Il coraggio di dire tutte queste cose se ne andava solo a pensarle, e allora Massimo riapriva per un momento ancora lo sportello a tutte le speranze e a tutte le illusioni di prima; accendeva un sigaro, andava a spasso, rideva con gli amici, si metteva un paio di guanti e andava a fare una visita. Ma poi nel gettar il sigaro, nel levare i guanti, nel tornarsene a casa, nel passeggiare per la stanza, gli tornavano da capo, a una a una, tutte le paure, compresa quella che il continuare a pagare tanti conti non fosse precisamente il miglior modo di impiegare al cento per cento il fatto proprio. Questi dubbi, questi contrasti, che cacciati e ricacciati non avevan fatto che tornare con maggior insistenza, davano ogni volta de’ gran malumori al povero Massimo; e il malumore, come fa l’umido col ferro, lascia sull’animo una ruggine che a poco a poco si distende, penetra, e corrode l’indole intera. Questa ruggine è fatale; entrata in una casa, dove tocca si propaga; ogni animo ne ha subito la superficie guasta, e per quanto buoni sien gli animi nel resto, la è finita! Tutto stride; le incastrature non combaciano più; e a ogni movimento da nulla, c’è sempre qualcosa che si spezza e salta via.
C’eran poi, come abbiam sentito, le reti del signor Giovanni, ma fino a quel punto non c’era entrato altro pesce che lui. Queste reti mettevan capo al signor Canziani, quell’impiegato in disponibilità che abbiam veduto la sera del tafferuglio, e che poi era diventato il più grande amico, anzi la stella polare, di Giovanni.
Che quel signore fosse uomo di talento, Giovanni l’aveva capito subito nell’udirlo applaudire alle sue massime quella sera, poco prima degli scappellotti. E che fosse poi anche la persona più compita di questo mondo, se n’era accorto qualche minuto dopo, quando quel signore aveva voluto tenergli compagnia fino a casa. Ma in seguito, avendo scoperte a una a una tutte le prerogative che la natura aveva date al suo nuovo amico, Giovanni fu preso da tanta ammirazione per lui da non far più un passo senza domandargliene parere, e da non ascoltarlo se non con la bocca aperta. «S’ha un bel dire,» ripeteva ad ogni tanto tra sè, «ma di questi uomini non ne nascono che all’ombra del nostro Duomo! Che là ci avesse da essere proprio un influsso?»
Il signor Canziani aveva confidato a Giovanni che nella società moderna, e coi nuovi Governi, il vero merito è messo in disparte, e qualche volta perseguitato. Allora Giovanni aveva capito subito perchè non si volesse dare a suo genero l’impiego; perchè fosse stato soppresso l’ufficio dove era impiegato il signor Canziani; e perchè al signor Canziani non avesser dato che mezza pensione. Una volta poi Giovanni avendo domandato, in un momento di malumore, se per avere a questo mondo il trionfo definitivo della giustizia, ci volesse caso mai uno sconvolgimento generale, il signor Canziani aveva risposto «che una tale necessità gli avrebbe fatto pochissima maraviglia!» Allora il nostro Giovanni s’era deciso su’ due piedi a cambiar principii. In pochi giorni si fece familiare con l’idea dello sconvolgimento generale; poi non fu più veduto comparire nel quartiere della guardia nazionale. Gli scappellotti di quella sera erano proprio stati il canto del cigno!
Il signor Canziani fece conoscere a Giovanni alcuni suoi amici che con lui passavano la sera, o giocando alle carte o facendo quattro chiacchiere in uno stanzino appartato d’una botteguccia di caffè. Questi tali o erano stati o erano tuttavia impiegati del Governo dal primo all’ultimo; ma bisogna dire che il denaro del Governo facesse loro ben cattivo pro, perchè tutti eran sempre di pessimo umore. Chi si lagnava d’essere stato messo in riposo, e dimostrava come le faccende pubbliche non potessero che andare alla peggio quando i migliori eran lasciati in disparte. Chi brontolava perchè doveva ancor servire, e non gli era concessa la meritata pensione. Chi declamava contro le leggi nuove che confondevan la testa agli impiegati vecchi. Uno ce l’aveva con quelli che stanno aggrappati come ostriche al loro ufficio, e non lasciano il passo a chi vien dopo. Un altro se la pigliava coi traslocamenti che mandan di botto un galantuomo a vivere dove non è stato mai. Insomma eran tutti fuori dei gangheri; e se il Governo li avesse pagati tutti per dir male di lui, non avrebbe mai speso così bene i suoi denari.
