«Eh!... il marchese!... è un uomo fine quel marchese!» osservò Giovanni. «Si vede che sa conoscere gli uomini, perchè....»

«Buon Mevio! Oh quante buone azioni lei fa in una volta!... se sapesse!... mi perdoni s’io non ho parole....» andava dicendo Enrichetta.

«Cerimonie! cerimonie! Cosa dice mai, signora Enrichetta!»

«Perchè» continuava Giovanni «convengo anch’io che nell’amministrazione del marchese un uomo, come direbbero, del mio stampo è necessario! Perchè, scusate, Mevio, ma nello studio del marchese ho veduto dei registri con certe intestature, in una certa calligrafia che.... diciamolo, non è al livello della casa!... Mentre io.... vedrete! conservo ancora alla mia età un gotico col quale sfido qualsiasi giovane!...»

E di questo tenore chiacchierarono per un pezzo. La sommerella offerta da Mevio fu accettata, e nessuno andò a cercare come l’avesse avuta. Enrichetta, aiutata da Mevio, fece il piano del suo viaggio; Giovanni fece quello della sua permanenza, e trovò un’idea, quella di mettersi a dozzina dal suo amico Ambrogio. Alla fine Mevio se ne andò, le mille volte benedetto, tra i sorrisi, i ringraziamenti e gli augurii che si scambiarono a vicenda. Un po’ di consolazione era così ricomparsa nella casa d’Enrichetta. Era ricomparsa per rimanervi?...

Fissato il giorno della partenza, Enrichetta scrisse a Massimo, e principiò a dar assetto alle cosucce che avrebbe portate con sè e a quelle che lasciava a suo padre. Si sarebbe detto che non avesse più altri pensieri; si sarebbe detto che la natura le avesse dato una forza che non aveva avuto mai. Non c’era più traccia di quel languore che pochi giorni prima pareva la consumasse: c’era in lei una vigoria, un ardore, un impeto di volontà affatto perduti da un pezzo, e che nel riaccendere i colori spenti del suo viso le davano l’espressione d’una nuova beltà. Suo padre si congratulava in cuor suo d’una guarigione venuta così a tempo; non aveva più timori per il viaggio, e nel vedere la sua figliola affaccendarsi a quel modo, e far tutto di così buona voglia, trovava altrettanti argomenti per quietare l’animo suo e per rassegnarsi a quella separazione. Il bambino d’Enrichetta, che oramai aveva quattr’anni, sapendo di dover partire anche lui, per non perder di vista la mamma a buon conto le trotterellava dietro fin d’ora, a ogni passo, nell’andare e venire ch’ella faceva per le stanze da mattina a sera.

In capo a una settimana Enrichetta fu pronta a partire. Aveva disposte con previdenza amorosa tutte le cosucce che potevano abbisognare a suo padre, e messo in bauli e casse quel tanto che poteva portare con sè per rendere meno grave il piantar casa nella sua nuova dimora. A queste cure, a queste fatiche non aveva dato altro riposo che la notte, e allora la stanchezza veniva a chiuderle benefica gli occhi. Qualche povero avanzo delle mussole e delle trine che una volta eran passate maestosamente dinanzi alla folla degli ammiratori in una festa, e che ora giacevano sciupate, dimenticate tra le cianfrusaglie d’un cassettone, nel ricomparire avevano evocato d’improvviso qualche rapido richiamo.... richiamo che Enrichetta aveva subito cacciato, soffocato, togliendo gli occhi da quei poveri cenci, e ritornando dov’era più affaccendato il tramestìo della casa. Una voce secreta guidava Enrichetta in ogni atto, in ogni parola, sebbene a lei paresse di non aver più in mente che un solo pensiero, quello di partire, e nel cuore un solo dolore, quello di lasciar suo padre. Quella voce secreta le ripeteva di fuggir lontano; le diceva che sotto altro cielo avrebbe cominciata una vita nuova, più tranquilla e forse più felice; le diceva pure che là avrebbe potuto anche rivolgere alle rimembranze del passato un mesto pensiero, perchè là, e non altrove, quel pensiero sarebbe stato un pensiero d’addio!

