Quella breve illusione d’un’ora, quel sogno lusinghiero e fatale, svanirono a un tratto. Enrichetta passò la mano sulla fronte come se in quel punto un bel raggio dell’aurora le avesse dischiuse le ciglia; riunì le sue poche e ultime forze; cercò di atteggiare per un minuto alla calma e al sorriso il suo volto pallido e sofferente; e rompendo per la prima volta in quell’ora il suo lungo silenzio: «Don Emanuele,» disse «è una sacra memoria questo coricino!... Il pensiero d’averlo perduto m’ha messo uno spavento!... Oh! come mi sento stanca!... È il solito di quando mi spavento!... Ma vediamo che non ci passi una seconda volta l’ora di partire. Giulia e il marchese ne sarebbero inquieti. Ritorniamo alla stazione....»

Don Emanuele che sapeva resistere alle tentazioni quando vedeva il frutto immaturo, da quel momento non s’occupò che della stanchezza d’Enrichetta, e per tutto quel giorno non riprese più il discorso di prima. Giunti alla stazione, i primi in cui s’imbatterono furon proprio quei cinque compatrioti che poco prima avevano veduti uscire dalla locanda. I tre signori e le due signore anche questa volta si fermarono ad osservarli con una curiosità ancor più avida e contenta; poi si misero a parlar piano tra loro, a far gesti di maraviglia, a toccarsi con le gomita, e a guardarli da capo. Insomma si capiva che quei cinque cominciavano ad esser contenti del loro viaggio, e che finalmente dicevano tra loro: «Abbiamo speso bene i nostri denari.»

XII.

Una nuova descrizione della Svizzera — ce ne son tante! — avrebbe messo in un bell’impegno e in un bell’imbarazzo quei nostri cinque viaggiatori che abbiamo lasciati così contenti dei fatti loro. Essi dunque, che quando li abbiamo veduti eran già sulle mosse per tornare a casa, avevano cominciato a levarsi l’impiccio della descrizione, col dire tra loro che in fin dei conti s’era veduto poco di bello, e che la Svizzera, tutto sommato, era un paese come gli altri. L’incontro di don Emanuele venne dunque a proposito per cambiare in parte il loro umore e i loro giudizi. La descrizione della signora Della Valle e del marchesino Renica che a braccetto entravano nella locanda, e che poi si mettevano in viaggio per chi sa dove, soli e felici come due colombi, servì loro di descrizione della Svizzera, e di risposta a quanti domandavano «cosa avete veduto di bello?»

La Svizzera, veduta sotto questo nuovo punto di vista, trovò nuovi curiosi e nuovi amatori. Furono molti quelli che volevano sentire una descrizione minuta; e saputala, la ripetevano ad altri, e facevano proponimento anch’essi d’un viaggetto ogni anno. Uno de’ primi a risapere la storiella, che in pochi giorni era già diventata un romanzetto, fu don Gilberto, il quale poi andò diviato a raccontarla a Castelrenico in casa del marchese, facendone delle gran risate, e ripetendola più d’una volta come una cosa che lo divertiva moltissimo.

Enrichetta, che non aveva seguita a Castelrenico la famiglia del marchese, e ch’era tornata alla vita modesta di casa sua, non aveva saputo d’esser sulle bocche di tanta gente, e d’esser lei in quel momento l’eroina alle cui spese c’era chi teneva la lingua in esercizio, e chi faceva bella mostra di spirito o di virtù. Appena a Milano, ella aveva dichiaralo a suo padre, in un modo più deciso e risoluto del solito, la volontà di non metter di mezzo altri indugi, e di raggiungere suo marito al più presto. Giovanni, che su questo proposito teneva sempre in pronto una buona provvista di ragionamenti belli e fatti, ragionamenti in cui erano preveduti e risolti tutti i casi, si trovò questa volta, con sua maraviglia, arrivato in fondo della provvista senza aver convinto per nulla Enrichetta. Allora ne scrisse a Massimo in tono allarmato; e Massimo rispose lettere sopra lettere, ora al socero, ora a Enrichetta, facendo loro coraggio, e pregandoli tutti e due ad aver pazienza ancora per un poco, tanto più che gli avevano rinfrescata la speranza d’una destinazione meno lontana.

«È un gran dire!» pensava di tanto in tanto Giovanni tra sè «questi tali che viaggiano tornano a casa tutti con un muso lungo un palmo! Ne ho veduti a bizzeffe, e tutti così! Anche Enrichetta, dopo che è stata in Svizzera, non è più lei. Prendono come l’aire, e non sanno più star fermi. Ne’ panni d’Enrichetta, dopo essere stato in giro per due mesi, non mi parrebbe vero di mettermi quieto a casa mia. Ma signor no! C’è il diavolo addosso, e bisogna andare, andar di nuovo, andar sempre! La vuol essere una faccenda seria!... con quei bei complimenti poi che capitano laggiù.... Ma già se tra un mese o due non c’è questa benedettissima traslocazione, non ci si scappa! E poi dicono: — Il signor Giovanni non sa moversi da Milano! non sa allontanarsi dalla guglia del Duomo! non è mai andato a vedere da che parte nasce il sole! — Ma Giovanni intanto, rispondo io, è sempre d’umore eguale, non fa stravaganze, non ha musi lunghi.... Giovanni resta a casa sua, lo ammetto, ma sa lui quello che si fa!»

Queste, come si vede, eran tutte allusioni ad Enrichetta; e ogni volta che ci tornava sopra batteva e ribatteva il chiodo, ben inteso sempre tra se stesso, non solo sul punto dell’umor poco eguale, ma anche su quello delle stravaganze.

«Per bacco! una volta in questa casa era un viavai di gente da mattina a sera che non finiva più; più ne veniva e più se ne voleva! Adesso, le circostanze son mutate, è vero; ma che poi non s’abbia a veder proprio più nessuno all’infuori di quei due o tre tagliati giù più alla carlona, la mi pare una stravaganza bella e buona! Eppure è così. Il portinaio è obbligato a dir sempre che la signora Della Valle non c’è.... e che la bugìa vada pur sul conto di chi si vuole, non importa!... Ma domando io, se per esempio capitasse qualche amico di Massimo, o qualche persona di riguardo, o, per dirne una, don Emanuele.... quel caro don Emanuele che mi voleva tanto bene, e che mi par mill’anni di non vederlo! Una volta, non si faceva nulla senza di lui.... adesso anche lui in fascio con gli altri, a discrezione del portinaio! Le donne.... sono volubili.... volubili!...»

Che cosa poi non avrebbe soggiunto se gli fosse capitato in mano un biglietto di visita di don Emanuele, ch’era venuto per salutare lui e sua figlia, proprio in quei giorni in cui Giovanni faceva tra sè quei ragionamenti. Tanto più che don Emanuele aveva scritto sul biglietto, con la matita, che partiva, che non sapeva quando sarebbe tornato, e che se ne andava dolente di non poter fare in persona i suoi saluti alla signora Della Valle e al signor Figini.