Il marchese intanto ignorava tutte queste angosce de’ suoi amici, ma ne aveva una lui nel cuore ch’era più grande di tutte. Finalmente, la mattina del quarto giorno, don Gilberto con la faccia ilare, e tutto festoso, entrò nello studio del marchese Antonio, fece chiamar Giorgio, la marchesa Giulia, e gridando «buone nuove! buone nuove!» raccontò che un uffiziale di stato maggiore, col quale aveva parlato in persona poco prima, gli aveva detto di non aver sentita nessuna cattiva notizia a proposito di Emanuele, e che anzi gli era parso d’averlo veduto il giorno innanzi tra un gruppo di uffiziali; poi gli aveva nominato il villaggio sulla riva destra del Mincio dove Emanuele si trovava probabilmente in quel momento. Queste parole fecero trasalire il marchese Antonio, che con sorpresa di don Gilberto, di Giorgio e della marchesa Giulia si fece ancor più pallido e cupo di prima. «Dunque son corse delle cattive nuove!» pensò il marchese tra sè; e appena don Gilberto ebbe finito di ripetere una volta ancora tutto il racconto dell’uffiziale di stato maggiore, il marchese Antonio disse a un tratto che sarebbe partito quel giorno stesso, per andar lui a cercar di suo figlio, e per vederlo co’ proprii occhi. In queste poche parole del marchese c’era stato qualcosa di così solenne e di così triste, che nessuno aveva avuto più il coraggio di aggiunger altro, nè di rallegrarsi delle buone notizie portate da don Gilberto.
Il marchese Antonio, pochi minuti prima di partire, stava riponendo in fretta alcune carte nelle cassette d’una scrivania, quando a un tratto un passo greve e sconosciuto, che sentì nella stanza vicina, gli annunziò la venuta di qualcuno. Levò gli occhi verso l’uscio bruscamente, con un piglio che esprimeva a un tempo il corruccio verso l’importuno che veniva, e l’ansia di sapere chi fosse. L’uscio si aperse: era un soldato di cavalleria. Il marchese lo fissò, lo riconobbe, balzò in piedi, fece per pronunziare una domanda, tese le braccia verso il soldato come per dirgli «parla! parla!» ma gli si offuscarono gli occhi e quasi svenne. Il soldato, ch’era l’ordinanza di don Emanuele, teneva in mano un involto e un elmo pesto e rotto. Ci fu un lungo silenzio. Il marchese era rimasto con le mani nei capelli e con gli occhi spalancati e fissi al suolo. Il soldato, nell’asciugare una lacrima col rovescio della mano, alzò timidamente lo sguardo sul padre del suo antico uffiziale, col timore in cuor suo d’aver detto troppo in una sol volta.... e non aveva detto ancor nulla! Alla vista di quel signore d’aspetto così severo, di que’ capelli bianchi, che irti e scomposti gli circondavano la testa come un’aureola del dolore; alla vista d’una desolazione così grande, che sul volto di quel vecchio pareva ancor più sacra e maestosa, il soldato, compreso di rispetto, portò la mano alla fronte, e rimase diritto e immobile nella posizione del saluto. Quando il marchese si scosse, e i suoi occhi poteron vedere, allora poterono anche piangere, e il suo primo atto fu di stringere nelle sue braccia il soldato, e di appoggiare la fronte dove forse l’aveva appoggiata suo figlio prima di morire.
Enrichetta era a letto da più giorni con una febbriciattola che ormai le ripigliava ogni tratto, quando suo padre stravolto, costernato, venne a dirle, tutta in una volta, la nuova ora sicura della morte di don Emanuele. Il buon Giovanni ne era così fortemente addolorato, che in cuor suo se la prese un po’ con sua figlia per non aver potuto in tutto quel giorno strapparle di bocca una parola di dolore che facesse eco al suo. E fu lo stesso nei giorni seguenti: egli cercava tratto tratto con qualche esclamazione o con qualche parola di rimpianto di tornare col discorso sul povero don Emanuele; ma Enrichetta taceva sempre. Allora egli se ne andava indispettito, e borbottando tra sè di nuovo tutto quello che aveva pensato più d’una volta sulle stravaganze delle donne. Finchè una mattina, e fu pochi giorni dopo, Enrichetta levatasi, disse a suo padre, che si sentiva assai meglio, che le pareva proprio d’essere pressochè guarita, e che era decisa di approfittarne subito per seguire un proposito che aveva in cuor suo, quello di raggiungere senza altri indugi il marito. Si pensi come cascasse dalle nuvole Giovanni a un simile discorso. Sulle prime ci credette poco, fece le viste quasi di non badarci; ma Enrichetta insisteva e con un tono risoluto, insolito in lei. Allora prese a maravigliarsene e a gridare ch’eran pazzie; poi dalle maraviglie passò ai ragionamenti, pigliando la cosa un po’ con le buone e un po’ facendo il burbero; ma tutto fu inutile. Enrichetta era calma e risoluta; i ragionamenti, l’affanno di suo padre le davano una commozione di più, ma lasciavano ferma e intera la sua risoluzione. «Ho indugiato abbastanza!... ho mancato abbastanza al mio dovere.... al dovere di seguire mio marito fin dal primo giorno!... Che moglie son io? Se mio marito si trova tra gli stenti, tra i pericoli, il mio dovere, il mio desiderio non è quello forse di dividerli con lui?...» Queste eran le sole parole che Giovanni aveva potuto avere in risposta, e intanto vedeva ogni giorno sua figlia disporre le sue cosucce per partire davvero, e ben presto.
