Don Gilberto, per una vecchia abitudine di mettersi in concorrenza col suo amico il marchese Antonio, e per poter dare il suo giudizio sulla signora Della Valle, giudizio ch’egli riteneva il più autorevole di tutti e il solo decisivo, discorse a più riprese con Enrichetta, ora con l’aria di farle la corte parlandole piano del bel tempo, ora con l’aria di chi si ridesse un pochino di lei a seconda di chi lo osservava.
Enrichetta, che non sapeva di subire in quella sera il suo esame d’ammissione, rispondeva a tutti col fare semplice che le era abituale, col suo bel sorriso pieno di grazia e di modestia, e con nessuna di quelle parole pigliate a prestito che danno così facilmente in una stonatura. Il risultato dell’esame fu dunque buono, e anche don Gilberto finì col conchiudere tra sè con un «non c’è male.»
L’esame fu sospeso da un pezzo a quattro mani sul pianoforte che fece finire a un tratto le conversazioni, e obbligò a trovarsi un posto in qualche modo e in qualche cantuccio anche tutti quelli che fino allora eran andati girellando per la sala discorrendo qua e là. Dopo il primo pezzo, ce ne fu un secondo, poi un terzo; e fecero le loro prove una signora, un maestro, e un pianista che si degnava prodursi, per eccezione, anche in quella semplice riunione di famiglia. Un dilettante, che dilettava poco, cantò una romanza francese; alla scarsa voce suppliva con la molta espressione, cioè guardando molto il soffitto, stralunando gli occhi, e tenendosi le due mani sul cuore per non lasciarselo scappare. Ogni pezzo finiva tra i soliti benissimo e bravissimo, che ognuno proferiva con un fare convinto e con una smorfia che desse al vicino un concetto non piccolo della propria intelligenza musicale. La marchesa Giulia prima di ammirare voleva sapere il nome dell’autore, per non cadere nel cattivo genere d’ammirare uno di quegli autori che possono essere ammirati da chicchessia. Quindi nel gruppo dov’era lei, e che era quello delle tre o quattro signore più eleganti, si ammiravano meno cose, ma per quelle poche c’era più calore e più disciplina.
Qualcuno, per far capire che aveva degli scaffali di musica in mente, pregava il maestro, ch’era un uomo compiacentissimo, di sonare sul cembalo il tale o tal altro pezzo che, per fortuna del maestro, non era necessario cercare in scaffali troppo polverosi. Fu pregato anche quel tale della romanza di cantar qualche altra cosa, ma il pover uomo stentava ancora a riavere il fiato e non ne poteva più. Qualcuno osservò che l’anima troppo sensibile e la troppa espressione che dava al canto lo facevan soffrire, e lo si lasciò tranquillo.
Il maestro a un tratto cominciò a sonare un valzer, che fu il segnale di una rivoluzione. Il marchese Antonio, che quella sera faceva tutto di vena, chiamò subito due servitori perchè accostassero al muro qualche mobile ch’era nel mezzo della sala, e si mise a far animo a tutti perchè facessero quattro salti. Qualche giovanetto di buona volontà, senza farselo dir due volte, trovata la compagna delle gioie o delle pene d’un valzer, s’era messo subito, prima ancora che tutti avessero fatto largo, a ballare con uno slancio degno di maggiore spazio. Dopo i giovanetti, e quando ci fu un poco più di posto, vennero quelli che ballano col fare serio e convinto, con le ciglia aggrottate e con l’attenzione di chi è alle prese o con un problema di matematica o con un brano difficile d’una lingua straniera. Poi quelli che aspettano un pezzo la battuta col piede levato, come il bracco che spia la selvaggina; quelli che si fan rossi in viso e scalmanati da far pietà, che faticano, soffrono, ma tengon duro fino alla fine. Vennero quindi i ballerini sentimentali e i ballerini eleganti, che fanno la loro comparsa non per regola ma per eccezione; e da ultimo qualche ballerino vecchio, di quei della guardia che muore ma non si arrende; e qualche signora un po’ in là con gli anni, di quelle che in teoria non ballano più, ma che in pratica ballano sempre.
Tutto insomma il personale danzante rispose all’appello del pianoforte, e poco mancò non ballassero anche il marchese Antonio e don Gilberto. La marchesa Giulia, intenta ora a far gli onori di casa, ora a fare un poco di conversazione con le amiche e con gli amici più intimi, non fece che qualche giro di danza, di tanto in tanto, conceduto ben inteso a qualcuno dei ballerini più eleganti, e della categoria di quelli che ballano per eccezione.
Enrichetta, guardata da principio con curiosità e un poco alla lontana da quelli che la vedevano per la prima volta in quelle sale, poi invitata a ballare da qualcuno, bella, agile, gentile, s’era presto veduta all’ingiro una numerosa clientela di ballerini che se la rubavan tra loro.
Tra questi spiccava don Emanuele, l’uffizialetto, come uno dei più assidui e dei più prepotenti: cosa che don Gilberto si affrettò di far osservare al suo amico il marchese Antonio.
«Il nostro Emanuelino non è di cattivo gusto, eh!... Si direbbe che non gli dispiaccia del tutto quella donnina dell’avvocato di Castelrenico!... E non c’è che dire, la è un bel bocconcino davvero!»
Don Gilberto guardò in faccia al suo amico, aspettandosi una smorfia non bella; ma il marchese Antonio invece gli rispose con un certo sorrisetto di compiacenza, che gli era abituale ogni qual volta gli si parlava di suo figlio Emanuele.