IX.

Fatti i contratti, sbrigata ogni faccenda, Martino si avviava il giorno dopo dall’avvocato Massimo, proprio come l’aveva annunziato l’ingegnere Mevio in casa Renica; e trovatoci il bandolo, domandava sommessamente al portinaio se il signor avvocato era in casa. Pochi minuti prima la marchesa Giulia, scesa dalla sua carrozza, era salita da Enrichetta. Il portinaio, che con gli occhiali sul naso e un cannello di gesso in mano, se ne stava al suo banco tutto intento a disegnare i dinanzi d’un paio di calzoni, lasciò ripetere due o tre volte la domanda al nuovo venuto, che capitava in così cattivo punto, e poi, dopo averlo guardato da capo a’ piedi, gli rispose secco che l’avvocato non c’era. Martino se ne andò, e temendo d’essere importuno non ritornò che sull’imbrunire. Questa volta il portinaio non era assorto nel disegno, ma teneva una scodella di minestra sulle ginocchia, e sebbene andasse riempiendo a ogni tratto la bocca con delle grandi cucchiaiate, si mostrava un poco più discorsivo di quello che era stato la mattina. Dopo aver detto che il signor Della Valle non c’era, soggiunse che una vettura di rimessa era venuta, mezz’ora prima, a prender l’avvocato e la signora, che pranzavano quel giorno in casa del marchese Renica, e che egli poi aveva l’ordine di lasciare il portone aperto fino a mezzanotte, perchè l’avvocato e la signora andavano quella sera al teatro della Scala.

Martino ringraziò il portinaio e se ne andò. Se ne andò di cattivo umore, senza sapere nè dove andare nè cosa fare, e pigliando le prime strade che gli capitavano. «E dire,» brontolava tra sè, nel mandare innanzi le gambe di mala voglia, «dire che m’ero fermato apposta quest’oggi per salutar l’avvocato!... La non mi poteva andar peggio!... Devo anche essere domani sera a ogni patto a Castelrenico.... così ci vuol pazienza!... E l’avrei veduto tanto volentieri l’avvocato! e tanto volentieri avrei voluto conoscere sua moglie!... Se poi mi veniva il destro, gli domandavo davvero perchè mai abbia venduto il podere a quello scortica-prossimo di Simone.... Che alle volte glielo avesse pagato bene?... Eh! ho sempre sentito dire che la volpe mangi le galline, ma che le paghi, mai!»

Di pensiero in pensiero, dopo aver girato per più di un’ora, e dopo essersi fatto coraggio a entrare in un caffè, a un tratto gli venne un’idea così prepotente che, detto fatto, le dovette obbedire senza neanche poterla mettere un poco in discussione. L’idea fu di andare al teatro della Scala che non aveva veduto mai, passarci la sera, veder lo spettacolo.... e, senza confessarselo ma avendolo in fondo al cuore, imbattersi, chi sa mai? nel cugino, e dargli così un saluto prima di ripartire.

Quando Martino entrò in platea lo spettacolo non era ancora incominciato, ma posti da sedere non ce ne erano più; fu ancora una fortuna se gli riuscì di trovarsi una nicchia per appoggiare, in piedi s’intende, le spalle al muro. Alzato il sipario, la sua attenzione fu subito tutta rivolta a studiare l’intelaiatura delle quinte e il macchinismo delle scene, cercando col rizzarsi sulle punte dei piedi e con l’allungare il collo, di indovinarne l’ossatura e il gioco. A questo modo il primo atto dell’opera non gli parve neanche lungo, e badò poco al caldo e agli spintoni. Calato, dopo l’atto, il sipario, il suo pensiero corse subito al cugino, e cominciò a guardar prima intorno a sè per cercarlo, poi su nei palchetti fin dove gli era dato vedere. A un tratto vide e riconobbe la marchesa Giulia in un palchetto di seconda fila, che aveva proprio di contro, e fece un atto involontario di riverirla, come quando la vedeva attraversare in carrozza la piazza di Castelrenico. Cominciò il secondo atto, ma egli, senza punto badare a quello che succedeva sulle scene, da quel momento non seppe più levar gli occhi da quel palchetto, ch’era il solo luogo dove avesse principiato, in mezzo a tanta gente, a veder qualcuno di conoscenza. Ma poco mancò non mandasse una esclamazione ad alta voce, quando a un tratto vide farsi innanzi e sedere presso la marchesa uno di fisonomia ben nota, uno che riconobbe subito, il cugino Massimo in persona; il quale, in quel punto, pareva dicesse qualcosa di complimentoso alla marchesa Giulia, e subito dopo qualcos’altro, ma con maggior familiarità, a una signora che era seduta di fronte alla marchesa.

Martino non ebbe più dubbi. «Son loro! son proprio loro!» disse tra sè. «Quella signora è la moglie dell’avvocato!» È inutile dire come da quel momento non rimanesse più un filo di speranza di farsi dar retta da Martino nè all’orchestra sonando in massa, nè ai cori cantando a gola spiegata, nè alla prima donna, nè al tenore, nè al basso, nè alle ballerine con la mimica, che tutti a modo loro dicevano pure delle cose interessantissime e alle volte strazianti.

