Il povero avvocato Massimo, invece di badare alle carte, aveva badato a due discorsi che gli venivano all’orecchio in una volta; quello dell’ingegnere che gli annunziava per il giorno dopo una visita del cugino legnaiolo, e quello che si faceva al tavolino delle signore, dove la marchesa Giulia annunziava anch’essa per il domani, una visita a Enrichetta per certi loro affarucci di lavori e di toeletta.
Noi intanto, traverso tutte queste chiacchiere, siam venuti a sapere qualcosa dei nostri personaggi. A Martino, in questi due anni, le faccende sono andate bene, a quanto pare; e così si direbbe anche dell’avvocato Massimo, a vederlo lui e sua moglie in casa Renica senza la soggezione e il fare impacciato d’una volta, ma con una certa familiarità, la quale voleva dire che si stava molto assieme, che non si faceva vita ritirata, e che in conclusione si spendevano dei quattrini.
Eran dunque diventati ricchi? Era capitato finalmente in quei due anni l’impiego? e proprio quell’impiego grande che ci voleva per accontentare casa Della Valle, e per farla da signori?
Non era capitato niente! Nei due anni in casa Della Valle non era capitato di nuovo che un bel bambino, il quale stava appunto per compiere i quattordici mesi. Novità che aveva avuto il suo pregio per gli sposi, ma che avendone un po’ meno per il lettore, serve anch’essa a giustificarci con lui se abbiam voluto fare il salto e risparmiargli qualche capitolo.
E intanto a menar vita così buona come si faceva? Ci aveva pensato quel tal Simone di Castelrenico, fatto venire l’anno prima a comperare l’unico poderuccio, e che ritornava adesso, come abbiam veduto, a comperare in gran secreto anche la casa, l’ultimo ben di Dio che rimaneva all’avvocato Massimo.
«Andate là!... andate là!» diceva Giovanni a suo genero, «questo non si chiama mangiarsi il fatto proprio, si chiama impiegarlo al cento per cento! Scusate, ma voi altri campagnoli certe cose non le potete capire!... ci vogliam noi! lasciate fare a me! lasciatevi dirigere da me!... Se volete pigliare i polli e l’oca che stan sull’albero della cuccagna, bisogna andar su, e su, e su! bisogna andar in alto! Insomma gli impieghi grossi se li piglia chi vive in alto, se avete capita la metafora. Guardate un poco cosa v’hanno risposto la prima volta col vostro andar là alla buona! Voi mi direte — ero avvocato! — Avvocato fin che volete, rispondo, ma avvocato di Castelrenico, che sarà un bel paese, ma in fin dei conti è un paese!... Che se prima vi facevate vedere cittadino anche voi, a braccetto coi primi signori e nelle prime società.... se aveste trovato il modo, per dirne un’altra, di farvi far cavaliere.... oh! allora sì che non si scherza! anche quel tal ministro avrebbe avuto un poco più di soggezione e vi avrebbe fatto tutt’altre offerte. Basta, quello che non s’è fatto allora bisogna farlo adesso. Voi non avete a far altro che il signore!.... Non abbiate paura di spendere!... Vendete quel poco che avete al sole, impiegate il fatto vostro in tante partite a’ tarocchi nelle prime società.... e vedrete! vedrete! Un bel giorno vi capiterà un impiego che vi pagherà di tutto. Non dico però che si deva aspettar l’impiego con la bocca aperta: piantate le vostre reti e il merlo passerà! Dico il merlo, per dire un qualche personaggio di quelli che con una parola fanno tutto!... è una metafora, capite?»
Che se poi l’avvocato Massimo qualche volta si mostrava poco persuaso, e pur lasciandosi un giorno dopo l’altro tirar dietro dal socero, dava di quando in quando in qualche atto di impazienza, allora Giovanni saltava su a dire: «Piano! piano! sono lì lì per trovarci il bandolo! Lasciate fare a me.... ci son quasi.... ho giù anch’io le mie reti, e se sapeste che reti!»
Prima di vedere anche noi quali fossero le reti del signor Giovanni, dobbiam dire che all’avvocato Massimo non era mancato di tanto in tanto qualche parere ben diverso da quelli del socero.
L’ingegnere Mevio aveva cominciato presto a crollare il capo su questo grande impiego che non veniva mai, e più d’una volta aveva detto a Massimo, col quale era in molta dimestichezza: «Badate che qualcuno non vi meni a bere! Piantar lì una professione, alla vostra età, per incominciarne un’altra, la mi pare una cattiva speculazione. S’è visto, è vero, qualche colpo di fortuna, ma un fiore non fa primavera! Cosa vi mancava in Castelrenico?... Nei vostri panni sapete cosa farei? Tornerei al mio paese intanto che ne sono in tempo!... tornerei al mio posto.... ai miei clienti come prima, e con una bella moglie per di più! Quanto alla gente e a Giovanni, lasciate che dicano! Non saran loro che vi tireranno dalle peste quando non sarete più in tempo di ritrarvene da voi! Una buona decisione in tempo, e la fortuna è ancora in mano vostra!»
Ma nel non sapersi decidere in tempo ci son cascati prima del nostro avvocato tanti uomini grandi, che possiam dir subito, vedendolo in così buona compagnia, che c’è cascato proprio anche lui. E non è che di tanto in tanto non gli venisse la tentazione contraria; ma or capitava una nuova speranza, e ora gliene mancava il coraggio dinanzi al come si fa? Come si fa a dire a Enrichetta: io ti toglierò per sempre dalla tua città nativa, dopo avertela io stesso fatta piacere di più, per chiuderti in un paesuccio fuor di mano, a menarci una vita ben modesta; la bella prospettiva che t’avevo messa dinanzi è sparita! Tu ti rassegnerai, lo so!... ma se ti verrà in mente che in fin dei conti t’ho ingannata, non saprai cosa rispondere! Come si fa a dire al socero: o staccatevi dalla vostra figlia, o seguitemi in quel paesuccio anche voi! Come si fa a dire in casa Renica, ai nuovi amici, ai nuovi parenti, e a tutti quei del mio paese: fatemi la baia, che l’impiego e le grandezze sono andate in fumo! non erano che spacconate!