesa Giulia, la quale fu cortese anch’essa, ma col fare un tantino di protezione e di curiosità; un fare un po’ più moderno.

Sulle prime, la soggezione che in loro mettevano i padroni di casa e tutte quelle facce nuove che si vedevano in giro, gli addobbi ricchissimi della sala, le lumiere, le livree dei servitori, e fin Mevio che non era più quel giovialone di tutti i giorni, diedero a Massimo e all’Enrichetta un grande imbarazzo e un improvviso desiderio di trovarsi lontani di lì. Ma poi, a poco a poco, finirono anch’essi col trovare la loro nicchia.

L’avvocato Massimo, che s’era tirato adagio adagio nel vano d’una finestra, ci trovò il consigliere Rocca, che in Castelrenico non aveva mai potuto digerire, ma che qui gli parve uno zucchero; e con lui avviò un lungo discorso sui diritti ipotecari, che avevan poco che fare con la festa di sant’Antonio, ma che erano in quel punto un porto di salute.

Enrichetta si trovò seduta vicino a una vecchia signora, di maniere gentili, con la quale cominciò a ricambiare qualche parola. Qualche parola di tanto in tanto veniva a dirgliela con galanteria il marchese Renica, cercando d’esser veduto e sentito soprattutto da don Gilberto; e frattanto le aveva presentati i suoi due figli, Giorgio, marito della marchesa Giulia ed Emanuele, elegante uffizialetto di cavalleria; poi, qualcuno dei suoi amici che aveva veduto avvicinarsi con curiosità.