«E fate conto di starci un pezzo a Milano?»

«Io?... eh, spero sbrigarmi in un paio di giorni.»

«E così spero di far anch’io. Affari non ne ho.... vado a salutare un parente che non ho veduto da un pezzo, e poi ritorno. Alloggerò alle Due Spade: ci venite anche voi?... Ah! ma voi forse andrete in casa di vostro cugino l’avvocato....»

«Se v’ho da dire la verità, non so neanche dove stia di casa.»

Con ciò Martino aveva detto proprio quello che al compagno premeva di sapere. E il compagno ne fu tanto contento, che vedendo in quel punto un’osteria fece fermare la vettura, e volle a ogni costo pagare il vin bianco.

Continuarono poi a discorrere fino a sera, ossia fino alle porte della città; ma siccome e l’uno e l’altro si guardaron bene dal dire il motivo di questa loro andata a Milano, così, per saperne qualcosa, dovremo metterci in tutt’altra compagnia. Là vedremo anche per qual ragione abbiam voluto far fare ai lettori un salto di due anni; vedremo cioè se le cose capitate in quei due anni ai nostri personaggi valessero la pena d’esser narrate alla distesa.

Innanzi tutto facciamo dunque una visita in casa del marchese Renica, dove troviamo press’a poco la solita gente e il solito tavolino di giuoco. Forse a don Gilberto quei due anni che eran passati avevan procurato un poco di gotta di più, e probabilmente era quella la ragione per cui non lo troviamo questa volta tra i quattro della partita; ma anche questa piccola diversità non ce l’avrebbe concessa nè lui, nè il suo coetaneo il padrone di casa. Al posto di don Gilberto quella sera stava seduto al tavolino di giuoco l’avvocato Massimo, in compagnia del consigliere Rocca, dell’ingegnere Mevio, e già s’intende, del marchese Renica. L’avvocato Massimo non aveva più quel fare impacciato che gli abbiamo veduto altre volte in casa del marchese; non si teneva più interito sulla sedia e sedutovi soltanto a metà: discorreva con disinvoltura, citava all’occorrenza qualche autore, e si capiva che aveva fatto divorzio dal sarto di Castelrenico.

Anche chi osservava sua moglie, Enrichetta, a una prima occhiata capiva subito che in casa Della Valle eran succeduti dei cambiamenti. Il suo contegno suppergiù era il medesimo; solo s’era fatto un po’ meno semplice e un po’ più elegante. La modestia c’era ancora, ma quel tantino d’impacciato non c’era più. Non c’era più neanche quel genere di vestir semplice, ma accompagnato da qualche arzigogolo, che svela con tanta indiscrezione il lavoro associato della sarta modesta e della committente industriosa. Il suo vestire era, per così dire, tutto d’uno stile, lo stile chiaro e lampante d’una sarta di primo ordine.

Enrichetta, la marchesa Giulia, e due altre signore facevano crocchio intorno a un tavolino da lavoro, e tra un punto e l’altro di ricamo facevan la solita rivista degli amici, cercandone i peccati per poterli compatire e assolvere. Nel crocchio c’era anche l’uffizialetto, don Emanuele, il quale, dopo l’ultima volta che l’abbiam veduto, aveva cambiato di guarnigione, ed essendo venuto vicino a Milano, a ogni tratto, di giorno o di notte, col permesso o no de’ superiori, foss’anche per un paio d’ore, lo si vedeva capitare. Il marchese Renica, che non era uomo da metter tutte queste corse, proprio dalla prima all’ultima, in conto dell’amor figliale, diceva qualche volta con don Gilberto: «Quel rompicollo ne sta pensando o ne sta facendo qualcuna delle sue!» e ci faceva dietro una risatina.

In quel punto il marchese, il quale non pensava a suo figlio ma al matto dei tarocchi, che non sapeva in che mani si fosse, faceva la faccia brusca e brontolava col compagno, l’ingegnere Mevio.