Quei raggi di consolazione si facevano intanto sempre più pallidi come quelli del novembre in cui eravamo, finchè il giorno della partenza non ne comparve proprio più uno. Fu un giorno triste e di quelli che lasciano come un ricordo di paura. Massimo, in quel momento in cui abbracciò Enrichetta e baciò il suo bambino, sentì una stretta al cuore come non l’aveva sentita mai: gli parve di dire addio per sempre a qualcosa; si vide dinanzi una via tutta nuova, tutta ignota, una via che si apriva angusta e malagevole, sulla quale aveva fatto ormai il primo passo, e che non sapeva dove l’avrebbe condotto. Ebbe come i brividi della solitudine, e riabbracciò a un tratto più fortemente la sua Enrichetta. Ma anche il conforto di quell’abbraccio non fu intero e sereno come l’avrebbe voluto: ricordò in quel momento quante volte era stato ingiusto e aspro con lei; ricordò i giorni passati senza una buona parola; giorni perduti e da dimenticare, ora che avrebbe voluto averne tanti di cui portare con sè la memoria. Aveva ritrovato nell’anima tutto l’affetto d’una volta, ma partiva col dubbio d’averlo troppo a lungo fatto parere diminuito. Avesse potuto Enrichetta leggergli profondamente nel cuore in quel momento! Anch’essa avrebbe voluto prolungare quei brevi minuti dell’addio per sgombrare di ogni dubbio il suo cuore, per cancellare ogni reminiscenza meno lieta. Ella avrebbe voluto trovare in sè stessa qualcosa che le desse la coscienza d’essere più forte, più difesa; e pur ripensando che quella separazione sarebbe stata brevissima, tremava tutta, parendole come di rimanere in una casa senza custodia.

Giovanni avrebbe voluto che quegli addii fossero un poco più allegri, e aveva preso a parlare di quel paese dove andava Massimo e dove presto l’avrebbe raggiunto in compagnia della figliola, come se ci fosse stato le mille volte; poi tornava da capo coi suoi fili; poi parlava della promozione imminente. Ma non c’era verso: nessuno badava a lui; neanche Mevio, che aveva in quel momento gli occhi gonfi, e a cui il buon cuore aveva tolto affatto la parlantina.

Si pensi con quanta festa fu ricevuta la prima lettera di Massimo, che capitò pochi giorni dopo la sua partenza! Era una lettera scritta a Enrichetta, in cui c’eran molte parole affettuose per lei, qualche parola di speranza per l’avvenire, e qualche richiamo al bel soggiorno di Milano.

«Eh! l’ho sempre detto io!» esclamò per tutto quel giorno Giovanni. «Si capisce che è un bel paese anche quello dove è andato a stare il nostro Massimo.... ma Milano è una gran Milano, e non ce n’è che uno!»

Da quella lettera si conchiuse che Massimo stava benone, e si passò una buona giornata. A Mevio però parve strano, ma tenne l’osservazione per sè, che in quella lettera Massimo parlasse di tutto fuorchè del paese dov’era, e di quello che vi faceva. La lettera che doveva dar notizia di queste due cose capitò una settimana dopo, ed era diretta a Giovanni. Per saperne subito qualcosa anche noi, la metteremo qui tal quale.


«Caro socero.

»Questa lettera è per voi: se Enrichetta fosse presente quando la ricevete, riponetela in tasca e fate che non la veda. Mi aspettavo poco, a dir vero, quando son partito, ma non avrei potuto immaginarmi che i primi passi sulla nuova strada per la quale mi son messo dovessero essere così tristi. Se il paese dove mi trovo sia bello o brutto non ve lo saprei dire; lavoro da mattina a sera, e non ho un minuto da badare ad altro fuorchè al mio uffizio. Ma sono in un paese al quale un passato tristissimo lasciò una mala erba, di cui forse i nostri figli soltanto vedranno le radici al sole.

»Le cose che ho sapute e vedute in questi giorni non sarei arrivato a pensarle mai, e a dirvele credereste di sognare! Non potete immaginarvi che duro mestiere sia il mio! Ma chi lo sa? Se lo sapessero, non ci compenserebbero così male!... Giorno e notte son tra l’incudine e il martello, tra i dispacci del prefetto che mi comandano di agire con severità, e le lettere anonime che mi minacciano la fine d’un mio predecessore al quale fu tirata una schioppettata nella schiena. Ma per carità non dite queste cose a Enrichetta!...

»Intanto però nè lei nè voi ci dovete venire a nessun patto. Io troverò qualche scusa, e voi aiutatemi a dispor Enrichetta e a persuaderla di non venire quaggiù. Se la passo netta e arrivo a meritarmi una qualche protezione, chi sa che non mi si levi presto da quest’inferno, e mi si mandi in qualche cantuccio tranquillo, dove mi possiate raggiungere, e dove si possa vivere in pace tutti insieme!