A veder gli altri a giocare e rifocillarsi, e a portare nella conversazione il proprio contingente di miserie, ma di miserie vere e di lamenti giusti, capitava anche qualche povero impiegatuccio, qualche rota minore del carro dello Stato; qualcuno di quei poveri rotini senz’unto e con le razze sconnesse che a ogni movimento cigolano e par che dicano: oh! perchè un così gran carro tiene così poveri ordigni!... non era maggior pietà farci pigliare la via dell’opifizio o del mulino dove anche noi saremmo parsi ruote men piccole, e dove il padrone avrebbe veduto anche noi?
La compagnia di tutta questa gente malcontenta, se aveva fatto fare qualche riflessione a Giovanni, non era stato già per distruggergli, o anche solo turbargli, l’ideale della vita dell’impiegato, ma per infervorarlo nell’idea dello sconvolgimento generale, che ormai gli pareva proprio il solo rimedio pratico e spicciativo per raddoppiare il soldo e i posti agli impiegati, per non traslocarli, per far diventar chiare le leggi, e tener allegri tutti quelli che oggi eran di malumore. Perchè Giovanni desiderava, è vero, innanzi tutto una buona nicchia per il suo Massimo, ma era troppo di buon cuore per non darsi pensiero anche della felicità di quelli che frequentavano lo stesso stanzino del caffè.
I quali frequentatori dello stanzino però, mentre non contraddicevano il signor Giovanni sulla necessità dello sconvolgimento generale, cercavano intanto, ciascuno per proprio conto, qualche piccolo sconvolgimento particolare che provvedesse per il momento ai loro interessi. Procuravano, per esempio, d’entrar nelle buone grazie d’un personaggio influente, o di qualcuno che accennasse di diventarlo; correvano a dire una parolina all’orecchio al direttore d’un giornale, o a lasciargli qualche lunghissimo scritto che questi poi non stampava, ma che lodava; correvano al circolo elettorale, facevano un deputato, e subito dopo un memoriale da dargli in mano. A furia di star con costoro, anche Giovanni aveva imparate queste nuove vie, e aveva finito per aver anche esso il suo circolo e il suo giornale dove bazzicava, i suoi uomini influenti che potevan diventar ministri; ai quali, in attesa dello sconvolgimento, consegnava di tanto in tanto i suoi memoriali per far noti i meriti e i desiderii dell’avvocato Massimo.
Di questi memoriali Giovanni aveva avviata una vera fabbrica e uno spaccio attivissimo. Ne aveva sempre un pacco in tasca, e a ogni tratto ne rinnovava la provvisione. Ogni qual volta scopriva un personaggio che facesse al caso suo, dopo aver trovato il verso di presentargliene uno in persona, trovava quello di fargliene avere una dozzina almeno da dodici provenienze diverse. E i memoriali poi finivano tutti, s’intende, a un modo solo; ricevuti con buonagrazia, facevano una prima stazione nella tasca di petto del soprabito, e una seconda nella paniera della carta lacerata.
Giovanni, lontanissimo dal supporre a quali sconvolgimenti erano destinati i suoi memoriali, ogni volta che trovava modo di spacciarne un nuovo pacco se ne tornava a casa tutto allegro, e, con una fregatina di mani e un sorriso pieno di malizia, diceva a Massimo e a Enrichetta: «Ho trovato un nuovo bandolo!... ho messo giù una nuova rete! una rete tale che se l’impiego ci scappa fuori anche questa volta, gliene faccio, per bacco, i miei complimenti!»