Erano così passati due mesi di illusione e di pace, quando un bel mattino arrivò don Emanuele. Don Emanuele non s’era lasciato vedere da parecchi mesi; diventato aiutante, aveva dovuto seguire il suo generale, un generale avaro di permessi, e rimanere con lui in una città lontana. Ora, finalmente, il mese del permesso in tutta regola era venuto, e don Emanuele era corso a passarlo in seno della famiglia.
L’arrivo di don Emanuele era sempre seguito da una certa rivoluzione nelle abitudini di casa Renica; questa rivoluzione era un privilegio che il marchese lasciava a lui solo, anche perchè sarebbe stato difficile il fare altrimenti. Mancavano due settimane alla partenza, secondo il programma del marchese, e don Emanuele, dopo aver dichiarato di prendere in mano sua, per quegli ultimi giorni, la suprema direzione delle cose, cominciò a tirarsi dietro tutta la brigata per monti e per valli, in gite e scampagnate, inventando ogni giorno qualcosa di nuovo. Il marchese Antonio, ripetendo ogni tanto che suo figlio era un bell’originale, si lasciava trascinare anch’esso per di qua e per di là sotto gli ordini di don Emanuele; la marchesa Giulia e suo marito parevan rinati; insomma tutti in casa Renica, dopo aver tanto ripetuto che la vita pastorale era così bella, pareva cominciassero a dire, in cuor loro, che l’esser finita era più bello ancora; tutti, ad eccezione d’Enrichetta, che qualche volta pareva pigliasse parte un poco forzatamente all’allegria comune, e non avesse più l’umor lieto ed eguale come nei giorni della placida monotonìa. Aspettava, ora, le lettere di Massimo con maggior impazienza di prima; più di prima aveva l’aria inquieta e accorata se non giungevano. E questo accadeva spesso, perchè Massimo che aveva nuove sempre buone di sua moglie, e lavorava sempre più come un martire, non si faceva poi tanto scrupolo d’essere esatto col corriere.
Il primo ad accorgersi che la signora Della Valle era in un cattivo quarto di luna fu don Emanuele. Ci trovò, osservandola, qualcosa di nuovo e di diverso; capiva perchè fosse meno lieta e vivace d’una volta, ma non capiva perchè, in così poco tempo, fosse tanto mutata da non aver più nè il contegno confidente, nè quel sorriso facile e gentile ch’era tutto suo; non sapeva spiegarsi quella sua aria quasi infastidita quando le indirizzava anche il più modesto di quei complimenti che avevano sempre trovata una così ingenua e schietta accoglienza. Tutto questo accese in breve l’impazienza di don Emanuele, che decise in cuor suo di volerne venir in chiaro, di voler rifare in breve quel tanto di strada che credeva d’aver una volta percorso, e di non abbandonare così facilmente la partita dopo averci atteso con tanta assiduità. Ci si mise di puntiglio; spiò l’occasione, e l’occasione venne.
Il marchese aveva annunziato il giorno della partenza, ma don Emanuele osservò che proprio in quel giorno si inaugurava il tiro cantonale, e che il partire sarebbe stato un mancar di riguardo a chi li aveva ospitati per due mesi con un’aria così buona e un tempo così bello. Dopo molti ragionamenti il marchese Antonio finì col rassegnarsi; si rassegnò a differir la partenza, si rassegnò alla festa del tiro, e a un’ultima gita al capoluogo del cantone.
Per un’oretta lo spettacolo del tiro a segno non dispiacque neanche al marchese. Egli dava il braccio a sua nuora, e suo figlio Giorgio alla signora Della Valle. Emanuele ora faceva da battistrada, ora camminava a fianco delle signore; e così, ora vicini, ora a distanza, a seconda che la folla e l’andare e il venir della gente li separava o li riuniva, fecero una visita coscienziosa a quanto c’era da vedere in quella festa. Girarono il piazzale per ogni verso; guardarono fino a una le mille bandiere che il vento spiegava e ripiegava; si frammischiarono ai tiratori che andavan, venivano, o facevan crocchio, tutti col fare glorioso, e che pareva dicessero: «Se siamo così valenti al bersaglio, figuratevi poi in battaglia!» e lessero tutti i cartelli patriottici, con cui fino gli osti cercavano d’incoraggiare a bere il loro vino e la loro birra.
