Ma l’uscire, come l’aveva previsto, non fu un affare così facile. La platea era affollata; incominciava uno dei migliori pezzi dell’opera, e tutti si accalcavano per farsi innanzi. Più d’una volta, dopo aver fatto un passo verso la porta d’uscita, era spinto a farne due o tre in tutt’altra direzione. Alla fine si trovò nell’atrio, ma ormai senza speranza di imbattersi nella comitiva in cui c’era l’avvocato. Si guardò d’attorno; fece qualche passo in su e in giù; aspettò un poco, non vide nessuno, uscì, e col muso lungo un palmo s’avviò all’osteria dove aveva preso alloggio. La mattina seguente all’albeggiare, seduto in vettura, tenendosi sulle ginocchia la valigetta in cui c’erano e il soprabito del dì delle feste e il pacco delle carte e dei contratti firmati, se ne ritornava a Castelrenico.

Se dopo il teatro Martino avesse potuto tener dietro all’avvocato, l’avrebbe veduto salir le scale e entrare in casa col muso più lungo del suo; avrebbe veduto Enrichetta, che gli era parsa così gaia, farsi malinconica a un tratto e perder le parole appena messo il piede nelle sue stanze. Chi ha un guaio da dimenticare non torni a casa, perchè non c’è una parete, un mobile, un utensile, che non si dia subito la briga di far le parti del rammentatore. E nella casa di Massimo tutto rammentava che il buon umore, la pace, le ciarle allegre e con confidenti d’una volta, erano andate mano mano scomparendo, e avevano lasciato il posto a una cert’aria greve che mozzava il fiato. Quella giornata poi, ch’era parsa a Martino chiudersi così lietamente, era stata non solo triste, ma burrascosa.

Di buon mattino era capitato Simone, fatto venire per quel tal negozio della casa di Castelrenico. Simone, col fare umile e con la maggior buona grazia, aveva detti i suoi patti, duri e inesorabili, ai quali non c’era stato modo di rispondere che con un sì o con un no. La casa, ultimo ben di Dio che restasse a Massimo del suo piccolo patrimonio, era passata quella mattina in mano di Simone, e sul tavolino di Massimo era rimasto quanto poteva bastare a pagare qualche debituccio e a mandar innanzi la barca per quell’anno, e nulla più. E poi? Questa domanda che ora si presentava a Massimo con maggiore insistenza, e gli faceva vedere poco lontano quel precipizio verso cui correva a tutta briglia, principiava a renderlo cupo e a mettergli i brividi. Simone se n’era andato, e mentre egli se ne stava ancora come impiombato sulla sedia, e teneva tra le mani il capo che pareva volesse scoppiare, sentiva nella stanza vicina la voce della marchesa Giulia venuta a far visita a Enrichetta, e che, traverso un nuvolo di chiacchierine vaporose, faceva passar la rivista ai progetti più urgenti del carnevale, fermandosi su quelli che domandavano l’alleanza dell’amica. Allora egli stava a sentire che cosa avrebbe risposto sua moglie; ma la voce d’Enrichetta non la sentiva mai; cosa che gli faceva rivolger contro lei tutta la sua stizza, accusandola di non saper dire in quel minuto quello che lui non aveva avuto mai il coraggio di dire. Poco dopo era capitato il socero, pieno, come al solito, di fumo, di progetti e di buon umore. A Massimo che, agitato da mille dubbi e rimorsi, domandava che qualcuno l’aiutasse a prendere un partito, Giovanni aveva risposto col principiare per la centesima volta una di quelle spiegazioni ragionate dei suoi piani e delle sue reti che non finivano più. Ma questa volta finiron presto, e le troncò a un tratto un accesso di furia di Massimo che fece scappar il socero atterrito, e tremare da capo a’ piedi Enrichetta che entrava in quel punto dopo aver lasciato la marchesa Giulia. Di questi accessi ormai gliene capitavano spesso; e dopo essere stato violento e ingiusto con tutti, per scolpare se stesso, cadeva in una profonda mestizia; e mentre rimpiangeva la pace confidente e serena che ogni giorno più scompariva dalla sua casa, non sapeva ritrovare quello che forse sarebbe bastato a ridargliela, una parola dolce a Enrichetta, dopo avergliene dette tante di amare. Era stato con questo bel preludio che poi aveva dovuto quel giorno mettersi in giubba e cravatta bianca per andare a pranzo dal marchese Antonio, e in teatro con la marchesa Giulia.

Si pensi di che buona voglia anche Enrichetta avesse dovuto quel giorno passar qualche ora in guardaroba, frugar negli armadi, e scegliere un vestito che avesse fatto bensì qualche campagna, ma fosse ancora abbastanza valido, e potesse, con qualche variante, servire per quella sera, sviando i ricordi non delle amiche, ma almeno degli amici. Enrichetta, mentre dava, prima d’uscir per il pranzo, gli ultimi tocchi al suo vestito e alla sua acconciatura, aveva l’animo forse più turbato che suo marito. Anche a lei era toccato quella mattina qualche duro rimprovero, il rimprovero d’una colpa non sua, quella di trovarsi dove l’avevan condotta; e il suo cuore n’era ancora lacerato, quando si venne ad annunziarle una visita, la visita di don Emanuele.

