L’aria diplomatica di cui Martino non aveva potuto far senza, dovendo parlare, e avendo poco da dire, aveva accresciuto negli antichi amici di Massimo gli umori sospettosi, e la loro poca disposizione a perdonare la fortuna altrui. Le poche cose dette da Martino, commentate, raddoppiate, fecero subito il giro di tutto il paese, e dopo un giorno le facce dei frequentatori del caffè della Fratellanza eran più lunghe e più dispettose del solito. Seduto al medesimo posto, sulla porta del caffè, e sulla medesima panchetta dove l’abbiam veduto due anni prima, quel tale dalla pipa di gesso e dalle gomita, che come due anni prima e forse un po’ di più, uscivan per il rotto delle maniche, fu sentito esclamare a proposito d’un discorso che si faceva in un crocchio vicino: «Evviva loro!... i patriotti dimenticati! i ladri protetti!... gli impieghi ai venduti!... ecco dove vanno i nostri milioni!»

X.

Ogni anno, alla metà di giugno, il marchese Antonio andava con tutta la famiglia a Castelrenico per il raccolto dei bozzoli. Ci andava come per tradizione domestica; ci andava perchè c’era sempre andato fin da bambino quando ce lo conduceva suo padre; ma poi quando c’era, l’ultimo de’ suoi pensieri erano appunto i bachi ed i bozzoli. Ogni anno succedeva così; e ogni anno quando veniva quel tal giorno che stava fisso nella mente del marchese, insieme a qualche altra data di questo genere, cascasse il mondo, bisognava partire. Anche in questo egli imponeva a sè ed ai suoi una specie di disciplina rigida, inesorabile, ch’era di tutto suo gusto, e ch’egli soleva mettere in ogni alto più semplice e naturale della vita. L’andare in campagna, il viaggiare, il divertirsi, fatti da lui, parevano tanti atti d’ubbidienza a una consegna; una risposta, una opinione, un complimento, detti da lui, parevan sempre preceduti da un rullo di tamburo. L’ingegnere Mevio pretendeva di avere scoperto che il marchese, quando beveva un bicchier d’acqua, lo beveva in tre tempi. E tutto ciò, probabilmente, perchè nel marchese la smania del comandare era così prepotente da non permettere una disubbidienza neanche a se stesso.

Una grave disubbidienza però veniva commessa da qualche anno da’ suoi bachi di Castelrenico, i quali, chi alla seconda, chi alla terza, chi alla quarta muda, si scioglievano dalle brighe di questa vita, senza darsi pensiero di ciò che avrebbe detto il marchese. Il marchese da principio ci aveva badato poco; ma poi, dovendo rispondere a chi gliene chiedeva conto, e sentendosi da ogni parte far delle osservazioni e dar dei pareri, cominciò a perdere la pazienza, e a domandarsi se questa condotta indipendente de’ suoi bachi fosse o no compatibile col suo decoro. Pare concludesse per il no, perchè dopo aver lasciato travedere all’ingegnere Mevio qualche proposito sibillino, fu veduto, nell’inverno dell’anno a cui siamo arrivati, scartabellar libri e opuscoli sui gelsi, sui bachi e sulle bigattiere. Venuto poi l’aprile, cominciò a dire apertamente che fino a quel punto i bachi di Castelrenico se n’erano andati alla malora per la ragione semplicissima che li avea lasciati fare a loro piacimento, ma che ora era deciso a cambiar registro. Poco dopo annunziò che quell’anno la direzione dei bachi la pigliava lui; che il metodo sarebbe stato tutto suo, e che si sarebbe andati tutti a Castelrenico un mese prima del solito; soggiungendo, come fosse una parte del metodo anche questa, che si doveva passare il rimanente dell’estate a Baden-Baden, e a Parigi: così si aggiustava la partita anche con la marchesa Giulia, e in modo che nel cedere si aveva l’aria di comandare.

Il metodo del marchese Antonio ebbe subito un primo risultato bonissimo, e fu quello di liberare, un buon mese prima, l’avvocato Massimo dalle cortesie della famiglia del marchese e dagli imbarazzi che ne venivano di conseguenza; imbarazzi che ormai non sapeva più come nascondere. Ai primi di maggio, il marchese Antonio s’era già trapiantato in Castelrenico coi suoi di casa; aveva già rese note con una certa solennità le sue intenzioni, e messi i primi fondamenti del metodo. Il metodo del marchese, che com’egli aveva dichiarato non sarebbe stato quello di nessun autore (perchè, come diceva lui, questi tali che scrivono è molto raro che allevino dei bachi davvero, e quelli invece che li allevano non son di quelli solitamente che scrivono), doveva aver per base una specie di disciplina militare. Egli si considerava come il generale in capo, e il fattore doveva essere il suo aiutante; poi venivano de’ sovrastanti ai quali, con un salto alquanto brusco nella gerarchia, aveva dato il nome di sergenti; i coloni erano altrettanti caporali che dovevano tener in riga i militi, i quali, s’intende, erano i bachi.

