Giovanni, che in quest’argomento delle visite, passando dai soliloqui ai dialoghi, aveva continuato con Enrichetta a batter il chiodo, non tardò ad avere un improvviso trionfo; e a un tratto con sua gran soddisfazione ottenne che il portinaio avesse una consegna meno severa. «Ah!... le ragioni sono ragioni, e le stravaganze sono stravaganze!» prese allora a dire tra sè Giovanni molto soddisfatto. «L’avevo sempre detto io!... e credo che un po’ di gente, un po’ di distrazione faranno del bene anche alla salute d’Enrichetta.... meglio forse della Svizzera, la quale adesso è di moda, ma... io già non ci ho fede!...»
Perchè don Emanuele, che aveva ancora un mese di permesso, era partito così subito? Questa domanda s’era fatta innanzi a Enrichetta più d’una volta, ed Enrichetta l’aveva cacciata come una cosa importuna; poi ci aveva risposto con impazienza: «Nulla di più naturale, per chi è soldato, d’una chiamata improvvisa.» Ma la domanda dopo qualche tempo si faceva innanzi di nuovo, ed Enrichetta per levarsela dal capo rispondeva qualcosa di più: «Immaginarsi!... il marchese Antonio quando tornerà dalla campagna parlerà subito della chiamata di suo figlio.... e per un pezzo non discorrerà d’altro.»
Il marchese, a suo tempo, venne a Milano. Enrichetta vide lui e la marchesa Giulia; li vide più d’una volta; discorse con loro della Svizzera, di Castelrenico e di mille cose, ma con sua gran maraviglia nessuno le parlò mai nè di don Emanuele, nè della sua partenza improvvisa.
Per saperne qualcosa noi, ci si permetta un passo indietro, e con due parole ci mettiamo al fatto di tutto. La partenza di don Emanuele era stata precisamente opera del marchese. Quando don Gilberto era capitato tutto giulivo a Castelrenico a raccontare le storielle che giravano per Milano, a proposito della famosa avventura di don Emanuele con la signora Della Valle, il marchese, contro il suo solito, aveva avuto l’aria di divertirsene pochissimo; e non l’avevano veduto ridere, come soleva quando trattavasi d’un’avventura o d’una scappata, vera o pretesa, di suo figlio Emanuele. Aveva anzi finito col fare una di quelle facce brusche che facevano pigliare il largo anche ai suoi più famigliari. Don Gilberto ogni tanto cercava di ritornare sulla storiella, ma il marchese si faceva più duro e stecchito, e non apriva bocca. Rimase così silenzioso per un giorno intero; poi fece chiamare nel suo studio don Emanuele, e parlando in terza persona, come soleva nei casi gravi, e sempre con quella faccia d’occasione che aveva da ventiquattr’ore, prese a dirgli press’a poco così: «Delle scappate se ne facciano fin che si vuole.... ma intendiamoci, scappate da gentiluomini!... Il sapere che la cosa di cui si discorre sia vera o non lo sia, è l’ultimo de’ miei pensieri. Ma non sarebbe l’ultimo se si dicesse che il marchese Renica invita in casa sua, a passarci un paio di mesi, una signora.... con la quale signora, suo figlio.... c’intendiamo! Questa signora, in un caso simile, sarebbe stata affidata dal marito all’onore del marchese Renica! C’intendiamo?... Qui comincia il punto sul quale non si scherza!... Il mondo è grande.... si faccia quello che si vuole, dove si vuole, ma in casa del marchese Renica no! Perchè in casa di questo signore, l’onore e la lealtà, che grazie a Dio son due vecchi amici di famiglia, non potrebbero far da comodino a chicchessia. Questo sarà bene tenerselo a mente, e metterlo in pratica anche in avvenire! Intanto, bisognerà prepararsi a far finire questo permesso prima del tempo. Così la famiglia potrà tornare a Milano; la signora Della Valle potrà tornare in casa Renica, come al solito, e le lingue lunghe potranno restar servite altrove per farci il loro mestiere.» Ciò detto, senza aspettar risposta o giustificazioni, piantò lì don Emanuele, e uscì di stanza, conservando la faccia seria e tirata, e per di più abbottonandosi fino al bavero; operazione che di solito faceva subito dopo aver presa una deliberazione grave, o dopo aver dato un ordine che non ammettesse osservazioni. Quel giorno stesso poi il marchese aveva scritto una lettera a quel generale che aveva don Emanuele per aiutante, e ch’era un uomo un poco del suo stampo, tirato come lui, e suo grande amico. Pochi giorni dopo un ordine urgente richiamava don Emanuele in servizio.
Ora che ci siam messi in regola con gli avvenimenti, riprendiamo il filo dove l’abbiamo lasciato. Abbiam detto che Enrichetta aveva osservato con una certa maraviglia che in casa Renica nessuno parlava nè di don Emanuele, nè del suo richiamo improvviso. Continuando, aggiungeremo che, con una certa maraviglia, e del resto con sua gran soddisfazione, essa vedeva il marchese Antonio e la marchesa Giulia accettare con un’insolita facilità le scuse e i pretesti ch’essa aveva pronti a ogni loro invito. Li vedeva sempre premurosi e cortesi con lei; ma pareva quasi che tacitamente la secondassero nel suo desiderio di vivere sola e ritirata, e soprattutto di lasciarsi condurre il meno possibile in casa Renica. Ogni volta che passava la soglia di quella casa, il cuore le batteva violentemente; sentiva come di perdere tutte le forze del suo animo; sentiva ad un tratto svanire i pensieri, i propositi più cari maturati nella quiete della sua cameretta; proprio come in quel giorno malaugurato della passeggiata sul viale. Quanto non aveva essa temuto che dopo due mesi di vita intima e comune non le fosse possibile di mettersi col marchese e con l’amica in tutt’altri rapporti! Quanto affanno non le aveva dato il solo pensarci! E ora che su questo timore vedeva di poter mettere il cuore in pace, se ne compiaceva tanto, che non si curava di rifletterci, di cercarne le cause, perchè pure c’era qualcosa di diverso dal solito; e scordava perfino la sua prima maraviglia.