«Partire.... partire è presto detto!» esclamò un giorno finalmente Giovanni, che aveva sperato in questa faccenda di non dire la sua ultima ragione, e di risparmiare a sua figlia, fin che l’avrebbe potuto, una cosa tanto amara. «Tu non sai che l’impieguccio del povero Massimo non sarebbe bastato a farlo vivere in questi due anni!... C’eran de’ debitucci quand’è partito.... e poi s’è dovuto spendere per mandargli quelle poche masserizie.... e s’è dovuto viver noi.... ci fu anche questa muta.... e il povero Massimo non li aveva i quattrini per andare fin laggiù.... gli hanno dato venti centesimi per chilometro! Dunque cosa s’è dovuto fare? Quel pochino del mio che avevo messo da parte.... se ne è andato quasi tutto!... Ora, per fare un viaggio di questa sorte, dove li troverai tu i denari?... perchè ce ne vuole un monte!... e io, pover uomo, vorrei averli.... ma non li ho!...»
«Oh, troverò bene qualcuno che faccia la limosina a una povera donna che vuol morire vicino a suo marito!» esclamò Enrichetta con un accento così straziante che il povero Giovanni ne fu spaventato, e buttatosi nelle braccia di Mevio, ch’era capitato in quel punto, gli andava dicendo ansiosamente: «Ho fatto male a parlar così?... ma pure è la verità!... oh, aiutateci voi!... dite voi cosa deve fare questo pover uomo!»
L’ingegnere Mevio, cascato in mezzo a quella scena di dolore senza esserci preparato, era rimasto lì senza parole, afflitto e imbarazzato anche lui, cercando, ma non trovandoci un rimedio. Per quella volta dovette accontentarsi di mettere assieme poche parole di conforto, che poi gli parvero, ripensandoci, le parole più scipite di questo mondo; ma stizzito giurò a se stesso di far qualcosa di meglio, e mantenne la parola.
Pochi giorni dopo infatti ricomparve con la faccia contenta d’un uomo che s’è tolto un peso giù dalle spalle, e che viene a dire: «Ho trovato il bandolo!»
«Insomma, cari miei,» prese a dire Mevio, «a quel che è stato non pensiamoci più. Su, fatevi animo.... mettiamoci un poco tutti di buon umore! Dovete sapere che nel pensare a quell’imbroglio che vi affliggeva tanto l’altro giorno.... a un tratto m’è proprio piovuto, come si suol dire, il cacio sui maccheroni. Un tale è venuto a portarmi una sommerella.... una certa sommerella che non credevo d’aver così presto; ed eccola qui. Ora siamo a cavallo: la signora Enrichetta potrà fare il viaggio quando le torni, potrà raggiunger suo marito, come è ben giusto.... ma non facciamo complimenti! questa volta comanda Mevio, oh per bacco!... È una sommerella sulla quale non contavo, capite! dunque me la restituirete quando vorrete. La fortuna gira: fin qui la vi è andata male, adesso vedrete che la si cambierà!... Quanto a voi, Giovanni, perchè ho pensato anche a voi, sarà meglio che restiate qui; così facciam le cose una per volta. Il viaggio costa caro.... e poi, cosa fareste laggiù?... Nell’amministrazione del marchese c’è un lavoro straordinario da fare, come vedrete a suo tempo, e si è pensato che voi sareste proprio l’uomo fatto apposta! Sicuro!... Al marchese ne ho già parlato, e lui ne è contentone....»
«Dite davvero?»
«Datemi la mano! Dite di sì, e la cosa è fatta!»