Con che poca soddisfazione però si fosse avviato a casa quel giorno per desinare il povero Giovanni, è facile pensarlo. Aveva fatto prima un lungo giro per le strade; era passato più d’una volta dinanzi alla porta di casa sua, prima di decidersi a entrarci, non sapendo come comparire dinanzi a Enrichetta senza farsi leggere in faccia tutta la storia. Alla fine s’era deciso di dire che era un poco indisposto e che non aveva appetito, tanto per tirare in lungo. «Domani poi» pensava tra sè «un qualche santo mi aiuterà.» Il giorno dopo capitò l’ingegnere Mevio, che aveva ricevuto da Massimo una lunga lettera in cui c’era tutta la storia, e di più l’incarico di dare a poco a poco a sua moglie e al socero una dolorosa notizia.

Il buon Mevio era venuto con una faccia così sconvolta, che pochi minuti dopo dovette legger la lettera tal quale per tranquillare Enrichetta e non lasciarle creder di peggio. Massimo raccontava minutamente nella lettera tutto l’accaduto; ripeteva tutte le domande, i dubbi, i ragionamenti che egli aveva dovuto far tra sè, in un baleno, quando s’era trovato all’improvviso dinanzi a un tafferuglio di quella fatta. Nella sua mente, diceva, eran passati alla rinfusa tutti gli articoli della legge e dei regolamenti, tutte le circolari dei ministri, tutti gli ordini del prefetto; la fermezza, la longanimità, la conciliazione, il dovere, ch’eran tutte cose ch’egli non doveva mai perdere di vista, avevan fatto una tal confusione nella sua mente in quel momento, da non saper più in che mondo si fosse. S’era ricordato che la severità aveva procurato una schioppettata a un suo antecessore, e una destituzione a un altro collega; e dovendo pur decidersi s’era deciso a pigliar le cose con le buone. Dopo esser rimasto dunque un poco tra il sì e il no, aveva cominciato a persuadere, a tranquillare uno, a pregare un altro; ma intanto che egli discuteva da una parte, dall’altra era stata sfondata la porta del palazzo municipale, ed era cominciata quella tal pioggia di carte e di mobili. Erano accorsi i pochi soldati che c’erano nel paese: il baccano era cresciuto, era stato tirato qualche colpo di fucile, ed uno della folla era rimasto morto. Il ministro aveva ordinato al prefetto un’inchiesta; gli accusati s’eran difesi col gettar la colpa sul morto, e siccome ci voleva un poco di colpa anche per un vivo, così s’era conchiuso che se il delegato della Questura avesse avuto sulle prime un contegno più fermo, le cose non sarebbero andate così innanzi. Dopo la qual conclusione, un telegramma del ministro traslocava il delegato Della Valle in un remoto paesello di Sicilia.

Tale era il contenuto della lettera di Massimo, e qual fosse il dolor suo, e quale poi la desolazione d’Enrichetta e di suo padre, dopo una simile lettura, è facile pensarlo. L’ingegnere Mevio aveva cercato sulle prime qualche parola di conforto e di speranza; ma poi quando si veniva al punto di cercare un rimedio, s’univa anche lui a Giovanni, e picchiava qualche gran pugno su un tavolino mandando a spasso la rassegnazione. Questo genere di conforto non era fatto per mettere pace nell’animo lacerato d’Enrichetta, e la poverina dovette appoggiarsi tutta a quel tenue filo delle sue forze, e domandare a se stessa tutto il coraggio di cui aveva bisogno per attraversare quest’altra prova, questo nuovo rigore della fortuna. Il marchese Antonio, appena udì la disgrazia toccata a Massimo, fece a Enrichetta mille proferte; promise di moversi, di parlare, di scrivere; e infatti aveva principiato, quando altri casi ed altri pensieri vennero ad occupare nel suo animo quel posto che avrebbe dato di cuore ai tristi casi della signora Della Valle.

La guerra! Questa parola ch’era oramai sulle bocche di tutti, aveva in pochi giorni levati vent’anni almeno dalle spalle del marchese Renica, e gli aveva dato un non so che di irrequieto, di baldanzoso, di impertinente, che lo faceva parere a’ suoi vecchi amici proprio tal quale di quand’era ne’ suoi anni più belli. Non parlava più che di cose militari, di piani di guerra, di busse, e rimpiangeva d’aver passati i trent’anni, e di averli compiuti in tempi in cui non aveva potuto seguire la sua vocazione, quella che avrebbe fatto di lui a quest’ora un generale di brigata almeno. «Fortunato Emanuele!» diceva con tutti. «Fossi ne’ suoi panni! A quel capo scarico capitan proprio tutte le fortune! Con occasioni simili, vedrete che carriera farà! Così giovane! sarà l’onore della famiglia, lui, quel capo scarico!» Poi scriveva a suo figlio delle lunghe lettere, e non lasciava veder le risposte a nessuno «per conservare il secreto sulle cose di guerra,» le quali cose eran quelle, ben inteso, che poteva sapere un sottotenente di cavalleria. Il marchese Antonio, alle prime notizie d’armamenti straordinari che faceva il Governo, s’era messo sul piede di guerra anche lui, cioè aveva fatto ripulire le sue armi e ne aveva comperate delle nuove; ogni sera poi, prima di cominciare la partita a tarocchi, non la finiva più di mostrarle, di farle ammirare, di far scattare i grilletti e di pigliar di mira, fingendole nemici, tutte le statuine di porcellana che stavano accampate sul cammino e sui tavolini della sala. Il consigliere Rocca allora non mancava mai di raccontare qualche caso lacrimevole, avvenuto in grazia d’armi credute vuote e che eran cariche.