La sua massima era che ogni cosa, perchè vada bene, deve avere una organizzazione di ferro. E ad impiantar bene questa organizzazione di ferro, il marchese rivolse con sollecitudine le sue prime cure, chiamando il fattore, i sovrastanti, i coloni, ora a uno a uno, ora tutti insieme; dando ordini, spiegando il metodo, e strapazzando tutti in anticipazione. Il metodo, come si vede, si basava specialmente sul terrore. Questi poveri diavoli, più sentivano farsi buia e intronata la testa dalle spiegazioni e dalle minacce del marchese, e più si affrettavano a dire di aver capito tutto a un puntino, tanto erano spaventati; e il marchese si compiaceva già dei buoni risultati che principiava a dare il suo metodo.

Con gli altri poi di maggior calibro, cioè col consigliere Rocca e con don Gilberto, che, come di consueto, venivano a fargli visita in Castelrenico, con l’ingegnere Mevio e col curato, il marchese dava delle spiegazioni un poco più diffuse e ragionate. I suoi concetti sull’allevamento dei bachi erano desunti con una logica stringentissima, e con la previsione di tutti casi. Il problema era messo al muro; era risoluto; a meno che, ed era questa la sua sola concessione, a meno che non facesse difetto l’opera dell’uomo. Ma questa ipotesi era ammissibile ancor meno delle altre, in grazia di quella tal disciplina di ferro. Così, dopo aver tenuto i suoi uditori in una breve sospensione d’animo, li riconfortava con la riprova che il problema era di una precisione matematica.

Ma non tardarono anche per il problema a venire i giorni difficili, i giorni in cui ci voleva tutta l’imperiosità del marchese Antonio per mantenere negli altri la convinzione che i suoi bachi andavano a maraviglia, e che se qua e là c’eran dei guai, erano per così dire scappatelle di gioventù, malucci preveduti, cose di nessun conto. Guai a chi mostrasse il menomo dubbio! E lo seppe il consigliere Rocca, che un dopo pranzo, passeggiando col marchese e con l’ingegnere Mevio, e volendo in proposito distinguere ed obbiettare, si pigliò una strapazzata più forte di quelle solite che gli capitavano quando parlava di politica, o giocava a tarocchi. Il consigliere Rocca, ch’era piuttosto ostinato, senza cedere sul punto di chiamar gravi i traviamenti dei bachi del marchese, volendo andare in cerca d’una qualche causa remota per salvare il metodo, cominciò a porre la questione se le vicende politiche, e i nuovi tempi, non ne avessero, a guardarci bene, il loro tanto di colpa, visto che in passato le cose avevano proceduto diversamente. Ma fu un tasto scelto male, e che diede motivo al marchese di dargli sulla voce ancor più forte di prima. Il consigliere, a cui pareva sempre di far torto alla magistratura a cui aveva appartenuto, se non sviscerava ben bene le quistioni, cominciava già a metter in fila gli argomenti per rispondere al suo contraddittore; e a guisa d’esordio aveva già cominciato col dire che si accingeva a una imparziale disquisizione di quella sua tesi dubitativa, e che non essendo tra quelli a cui leviores coniecturae sufficiunt, avvegnachè.... ma s’interruppe a un tratto da se medesimo, per domandare in un tono più semplice, e come tra parentesi, se era vero quello che si diceva in paese, che cioè la casa dinanzi a cui passavano era stata venduta. La comitiva, che era di ritorno dalla passeggiata, passava in quel punto dinanzi alla casa dell’avvocato Massimo.

«Ma come va questa faccenda?» domandò anche il marchese, a cui non dispiaceva il mettere da parte per un momento i suoi bachi.

«Ma ce n’è un’altra!» continuò il consigliere, «ed è che in questi giorni il socero dell’avvocato mi mandò una lettera e un memoriale per pregarmi di trovare appunto all’avvocato Della Valle un impiego qualsiasi. Non dirò qui, perchè non è questo il momento di parlarne, che in primo luogo io non ho impieghi da distribuire, e che in secondo luogo con gli uomini influenti della giornata io non ho a che fare; dirò solo che al ricevere quella lettera e quel memoriale non ho esitato a dire tra me, che quel famoso impiego dell’avvocato, di cui s’è tanto discorso, o se n’è andato in fumo, o non c’è stato mai!»