»E poi se sapeste quanto costano i traslocamenti a una famiglia! Ho potuto fare i calcoli precisi, e se alla mia dovessi farne far due in un anno, sarebbe l’ultima nostra rovina. Dunque bisogna lasciarmi qua solo, e speriamo che non sia per molto. Ma se sapeste con quanta tristezza ve lo dico!

»Vi raccomando la mia Enrichetta e il mio bambino. Cercatemi, se potete, qualche protettore.

»Il vostro Massimo.»

«Milano è una gran Milano!» disse tra sè Giovanni, letta che ebbe la lettera. E rimasto per parecchi giorni sopra pensiero e taciturno, ripeteva di tanto in tanto quell’esclamazione a qualunque proposito.

«Mi contan persone che ci son state,» prese poi a dire a sua figlia, «che in quel paese dove c’è tuo marito a viverci costi un occhio!... Prezzi indiavolati! Non sanno più cosa domandare!... Gli alloggi poi!... per delle catapecchie pigioni da matti!... Eh! l’ho capito subito io che c’era un qualcosina, vedendo che Massimo non ci faceva fretta ad andar laggiù.... Lo vedo.... bisognerà aver pazienza! Basta, que’ fili che hanno dato l’impiego a Massimo li tengo ancora, e mi serviranno, spero, a farlo andare in un paese di maggior abbondanza. A far le cose per bene si dovrebbe lasciar passare qualche mese, e intanto stare a vedere!... Mi rincresce a parlare così, io che sono d’un carattere piuttosto arrischiato.... cioè voglio dire che quanto a me andrei a occhi chiusi in fin del mondo!... ma con donne e bambini è un altro par di maniche!...»

Di questi discorsi Giovanni ne tenne parecchi a sua figlia, e intanto anche le lettere di Massimo che capitavano mano mano dicevan sempre a Enrichetta di non moversi, di indugiare, ora per la stagione, ora per l’alloggio, ora per qualch’altro pretesto. Giovanni poi nel commentare questi pretesti, ch’egli chiamava ragioni e di quelle lampanti, faceva fare ogni giorno un passo alla conclusione, a cui per suo conto era venuto da un pezzo, di non moversi da Milano almeno per quel primo anno, e di darsi attorno nel frattempo per ottenere a Massimo un traslocamento.

Questa conclusione non fu mai dichiarata proprio ufficialmente, ma ogni mese che passava la si poteva dire tacitamente ammessa sempre più. Non è a dire quanto da principio riuscisse amara a Enrichetta, e con che spavento ella guardasse in cuor suo questo destino che la teneva a forza separata dal suo Massimo, e le impediva di seguirlo sotto altro cielo, lontana da quelle memorie che l’avevano l’anno prima turbata in modi così diversi e così inattesi. Questo secreto pensiero, e le imperiose necessità della famiglia, le consigliarono presto il partito di rinchiudersi nelle pareti modeste della sua casa, di scomparire dalle belle sale dove aveva fatta la sua breve e risplendente apparizione, sotto il pretesto dell’assenza del marito, della sua partenza vicina, e di qualche maluccio che di tanto in tanto la molestava davvero. Da principio aveva temuto l’assiduità e le insistenze della marchesa Giulia; ma anche queste si fecero, con sua sorpresa, sempre più deboli e discrete, perchè ci aveva secretamente pensato il marchese Antonio.

Così passò una metà del nuovo anno, e i giorni s’eran seguiti calmi ed eguali per Enrichetta senza che nulla fosse venuto a interromperne la monotonia. Furon giorni quieti, ma mesti. La partenza di Massimo, e tutta quella fantasmagoria della vita lieta che aveva attraversata negli anni addietro, avevan lasciato Enrichetta, come all’indomani d’una festa, sbalordita e pensierosa. Anche le lettere di Massimo s’eran fatte a poco a poco meno frequenti. Al povero Massimo cresceva il lavoro ogni giorno; e poi egli non sapeva più qual pretesto mettere in campo per impedire alla sua famiglia di raggiungerlo, sicuro com’era che se avesse parlato dei pericoli in mezzo a cui viveva, Enrichetta sarebbe corsa a ogni costo vicina a lui. Aveva poi anche un barlume di speranza d’esser mutato di posto; l’occasione che lo mettesse sott’occhio e lo raccomandasse ai superiori sarebbe pure una volta o l’altra venuta.

Quell’anno però non doveva finire per Enrichetta così calmo com’era cominciato. Anch’essa da qualche tempo nelle sue lettere a Massimo gli taceva una cosa, gli taceva della sua salute, che lentamente si faceva ogni giorno più debole e incerta. Suo padre che, sino allora, se n’era accorto appena, ci aveva badato poco; ma Mevio cominciava ad esserne colpito, e guardava con angustia quel fiore gentile che chinava il capo e perdeva ogni giorno i suoi bei colori. Alla fine si decise di parlarne col marchese Antonio e con la marchesa Giulia. E l’uno e l’altra preser subito la cosa a cuore; uscirono poco a poco da quel riserbo delicato che s’erari imposti; le loro visite a Enrichetta furono più frequenti; e furon larghi con lei d’ogni sorta di premure e d’offerte cortesi. Tra queste, quando venne l’estate, ci fu quella di condurla con loro a prendere una boccata d’aria buona, cosa che il medico le aveva consigliato più volte. Il marchese aveva appunto deciso di passare un paio di mesi in Svizzera con la famiglia, pigliando a pigione una villa in qualche bel posto alto e romito; e così riusciva tanto più facile e naturale il pregare Enrichetta a voler essere della brigata. In quest’offerta il marchese ci mise un’insistenza così decisa, così cordiale, che Enrichetta, dopo aver cercata sulle prime qualche scusa, ne scrisse a Massimo parlandogli per la prima volta del suo malessere, ma ben inteso come di cosa nuova, leggera, e di cui non c’era da darsi pensiero. Suo marito le rispose subito facendole animo ad accettar l’invito; e l’invito fu accettato. Ai primi di luglio dunque Enrichetta, conducendo seco il suo bambino, partì per la Svizzera insieme al marchese Renica e alla sua famiglia. Giovanni, a cui nulla è mai andato più a sangue dell’aria che spira sulla piazza del Duomo, rimase a Milano.

Oh! i bei giorni quieti e contenti che passò Enrichetta in una bella casina tutta pulita e inverniciata, su un bel poggio verde, alle falde d’un bosco fitto, erto, e che pareva salisse al cielo! L’eco delle lontane miserie non arrivava lassù, quasi si arrestasse dinanzi alla maestà di quel vasto silenzio. La vita calma, uniforme, senza cure, senza angustie; l’aria purissima, profumata dagli abeti; la compagnia di persone premurose ed amiche, fecero in breve riavere a Enrichetta le forze illanguidite, e le restituirono ogni giorno più i bei colori delle sue guance. Il marchese Renica se ne compiaceva vivamente, e ripeteva che per l’innanzi non avrebbe fatto altro che il medico delle belle signore. Cominciava pure a riaver l’animo confortato Enrichetta, a cui quella quiete, quegli agi domestici, richiamavano i giorni passati, i suoi bei giorni di sposa, e le pareva quasi che le traversìe sopraggiunte non fossero più che un brutto sogno, e finito per sempre.