«Cioè....»
«Ma se avesse vedute le scene che ho vedute io! Povero avvocato! Gli darei dell’asino proprio di gusto, ma non mi regge il cuore. Però, a pensarci, che asino! Lei sa come se la passava bene in Castelrenico.... Ma signor no! ci voleva il fumo; dunque si sogna un grande impiego, e si spera pescarlo.... nelle nuvole, perchè quaggiù, impieghi e miseria, tutti lo sanno, sono quasi sinonimi. Bussa di qua, bussa di là, un impiego era capitato, ma un impiego alla buona.... un impieguccio, come era ben naturale, perchè anche il papa a diventar papa ci mette il suo tempo. Fatto il primo sproposito, c’era da ringraziare il Cielo e tenersi prezioso l’impieguccio. Ma signor no; non c’era il fumo, e ci voleva o tutto o niente. Io gli avevo ben dato in allora qualche buon parere, ma.... eh sì! a sentirli loro, l’avvocato e il socero, ero io che non capivo niente, e loro quelli che la sapevan lunga. Così son passati quasi tre anni di illusioni, di vita allegra, di lusso; quel po’ di patrimonio è scomparso, scomparso tutto. L’impiego è sempre di là da venire.... e a stringere il pugno.... Oh! se vedesse, signor marchese!... Quel povero avvocato dice che la miseria è la minore delle cose che gli fanno vergogna; dice di aver ingannati tutti, d’aver ingannata la sua Enrichetta.... d’aver ingannato anco lei, signor marchese, e la sua famiglia....»
«Ma gli dica di no!... Non è capace lei di confortarlo, di strapazzarlo?...»
«Oh! dice ben di più! Dice che non gli rimane che di buttarsi da una finestra.... e poi domanda chi avrà pietà della sua famiglia.... insomma c’è da sentirsi lacerar le viscere. Il socero lo tira innanzi con qualche altra illusione; ma oramai siamo agli sgoccioli, e bisogna prendere una risoluzione.... ma quale? Se lei, signor marchese, non lasciava Milano un mese prima del solito, forse a quest’ora qualcosa era scoppiato.... una spesuccia di più in casa di Massimo avrebbe già dato il tracollo alla bilancia. Guardi un po’! la sua partenza gli è stata per il momento un piccolo benefizio, ma poi....»
Il marchese in quel punto si rizzò. I suoi lineamenti avevano preso un non so che di duro, e quasi di minaccioso, come se volessero far paura alla commozione che si sentiva nascere, e farla scappare indietro. «Che l’avvocato sia stato un asino, non mi fa specie;» disse poi a un tratto, mandando fuori le parole come schioppettate. «Quello che mi fa specie è d’essere stato un asino io! Se quell’avvocato si tenne il fumo in testa per tanto tempo e si rovinò del tutto, ci ho avuto anch’io il mio tanto di colpa.... Lo dovevo capire, per bacco! E in conclusione, siccome gli spropositi s’hanno a pagare, così la mia parte la pagherò! E ora basta. Andiamo, ingegnere, se vogliam fare la partita.»
Il giorno dopo, il marchese, fatta la sua colazione, lette le sue lettere e il suo giornale, a un tratto annunziò che sarebbe partito di lì a un’ora, e che non sarebbe ritornato che dopo cinque o sei giorni. Una risoluzione così improvvisa fece a tutti non poca maraviglia, e tutti si domandavano che cosa mai fosse capitato al marchese di così importante per deciderlo a lasciare ad altri il comando de’ suoi bachi, proprio sul buono.
Furono appunto sei i giorni in cui rimase assente il marchese, e in cui il fattore e i coloni avrebbero potuto tirare un poco di fiato, se i bachi, quasi fossero anch’essi in minor soggezione, non avessero scelto proprio quei giorni per cadere a frotte e lasciar tavole e boschi deserti. Erano ben diradate le loro file quando tornò il marchese, sicchè è facile immaginare che burrasca si levasse. Eravamo per fortuna all’ultima settimana, e il supplizio del fattore e dei coloni durò poco; ma fu una settimana terribile. Era un continuo dar ordini da mattina a sera, uno strapazzare quanti capitavano, un ripetere gl’insegnamenti già dati, un insegnar nuovi ripieghi. Oramai nessuno capiva più niente: a furia di ordine e di disciplina era nata una tal babilonia che nessuno più ci si raccapezzava; e in quanto ai bachi, si salvaron que’ soliti che si salvano in tutte le disfatte, perchè ci sia chi ne possa dare la nuova. Il marchese che aveva esclamato tante volte in aria di trionfo: «Andar male? oh, la vedremo! ci vorrà anche il mio permesso!» ora andava ripetendo: «Son bastati sei giorni di assenza, sei giorni soli! perchè mi si mandasse tutto a soqquadro. Nessuno mi ha capito! Tempi ignoranti e presuntuosi!... Ma un altr’anno la non andrà così!»
Pochi giorni dopo, il marchese partiva con tutta la famiglia per Baden-Baden. In Castelrenico non ritornò che sul principio d’ottobre; ci rimase, come al solito, fin dopo il san Martino; ma de’ bachi, del metodo e della catastrofe non ne parlò più; e nessuno ebbe voglia di toccargliene.
Mancavano pochi giorni alla partenza, quando una mattina il marchese, dopo aver letta con attenzione speciale una lettera appena ricevuta, fece mandare un espresso a una borgata vicina con un telegramma che chiamava a Castelrenico l’ingegnere Mevio, ripartito poco innanzi per Milano. L’ingegnere arrivò il giorno dopo con la vettura del paese; e il marchese, appena se lo vide comparire nello studio, senza dirgli altro gli diede a leggere quella lettera. Ma per capirla bisognava essere al fatto di qualcos’altro, e Mevio, che faceva sforzi per raccapezzarsi, e ci riusciva poco, pigliava sempre più una certa espressione tra l’incerto e il goffo, che faceva contrasto con la solita sua disinvoltura.
«Fareste meglio a non guardarmi con quella faccia che fa poco onore a uno che si picca d’essere un fulmine a capire!» disse il marchese. «Non ci siete ancora arrivato? È un mio amico senatore che scrive.... e l’impiego per il vostro avvocato Massimo c’è.... Ma, intendiamoci, quell’impiego che gli fu già offerto una volta, e che allora rifiutò. Che se poi vuol rifiutare ancora, padrone; il mio dovere l’ho fatto! la mia parte di debito l’ho pagata! Per conto mio ho finito!»