Come ebbe veduto tutto ciò, ed ebbe le orecchie intronate da qualche migliaio di colpi, parve al marchese d’essersi divertito abbastanza; anche la marchesa Giulia fu precisamente del suo parere. Ma intanto avevan perduto di vista gli altri della brigata; e dopo averli cercati un pezzo, si diressero alla locanda dove eran scesi la mattina, credendo di trovarceli. Enrichetta in quel mentre, col suo cavaliere e con don Emanuele, era andata a sedere a un tavolino in una baracca di legno, ch’era una specie di caffè. Poi il marchese Giorgio aveva voluto andar in cerca di suo padre e di sua moglie, che non vedeva spuntare da nessuna parie; s’era dilungato alquanto, e non gli era stato facile, tra quel viavai di gente, di tornar così subito al tavolino dov’era aspettato. Il momento era parso assai opportuno a don Emanuele per offrire il braccio alla signora Della Valle, e mettersi in cerca anch’essi dei compagni smarriti; così in breve la brigata fu divisa in tre, e non le fu possibile di riunirsi per tutto quel giorno. Il marchese Antonio, rimasto un pezzo alla locanda inutilmente, s’era deciso di portarsi alla stazione della strada di ferro, dove forse avrebbe trovati i suoi figli con la signora Della Valle. Il marchese Giorgio girò per un paio d’ore dal bersaglio alla stazione, e dalla stazione alla locanda, senza imbattersi in nessuna delle due coppie che cercava. Enrichetta, appena s’accorse d’essere rimasta sola con don Emanuele, aveva voluto montar in vettura e farsi condur subito alla locanda; e saputo dal portinaio che il resto della comitiva era ripartito per la stazione, aveva fatto proseguir la vettura di galoppo, mentre don Emanuele cercava di avviare un discorso a cui il rumore delle ruote faceva una concorrenza invincibile. Giunta alla stazione, Enrichetta scese dalla vettura rapidamente, corse nella sala d’aspetto, e non vi trovò alcuno: il convoglio era partito, e bisognava aspettare un paio d’ore prima che ce ne fosse un altro.
Don Emanuele, a cui non era sfuggita quella trepidazione d’Enrichetta, pensò tra sè che la strada d’una volta non era tutta a rifare, e gli fu allora meno difficile di cambiar tono, cercando di ispirarle una certa fiducia, una certa tranquillità. Bisognava aspettar due ore! A quell’annunzio Enrichetta si trovò a un tratto abbandonata da quelle poche forze che aveva tenute riunite fin lì; vide una breccia in quei propositi dietro cui s’era riparata in quel giorno e nei giorni precedenti, e le parve sovrastarle un destino contro il quale non le fosse più possibile lottare.
Don Emanuele le offrì il braccio. Dinanzi alla stazione c’era un lungo viale, con due filari d’alberi, che conduceva in città; Enrichetta percorse più d’una volta quel viale, taciturna, appoggiata al braccio di don Emanuele che, richiamandole i giorni passati, prese per la prima volta a svelarle, con parole delicate e sommesse, il significato secreto della sua amicizia e della sua assiduità. Quel richiamo al passato risvegliava nell’animo d’Enrichetta più d’una memoria penosa; le rammentava i giorni dell’umor triste e cupo di suo marito; le rammentava le volte in cui una sua parola d’affetto era rimasta senza risposta, o ne aveva trovata una non curante o aspra; le risvegliava tutte le scene più dolorose che avevano riempita la sua anima di dolore e di spavento. E intanto le parole di don Emanuele la ravvolgevano come in un’atmosfera fine e soave, e la trascinavano nel mondo di quei sogni dorati tra cui s’era dischiusa la sua giovinezza. In quel punto le pareva quasi d’appoggiarsi al braccio di quel compagno, ch’ella aveva sognato, buono, gentile; d’essere in colloquio confidente con lui; e dimenticando d’essere vicina a don Emanuele, le pareva d’abbandonarsi all’estasi d’una felicità legittima e santa.
Dal viale erano giunti sulla strada principale che conduceva alla locanda dov’erano scesi la mattina. Don Emanuele s’accorse che Enrichetta era sfinita e che appena si reggeva; ebbe timore che svenisse, e sorreggendola la condusse fino alla porta della locanda a cui si saliva da alcuni scalini.
Don Emanuele ed Enrichetta ne avevano appena salito uno, quando si videro comparire dinanzi una comitiva che usciva in quel punto dalla locanda. Eran della comitiva tre uomini piuttosto in là con gli anni, e due signore, che non facevan torto, in quanto agli anni, ai loro cavalieri; gente di Milano che don Emanuele aveva veduto più volte e di cui conosceva alcuno di nome. La comitiva fece atto di fermarsi e d’osservare, con una grande curiosità, quei due compatriotti che avevano riconosciuto. Don Emanuele cercò di cansare quell’incontro; ed Enrichetta, che non se n’era avveduta, nel seguire la mossa improvvisa e brusca di don Emanuele, sentì il rumore di qualcosa che in quel punto le cadeva a terra. La sua mano corse alla catenella che le scendeva sul petto e la trovò spezzata. Un brivido di spavento le strappò un grido; si tolse con forza dal braccio di don Emanuele e, chinatasi a terra, vide e raccolse il coricino che portava sempre con sè, che aveva la sera del suo matrimonio; il coricino in cui c’era il ritratto di sua madre, e che sua madre morente le aveva dato dicendole: «Tienilo sempre con te.... ti ispirerà a nome mio un consiglio nei momenti difficili della vita.... ti porterà fortuna.»