«E si tratta d’un buon impiego?» domandò la marchesa Giulia interrompendo don Gilberto.

«L’avvocato non lo dice,» rispose il marchese; «leggete, ecco la lettera.»

La lettera fu letta ad alla voce dal marchese Giorgio. L’avvocato Massimo partecipava la sua nomina al marchese Antonio, e soggiungeva che dovendo partir subito, aveva voluto adempiere a un dover suo, quello di ringraziare lui e la sua famiglia delle molte cortesie che gli avevano usate. Dell’impiego diceva solo che per il grado e la destinazione non si trattava di tutto quello che gli era stato promesso, ma che nullameno s’era deciso ad accettare per compiacere alle istanze del ministro, e per l’assicurazione che in breve gli avrebbero dato di meglio.

La faccia del marchese rimase impassibile, e le sue labbra non cedettero alla tentazione del più leggero sorriso. Poi, contento in cuor suo che Mevio avesse fatte le cose a dovere, se ne andò con una fregatina di mani. Don Gilberto intanto riprendeva con la marchesa Giulia il tèma della difficoltà di trovare un’altra amica dei cuore; l’amica, insomma, da mettere di faccia in un palchetto del teatro; l’amica con cui si entra insieme in una festa da ballo; che si tiene seduta accanto in una calèche. La marchesa Giulia si schermiva dai problemi di don Gilberto col non rispondere mai a proposito.

La nuova dell’impiego dell’avvocato Massimo si diffuse dopo pochi giorni, com’era naturale, anche in paese. Come? non s’era forse ripetuto più volte per Castelrenico che l’avvocato aveva avuto da un pezzo un impiego in Milano, che non si sapeva che impiego fosse, ma che doveva essere un impiego in grande? E ora era venuta la notizia che l’avvocato aveva avuto un impiego, ma un impieguccio di questura e di quelli di minor conto! Questa cosa fece parlar molto, come, ognuno se lo può immaginare; e la curiosità, le domande, i commenti e la confusione delle teste andarono in breve all’infinito. Il solo che ci vide chiaro e che spiegò la cosa, fu quello della pipa di gesso, il quale, seduto sulla solita panchetta del caffè della Fratellanza, una mattina sentenziò: «Che se l’impiego pareva piccolo, era segno che era uno dei più grossi!» E poi nel riaccendere la pipa aveva soggiunto in tono ancor più misterioso: «A me, i Governi non la dànno a intendere così facilmente!»

Dopo quella sentenza, l’opinione generale in Castelrenico fu che l’impiego dell’avvocato Massimo pareva un impiego da poco, ma invece era uno dei più grossi; e ciò perchè a quel della pipa di gesso nessuno, è vero, avrebbe fidato il proprio borsellino per un minuto, ma in cose politiche gli si dava sempre un credito grande.

Il solo che in cuor suo non ne capì più nulla davvero fu Martino.

XI.

Tanto Mevio che veniva da Castelrenico, quanto la lettera del ministro che annunziava l’impiego, capitarono in casa Della Valle proprio nel medesimo giorno. Mevio fece benissimo la sua parte, ma non ce ne sarebbe stato di bisogno, perchè la marea era montata tant’alto, che quella poca tavola di salvamento, in altri tempi così sdegnosamente rifiutata, parve ora una gran provvidenza, e fu salutata con uno scoppio di gioia caloroso ed unanime. Giovanni, che ne attribuiva tutto il merito ai suoi memoriali, ed era persuaso che gli si dovesse una bella riconoscenza, aveva quel contegno modesto ma soddisfatto di chi è convinto di valer molto. E perchè nessuno se ne scordasse, come un generale che dopo una vittoria parla non di sè ma de’ suoi soldati, egli aveva ripreso il discorso de’ suoi fili, e non la finiva più. Per quel giorno fu inutile, non ci fu verso di fargli parlar d’altro; Mevio a ogni minuto stava per perdere la pazienza, ma ricordandosi la faccia del marchese si conteneva, e rivolgendosi a Massimo e ad Enrichetta, ai quali pure la consolazione aveva data una gran parlantina, faceva con loro un monte di chiacchiere e di congratulazioni. Così quel giorno, che si poteva chiamare il primo dell’impiego dell’avvocato Massimo, passò lietamente e fu di buon augurio per tutti in casa Della Valle.

Come dopo una di quelle giornate d’autunno troppo luminose e tiepide, in cui pare abbia fatto ritorno un raggio del sole d’estate, segue una giornata improvvisamente grigia e mesta, foriera dell’inverno, così il giorno seguente in casa dell’avvocato nessuno trovò quel buon umore con cui era andato a dormire. Nella lettera di nomina c’era l’ordine di trovarsi al posto un tal giorno, ch’era vicinissimo; per cui l’avvocato dovette incominciare, in tutta furia, i preparativi della partenza, e venir subito a una decisione dolorosa, quella di partir solo e farsi raggiungere più tardi da Enrichetta, dal bambino e dal socero. Il trapiantar casa alla distanza di forse trecento miglia, e quello stipendio che stava scritto con una cifra così umile accanto al suo impiego, gli mettevan dinanzi agli occhi, intanto che faceva il baule, qualcosa di molto buio. Gli pareva quasi di adagiar la sua roba in una tomba. Ogni vestito che andava ripiegando e pigiando gli ricordava qualche circostanza del passato, e con questo gli tornavano dinanzi a uno a uno i suoi dubbi, le sue speranze, i suoi disinganni. Qualche volta rimaneva immobile con un panciotto o con un paio di calzoni in mano, e si domandava se doveva tirare innanzi o fermarsi mentre era ancora in tempo. Allora gli venivano in mente i discorsi che aveva uditi dal marchese Antonio, e i pareri che gli avea dati Mevio. Fin dai primi tempi Mevio gli aveva sempre predicato di tornar subito alla sua professione.... ma adesso era tardi! e poi non c’era da pensarci in quel momento! E continuava a far il baule cacciando i brutti pensieri e cercando nella consolazione del giorno prima qualcuno di quegli argomenti, che gli eran parsi così persuasivi, e che l’avevan ricondotto nel bel paese dei sogni e delle speranze.