«Dico la verità,» cominciò Martino a pensare tra sè, «nei panni dell’avvocato, giacchè prendevo moglie, avrei voluto prenderla, per così dire, un poco più ben piantata. Pare che non sia brutta, a vederla per di qui, ma domando io se quelle son donne! C’è da aver paura a parlare che il fiato le porti via! Adesso poi, veduta di fianco, poverina! com’è sottile.... un cinquanta centimetri in giro, e non di più!... E anche lei col vestito fatto a quel modo, che fino a un certo punto vien su, e poi, come gli venisse un pentimento, si ferma. Quando torno in Castelrenico voglio dire a mia moglie che d’ora in poi non le compero che tre quarti di vestito per volta, perchè in città si usa così! Ogni giorno se ne vede proprio una nuova!... E non hanno neanche la scusa dell’economia, perchè, caspita, che lusso!... Se ne hanno indosso della roba!... Bisogna però dire che l’avvocato, se non ha ancora ottenuto l’impiego, come dicono certi in Castelrenico, faccia egualmente dei bei guadagni in Milano, se manda la moglie attorno in compagnia della marchesa, con quel lusso!... L’ho sentito dire da altri io che nella città, a saper girare il denaro, con poco si fan quattrini a furia! Adesso capisco perchè l’avvocato ha venduto il podere! Eh sicuro! Chi sa che giro ha trovato per il suo denaro, e allora si può anche lasciarsi strozzare un poco da Simone. E io che quasi quasi cominciavo a pensar male... che pensavo quasi di trovar l’avvocato al verde!... Oh! cosa succede adesso? l’avvocato ha lasciato il posto a un altro. Che se ne fosse andato via?... Averlo veduto, e non averlo potuto salutare!... Dove sarà andato? Ma poi, sfido io, se anche volessi corrergli dietro, come faccio a uscire di qui?... e poi non saprei neanche dove andare. Chi sarà quel bell’uffiziale che è sempre rimasto lì, seduto vicino alla moglie.... io già le dico moglie perchè non può essere che così.... vicino alla moglie dell’avvocato?... Giacchè sono sul supporre, scommetterei che quell’uffiziale è un fratello della moglie.»

Martino che aveva veduto qualche volta in Castelrenico il secondo figliolo del marchese Antonio, quando era ancor ragazzo, ora così ingrandito, con l’uniforme, e a quella distanza, non l’aveva riconosciuto. «Sarà di guarnigione chi sa dove, sarà venuto a vedere i suoi parenti e avrà voluto accompagnare la sorella al teatro. Bravo figliolo! così mi piace! M’ha una cera simpatica.... e si capisce che alla sorella vuol bene davvero!... Com’è premuroso con lei!.... Quante chiacchierine le fa all’orecchio a ogni minuto!... A dire la verità, ha però l’aria più affettuosa lui che lei.... lei m’ha l’aria d’occuparsi più degli altri che del fratello.... sarà un giudizio temerario il mio! ma gli rivolge la parola un pochino di rado.... E sì che delle chiacchiere ne ha a bizzeffe, e per la marchesa e per quel signore che s’è messo al posto dell’avvocato!... Oh, ma guarda un poco! anche questo se ne va e lascia il posto a un nuovo, proprio come le figurine della lanterna magica. E anche questo è un amicone! strette di mano a furia, inchini, e gran chiacchiere anche con lui!... Deve avere in corpo una bella dose di vivacità la moglie dell’avvocato, se non mi sbaglio! Ha due occhietti che scintillano per dodici!... ha un colorito acceso.... insomma deve essere vispa come le salterelle!.... Però se l’avvocato l’ha pescata fuori, è segno che sarà una donnina a dovere, perchè l’avvocato non ha bisogno che nessuno gli insegni niente. A lasciar dir noi della campagna, quando si prende moglie, una moglie così la ci parrebbe poco adattata, ma in città è un altro par di maniche.»

Era finito il ballo ed era ricominciala l’opera. Martino, che non vedeva ricomparire l’avvocato, cominciava a sentire il caldo, e ad accorgersi d’esser su due piedi da quasi tre ore e pigiato da ogni parte.

«Se sapessi dove trovar l’avvocato, se mi riuscisse di salutarlo e poi d’andarmene, la sarebbe una gran bella cosa! Oh che caldo!... Sarà bellissimo tutto quello che fan là quei signori sulla scena, ma, dico il vero, non ne posso più. Il peggio è, che andarsene, è subito detto, ma in mezzo a tutta questa gente che s’impazienta se appena uno starnuta, anche l’andarsene dev’essere un affar serio. Ah, che caldo! Questo è proprio il divertimento che il diavolo dà, come diciam noi, ai suoi figlioli!.... Se il teatro della Scala è tutto qui.... Oh! guarda un poco! la marchesa si rizza in piedi.... sicuro! e anche la moglie dell’avvocato.... oh, ecco l’avvocato!... Cosa fanno? Si direbbe che vadan via.... vanno proprio via! vanno via tutti insieme!... questo è il momento buono, coraggio!... me ne vado anch’io.... chi sa che non mi riesca di salutar l’avvocato....»