Questa quiete che a poco a poco le scendeva nell’animo, la rendeva più rassegnata a sopportare gl’indugi e ad ascoltare con pazienza i ragionamenti di suo marito e di suo padre; il quale, vedendo quell’improvvisa bonaccia e pensando alle burrasche passate, ogni tanto diceva tra sè: «A capir le donne, lo confesso, non ci arriva neanche Giovanni Figini!» E l’inverno passò così. Intanto però s’era fatto un passo e s’era deciso che, ci fosse o non ci fosse il traslocamento, a primavera si doveva raggiungere Massimo.
Non è a dire che assiduo lettore della Gazzetta Ufficiale fosse diventato il nostro Giovanni. Leggeva al caffè per delle ore, a uno a uno, filze di nomi che non finivan più. Non c’eran nomine, traslocamenti, posti vacanti in qualsiasi dicastero del regno che sfuggissero ai suoi occhiali. Ogni volta poi, dopo aver lette e rilette le quattro facce e i supplementi, e dopo non averci trovato nulla che facesse per lui, si vendicava del giornale dicendo a chi gli era seduto vicino: «È vuoto.... vuoto questo giornale!... e non è neanche ben scritto! Vediamo quest’altro qua che cosa dice....» e pigliatone un altro leggicchiava e scambiava con qualcuno qualche parola di politica. La politica del signor Giovanni, in quel punto, non era precisamente quella dei principii inesorabili di autorità a cui era stato fedele una volta, nè quell’altra delle aspirazioni audaci venuta dopo, quando l’impiego era andato in fumo: era una politica d’aspettativa, un poco scettica, e piuttosto neutrale; una politica insomma adattata a quel traslocamento che si faceva tanto aspettare.
I giorni intanto passavano e si facevano più lunghi e tiepidi; Enrichetta aveva cominciati i suoi preparativi, e Giovanni picchiava qualche pugno di più sulla Gazzetta e ne diceva corna senza ritegno. Ma un giorno un suo amico del caffè, lettore d’altri giornali, gli disse «che le cose, a parer suo, s’imbrogliavano; ch’era pronto a scommettere che c’era sotto una mano della Russia, ma che a ogni modo si andava a gran passi verso una guerra; a meno che tutto non fosse un artifizio dell’Inghilterra!» Giovanni ne fu colpito. Ci pensò su, e vide aprirsi un nuovo orizzonte. Da quel giorno non lesse più la Gazzetta Ufficiale; e tornando alla politica attiva, si mise anche lui a leggere i giornali dell’amico, e a commentarli in crocchio con una mezza dozzina d’avventori del caffè.
«La guerra!» diceva Giovanni a Enrichetta «tu non sei pratica della guerra! Punto primo, quanto al viaggiare, in tempo di guerra, è regola generale che non ci si pensi neanche. Sono i cannoni, i reggimenti, le fucilate.... son loro che viaggiano! E poi.... dopo le guerre ci son sempre de’ grandi avvenimenti. Quanta gente, dopo le guerre, non s’è veduta andare in su! in su!... Cosa sarebbe stato Napoleone primo, per dirne una, senza la guerra?»
Un giorno però i giornali lo fecero tornar a casa inquieto e sopra pensiero. Aveva letto che in quel paese dov’era Massimo, c’eran stati dei guai; c’era stata cioè una dimostrazione contro il sindaco; la folla era entrata a forza nel palazzo del municipio, e in mancanza del sindaco, aveva buttato fuori della finestra tutti i mobili e tutte le carte, facendo poi di tutto un falò in piazza in mezzo all’allegria generale. Il giornale che raccontava questa faccenda, parlava alto, e ne domandava stretto conto ai due colpevoli principali, ossia al Governo che non aveva prevenuta la dimostrazione, e al sindaco che non s’era lasciato trovare in uffizio. I giornali, per due o tre giorni, parlarono dell’accaduto in tutti i toni; e intanto che i lettori del caffè ne facevano i commenti, Giovanni si faceva piccino piccino, beveva in fretta la sua limonata calda, e se ne andava al più presto. A Enrichetta, dopo averci pensato su, non disse nulla; e invece scrisse a Massimo per sapere come stavan le cose. Ma il giorno dopo, a dirgli come stavan le cose, ci pensò ancora il giornale, e ci lesse un interpellanza che un deputato aveva diretta al ministro sui fatti di quel paese. Il deputato, dopo un grande elogio al patriottismo della popolazione, aveva parlato del contegno passivo, inerte dell’impiegato della sicurezza pubblica; contegno ch’era stato interpretato come una sfida al sentimento delle masse. Il ministro aveva con bel garbo rettificate alcune delle cose dette dal deputato, concedendo però che il contegno di quell’impiegato avrebbe potuto esser migliore, e lasciando capire che sarebbe stato rimosso. Le dichiarazioni del ministro avevano fatto buona impressione, e i deputati se n’erano andati a casa soddisfatti.