Nè la nuora nè il figlio Giorgio si lasciavano troppo commovere dall’entusiasmo guerresco del marchese Antonio. E l’una e l’altro, quando principiava il discorso della guerra, perdevano le parole e correvano col pensiero a don Emanuele. Più d’una volta non avevan saputo nascondere al marchese Antonio i loro timori, le loro apprensioni; ma il marchese tagliava corto e rispondeva di solito con una strapazzata: «Che ubbìe son queste! Non c’è di peggio che far di questi pensieri per portare sfortuna a uno! Si va alla guerra come si va a una festa da ballo, e allora le cose finiscono bene!... Eh! pur troppo una disgrazia in guerra può capitare a tanti.... ma non è detto per questo che la deva capitare proprio a uno! Certi pensieri, in certi momenti, non son permessi! E se vengono, si caccian via!...» Però dopo aver detto così, si abbottonava in quel modo, sino al bavero, e andava a pigliar aria come se avesse bisogno anche lui di aiutare qualche suo pensiero a uscirgli di capo più in fretta.

In mezzo a questa nuova commozione degli animi che ogni giorno si faceva più viva, più generale, che riuniva tutti e governanti e governati in un solo, in un grande pensiero, chi avrebbe potuto ascoltare le ragioni di Massimo? Chi avrebbe potuto badare al povero delegato di Questura, che s’avviava miseramente alla sua lontana destinazione, e alle lacrime della sua povera famiglia che rimaneva senza conforto, senza consiglio?

XIII.

Tre mesi dopo ci fu la battaglia di Custoza. Le notizie che d’ora in ora venivano dal campo, dopo quella triste giornata, mutavano mano mano in certezza i timori, in lutto l’ansia di tante e tante famiglie; rompevano il fascino dell’entusiasmo e della fiducia nella fortuna, così spesso nemica di chi l’accoglie come un’amica troppo sicura.

Anche il dolore ha qualche volta chi lo guarda con desiderio e con invidia. Il marchese Renica, rimasto tre giorni senza nuove di suo figlio, cupo e silenzioso, volgeva le spalle con impazienza a chi, colpito da quella grande sventura nazionale, sfogava un dolore che era il dolore di tutti. Quel dolore avrebbe voluto poterlo avere anche lui e subito; era un dolore che secretamente invidiava; ma poi, stizzito anche di questo sentimento che gli pareva meno nobile e generoso, ma che cacciato ritornava con una tetra insistenza, fuggiva i suoi di casa, fuggiva tutti, passando solo nella camera delle ore insoffribili, eterne.

Una voce sinistra era stata ripetuta presto per la città sul conto di don Emanuele, ma non era giunta in casa Renica. Gli amici del marchese eran venuti più volte a domandare al portinaio della casa se c’eran notizie. Avrebber voluto salir le scale e domandarne al marchese; ma poi, dopo esser rimasti lì a pensarci su qualche minuto, se n’erano andati per la loro strada dicendo tra sè: «Se non si sa niente, è segno che non c’è niente.» Ma intanto le voci sinistre si facevano più insistenti. Si parlava d’una lettera d’un uffiziale in cui si diceva che tra i morti di quella triste giornata c’era Emanuele Renica. Don Gilberto e l’ingegnere Mevio erano subito andati in traccia di questa lettera, ma non n’eran venuti a capo, e anzi era parso loro che tutto fosse una favola. Altre voci dicevano invece che Emanuele era ferito, altre che era prigioniero, altre ch’era sano e salvo e che l’avevan veduto il giorno dopo la battaglia. Chi l’aveva veduto? Un soldato, dicevasi, del suo reggimento, capitato a Milano, il quale aveva parlato con un medico militare, dicevano alcuni, o con un uffiziale, dicevan altri, o con un signore che ora indicavano, ora non sapevano chi fosse. Gli amici del marchese si mettevano su tutte queste tracce; ma nè il medico, nè l’uffiziale, nè il signore ne sapevano nulla.