Don Emanuele, che a ogni tratto, come abbiam detto, dava una scappata a Milano, quando capitava era difilato in casa Della Valle, e ci veniva o a far visita alla signora, o a pigliarsi sotto braccio e trascinarsi in compagnia l’avvocato. L’avvocato Massimo, il quale diceva sempre di non aver mai conosciuto un più amabile rompicollo, n’era come innamorato. Fosse anche stato di cattivo umore, a lui perdonava tutto; rideva con lui, e finiva col lasciarsi menar in giro, col pretesto che quell’originale piacevolissimo era il solo che lo distraesse e lo divertisse un poco. Don Emanuele col passaporto, così comodo, dell’originalità, capitava in casa Della Valle a qualunque ora; capitava più volte in un giorno; ora ci si fermava pochi minuti, ora ci passava mezza la giornata; e quando non ci trovava nè l’avvocato nè sua moglie, si metteva a far conversazione col signor Giovanni, lo chiamava il suo confidente e gliene contava d’ogni risma.

È inutile dire quanto il signor Giovanni ne fosse incantato, e volesse scommettere, ogni volta che ne parlava, che di giovani simili negli altri paesi non se ne trovassero.

Quando vedeva la signora Enrichetta, o veniva, come soleva dire, a fare una visita tutta per lei, don Emanuele univa a quel solito fare, tra il bizzarro e il disinvolto, una maniera più eletta. La parola era più dell’usato gentile e rispettosa, e i complimenti erano senza risparmio, ma tutti di buon gusto, tutti facili e naturali, senza che uno mai avesse dell’inamidato, o sapesse di rifritto. Soleva dire che le signore erano i colonnelli del suo cuore. Così giustificava quella sua devozione pronta, preveniente, d’ogni minuto; e giustificava la sua corte franca e palese che faceva a Enrichetta, e che poteva passare per l’espressione naturale de’ suoi modi di perfetto cavaliere, come diceva il signor Giovanni. Quell’omaggio così abituale e pubblico gli offriva una occasione più facile e frequente di continuarlo a quattr’occhi; e allora, nelle maniere di don Emanuele, piene sempre di riserbo, non mutavano che le proporzioni: c’era in esse un poco meno d’originalità, e un poco più di seduzione e di grazia.

Di tutto questo Enrichetta non s’era da principio neanche accorta; poi, avendo imparato in società, a furia di sentirle, a fare queste analisi, qualche volta ci aveva badato, ma per sorridere e scordarsene subito. Eravamo allora nei bei tempi della pace domestica: la ròcca era di quelle che non lasciano speranza di intelligenza al nemico, e lo consigliano a levare le tende. Don Emanuele però non le aveva levate; e i tempi, quando cominciarono mano mano a mutarsi, le trovarono rizzate ancora. Venuti i giorni in cui Massimo, agitato da’ suoi pensieri, non aveva più una parola confidente o cortese per nessuno, la corte di don Emanuele veniva alle volte osservata da Enrichetta con quel sentimento traditore a cui si lascia il passo così facilmente, perchè pare innocentissimo, vogliamo dire la curiosità. Da ultimo eran venuti anche i giorni, di cui ne abbiam veduto uno, nei quali Massimo si faceva ingiusto e violento, e allora la parola gentile, carezzevole di don Emanuele lasciava nell’animo d’Enrichetta un’agitazione involontaria, un ricordo incessante, tormentoso, contro cui essa doveva lottare, invocando, con tutte le sue forze, la dimenticanza. Quante volte la dimenticanza era stata pronta e completa se Massimo, a un tratto, aveva avuta la buona ispirazione d’una parola d’affetto! Oh! allora quel poco di spiraglio bastava perchè tutta la casa tornasse raggiante come una volta!... Il giorno dopo ricominciava a piovere sul bagnato, e il male si faceva più grande di prima.

In quel giorno del pranzo e del teatro, come abbiam veduto, dopo la sfuriata di Massimo c’era stata una visita di don Emanuele. Enrichetta, prima d’uscire, aveva sospirata in cuor suo una di quelle buone parole di suo marito di cui in quel momento aveva tanto bisogno. Fece di tutto per averla, e non l’ebbe. Al pranzo e al teatro ella aveva cercato ogni modo di sviare l’animo da ciò che la turbava, di dimenticare quel giorno; e Martino, a cui era parsa troppo gaia, se avesse potuto leggerle in cuore, avrebbe veduto di che sorta era quell’allegria, e ne avrebbe avuta una gran pietà. Avrebbe veduto che non era un così bel vivere in casa Della Valle; avrebbe raccontate al suo paese minori maraviglie; e non avrebbe dati nuovi motivi a quei di Castelrenico d’aversela a male sempre più col povero Massimo.

Ma invece Martino, tornato in paese, a chi gli aveva domandato dell’avvocato Massimo, aveva risposto: «Eh! se la passa benone!» — «L’avete veduto?» — «Sicuro che l’ho veduto!» — «E l’impiego?» — «L’impiego.... l’impiego.... le son cose queste delle quali io poi me ne intendo poco!... e a dirvela, non ho poi neanche voluto fare il curioso a questo punto, e domandare fino a uno gli interessi degli altri.... per quanto siam parenti e buoni amici. Io vi dico che l’avvocato se la passa benone.... che ha una bella moglie.... e che a Milano, lui e lei, figuran da signori; che li ho veduti in teatro con la famiglia del marchese Antonio.... e che insomma se l’avvocato ha venduto il fatto suo in Castelrenico, è perchè ci vede più degli altri, e sa lui cosa si fa!... Insomma ho lasciato Milano col cuor contento... e casa Della Valle, a Milano, è casa da signori!... capite!»