Era quella la prima volta che il marchese Antonio usciva di casa dopo il giorno che abbiam veduto comparirgli nello studio l’ordinanza di suo figlio. Nessuno de’ suoi amici aveva potuto nè parlargli, nè soltanto vederlo: aveva però fatto chiamare l’ingegnere Mevio e gli aveva domandalo della signora Della Valle. L’ingegnere Mevio gli aveva parlato delle angosce d’Enrichetta e della sua decisione di partire. In que’ giorni tutto era venuto in uggia al marchese, tutto gli era insoffribile, fin la presenza d’un amico; ma quando gli balenò in mente il pensiero di salutare la signora Della Valle, di rivederla, sentì che il respiro gli si faceva più largo, e che gli scendeva nel cuore un primo sollievo. Il cuore gli aveva detto in quel momento che Enrichetta sola, e non altri, avrebbe capito il suo dolore. Ma che sarebbe egli andato a dire alla signora Della Valle?... Questo pensiero gli aveva suscitato nell’anima mille dubbi, lo aveva tormentato, combattuto; ma poi non aveva esitato più, ed Enrichetta se l’era veduto comparire dinanzi.

Enrichetta, a quella vista improvvisa, sentì una fitta al cuore come il giorno in cui suo padre era venuto a dirle la morte di don Emanuele. Si appoggiò a una sedia con la mano prima di poter movere un passo verso il marchese; ma quando si mosse, le fu più difficile ancora il non gettarsi nelle sue braccia. Il marchese Antonio le stese la mano, Enrichetta la strinse; nè l’uno nè l’altra poteron fissarsi negli occhi; nessuno dei due potè pronunziare una parola. Ma che rimaneva loro a dire?...

In quel punto udirono nella stanza vicina i passi di qualcuno che s’avvicinava. Il marchese strinse ancora una volta, e più fortemente, la mano d’Enrichetta, e fece atto di partire; ma Enrichetta con un gesto leggero della mano lo trattenne.... Alzò gli occhi, quasi domandasse al cielo una buona ispirazione; poi con un atto deciso e rapido andò a riaprire la sua cassettina da viaggio, ne levò la rosa coi nastri, e senza dir parola la consegnò al marchese. Il marchese s’accorse di ricevere un deposito, che da quel punto diventava cosa sua e sacra per lui; strinse una volta ancora la mano d’Enrichetta con l’espressione non solo del dolore, ma con quella dell’affetto, e nascose la commozione che oramai era più forte di lui, uscendo o piuttosto fuggendo rapidamente di lì.

In quel mentre entrava da un altr’uscio Giovanni, che veniva con una cera complimentosa per riverire il marchese. Non è a dire come rimanesse lì mortificato e goffo vedendo, dopo aver guardato due o tre volte all’ingiro, che il marchese non c’era più! Maledì in cuor suo quei pochi minuti che aveva creduto di impiegar così bene nel mutar l’abito e metter in sesto la cravatta, e che l’avevan tradito; poi, in tono piuttosto brusco, si rivolse a sua figlia. Enrichetta in un angolo della camera pareva tutta occupata da qualcuna delle solite faccenduole; suo padre le fece in un fiato cinque o sei domande, e stette ad aspettar la risposta.

Dopo aver asciugate in secreto due grosse lacrime, Enrichetta sentì scendere a un tratto nel suo cuore la pace serena d’una volta. Da quanto tempo non l’aveva più riavuta!... Com’era soave e benefica! Enrichetta rispose a tutte le domande di suo padre, gli rispose mettendogli le braccia al collo, e col suo bel sorriso, quello che da un pezzo nessuno le aveva più veduto. Il suo cuore le aveva detto finalmente che il passato era finito davvero, e ch’era principiato l’avvenire.

Il buon Giovanni, che, tutto considerato, ne capiva sempre meno, dopo una crollatina di capo riprese anche questa volta i suoi soliloqui sul tèma difficile del capire le donne.

XIV.

Partita Enrichetta col suo bambino, Giovanni cominciò a poco a poco ad assuefarsi al nuovo tenore di vita e alle nuove occupazioni che gli aveva procurate Mevio. Passava le giornate intere nelle stanze dell’amministrazione del marchese, ora chiacchierando con qualcuno, ora attendendo a qualche lavoruccio che gli aveva affidato Mevio, o facendo intestature nuove ai registri «con una mano di scritto che finalmente» come diceva lui «era al livello del casato.» A casa sua poi, cioè in casa d’Ambrogio che ben di cuore se l’era pigliato a dozzina, si svagava un po’ con delle lunghe chiacchierate, confidando all’amico tutto il da fare che gli dava l’amministrazione del patrimonio del marchese, tutti i guai che ci aveva veduti, e tutto quello che farebbe lui se fosse solo a comandare.

Non è a dire però che non avesse la sua spina secreta nel cuore. Cercava bene di cacciare i fastidi e i pensieri malinconici un po’ con le chiacchiere e un po’ con le intestature; ma i fastidi rimanevano, e i pensieri malinconici ritornavano, come fanno sempre, e per non far torto neanche a Giovanni. «Cosa sarebbe successo?... Come la sarebbe andata?... Ed Enrichetta!... Poverina!....» pensava ogni tanto tra sè. «È partita, è vero, con la faccia che pareva contenta.... diceva di star bene.... ma se fosse stato tutto uno sforzo per non affliggermi!... E il viaggio.... e il clima nuovo per lei non le risveglieranno quella febbre che ha avuta per tanto tempo?... Quella febbre!... quella febbre!... E poi, a pensarci, intanto che diceva di partire così di buono umore, non la finiva più di salutar tutti e tutto, fin le pareti delle stanze, fino i mobili, e in un certo modo!... Poi quando fu alla stazione e si voltò a guardare il Duomo.... capisco che anch’io quando vedo il Duomo.... ma però lo saluterei con una faccia tutta diversa!»

Anche la prima lettera che gli arrivò, per quanto egli dicesse ad Ambrogio che le notizie eran bonissime e che tutto andava benone, non era fatta per mettergli in testa un altro ordine di pensieri. Dopo il viaggio la febbre era ricomparsa, poi era cessata; ma Enrichetta, per prudenza s’intende, non si levava ancora dal letto, e faceva scrivere la lettera da Massimo. La lettera finiva, è vero, con molte parole di speranza nell’avvenire; ma a trovarci ancora in simili parole un argomento di consolazione bisognava davvero metterci una gran buona volontà. Giovanni ce ne metteva, ma poi mentre si avviava in cerca di consolazioni si accorgeva a un tratto d’aver fatto, senza volerlo, una strada ben lunga per la china dei cattivi pensieri. Allora scotendosi, se la pigliava col suo cattivo naturale, e cercava di svagarsi ripigliando il filo delle chiacchiere con Ambrogio, o i ghirigori d’una calligrafia più studiata.