Enrichetta ubbidiva a quella voce; ma l’ultimo giorno, la vigilia della partenza, le poche sue forze non la sorreggevano più. Non le rimaneva che qualche ultima faccenduola, e tra l’una e l’altra metteva de’ lunghi intervalli, lasciandosi cadere su una poltrona, e cercando d’esser lasciata sola nella sua camera. Nel riandare col pensiero a una a una le cose fatte in quei giorni, si ricordò d’uno stipetto in cui doveva aver riposto qualcosa di cui s’era dimenticata. Si rizzò lentamente, cercò lo stipetto, l’apri, ci trovò alcune lettere di qualche amica, poi degl’inviti, qualche cianfrusaglia, e un involto piegato con cura e legato da un nastrino di seta. Nello spiegare l’involto si ricordò di ciò che ci aveva riposto: era una rosa di nastro turchino da cui scendevano due lunghi capi di seta. Enrichetta prese quella rosa e quei nastri, e ricadendo nella poltrona, li pose sulle ginocchia, e stette a guardarli lungamente. Le sue pallide guance si riaccesero a un tratto.... Quali pensieri le irradiavano la fronte, e la rendevano in quel momento bella come una volta? La sua mente errava come in una visione; le pareva di udire la piccola orchestra che in un angolo della sala del marchese accompagnava le ultime danze d’una festa; la festa s’era diradata; sul viso dei rimasti cominciava a scendere come un velo il pallore della fatica; eppure ognuno raddoppiava le sue forze; le danze continuavano meno ordinate ma più gaie, e pareva nata in tutti un’intimità maggiore dell’usato. Un ballerino provetto dirigeva con gravità le figure d’un cotillon, sviluppando in cento modi il tèma della dama che sceglie un nuovo cavaliere, e del cavaliere che cerca una nuova dama; il cavaliere prescelto, prima d’aver in premio un giro di valzer, veniva decorato dalla dama con un fiore alla bottoniera; i cavalieri poi, nel cercare la dama, le presentavano una rosa

di seta, da cui scendevano due lunghissimi nastri; e se la dama accoglieva il cavaliere, questi le appuntava la rosa alla spalla su quel pochino di manica concesso dall’abito scollato. Ecco venire con la rosa dai nastri don Emanuele, il cavaliere più elegante e desiderato della festa. Più d’una desidera in cuor suo d’esser prescelta.... e don Emanuele corre a offrir la rosa ad Enrichetta, e gliel’appunta con lo spillo; le passa il braccio intorno alla vita, la stringe a sè, e parte girando più volte la sala vorticosamente con lei. «Lasci appuntato quel nastro.... non me lo renda.... lo tenga in mia memoria....» le aveva susurrato don Emanuele, mentre i nastri svolazzando s’eran loro attortigliati dintorno e li avevano stretti in un nodo. Nella musica stessa della danza c’era qualcosa che trascinava, che seduceva; e ora quelle note ritornavano tutte nella fantasia d’Enrichetta, e le ridestavano a una a una le memorie di quella festa.... il bagliore de’ lumi, l’eleganza delle sale, lo sfarzo delle amiche, la ressa degli ammiratori, le parole adulatrici, le danze, don Emanuele, il nastro.... quel nastro, che ora aveva dinanzi, che teneva nelle sue mani, e che era proprio quello che le aveva appuntato don Emanuele.

«Lo tenga in mia memoria....» ripensò Enrichetta dopo aver passata la mano sulla fronte come chi si risveglia e cerca discernere dove finisca il sogno e dove ricomincino le realtà della vita. «Egli non c’è più!... Lo posso tenere questo nastro.... portarlo meco.... è una memoria... d’uno che non è più.... oh! sì, lo porterò meco...» E rizzatasi stava per riporre la rosa e i nastri in una cassettina da viaggio, quando udì i passi di qualcuno che veniva. Levò gli occhi, vide uno aprir l’uscio, e riconobbe il marchese Renica. Quanto era mutato!