Di lettere sul fare della prima ne capitaron parecchie; e ogni volta Giovanni ci si metteva proprio di cuore per farsele parer buone, ma ogni volta trovava un argomento di meno. Con chi poi ne lo interrogava, mutava discorso volentieri, perchè capiva che le parole lo servivano male in questo argomento, e temeva di far nascere in chi lo ascoltava alcuno di que’ dubbi che gli erano già molesti abbastanza. A questo modo passò un buon mese, e mentre cominciava a dire in cuor suo: «Eh!... chi sa? dopo la pioggia viene il bel tempo.... e dopo un mese cattivo ne potrebbe venir uno buono!» a un tratto non ricevette più nuove di sorta.
Eravamo ai primi di settembre, in quei giorni in cui le masnade della reazione avevano assalito Palermo e desolate le terre vicine. Le notizie scarse, confuse, che venivano mano mano, riempivano gli animi di trepidazione e di orrore. Si pensi come fosse in croce il povero Giovanni! E per di più tutti lo fermavano per strada, lo interrogavano, volevano le notizie: c’era fino chi le pretendeva, perchè avendo egli i suoi in Sicilia, ne doveva venire di conseguenza ch’egli sapesse tutto quello che vi succedeva. E il povero Giovanni, che vedeva passare i giorni e le settimane senza che gli arrivasse qualche notizia, non reggeva più a questo doppio tormento; e dopo essersene confidato con Mevio, non mise piede più neanche nello studio del marchese per non veder anima viva, e per non dover confessare con qualcuno di non sapere più nulla nè di sua figlia nè di suo genero.
Queste benedette notizie non arrivarono che dopo alcune settimane, e non furon proprio di quelle fatte per dar ragione al proverbio che dice: nessuna nuova, buona nuova. Giovanni ebbe finalmente, e in una sol volta, quattro lettere, due vecchie e due di data recente. Cos’era successo in tutto quel tempo? Cosa c’era in quelle quattro lettere? Per saperlo, la più spiccia è dir quattro parole sul conto d’Enrichetta, e raccontare in breve le vicende che capitarono al povero Massimo, intanto che suo socero aspettava le lettere, e mentalmente lo strapazzava di santa ragione.
Enrichetta aveva presto sentito scendere nel suo cuore ciò che aveva tanto sperato, la pace. Il suo cuore aveva battuto fortemente una volta ancora quando imbarcatasi aveva veduto un primo lembo di mare dividerla dalla spiaggia, e il lembo farsi grande, e la spiaggia farsi lontana. Poi da quella spiaggia aveva veduto dipartirsi, come una lunga striscia, la strada da lei poco prima percorsa, la strada che conduceva alla sua città natale, alla sua casa.... e intanto che col pensiero la rifaceva, il suo cuore aveva sentito ancora il tremito angoscioso d’una volta. Ma in breve la spiaggia e le colline che le facevano corona non furono più che linee vaghe, sfumate, a cui mano mano succedeva uno spettacolo più grande, quello del cielo e del mare che si riunivano in una placida e maestosa armonia. Allora nel cuore d’Enrichetta quell’ultimo eco del passato prese a farsi lontano, lontano, e presto si perdette nella contemplazione d’un avvenire pieno di speranze e di pace.
Quando Massimo si trovò nelle sue braccia Enrichetta e in collo il suo bambino, quanti affetti in una volta gli contesero il cuore come se tutti lo volessero tutto per sè! Gli parve come d’essere tornato proprio sotto il suo vecchio cielo, nella sua casa di Milano; gli parve di non essersene allontanato mai. Egli avrebbe giurato che quel giorno non era che un domani felice de’ suoi più bei giorni del passato! E le sue disgrazie? e la memoria affannosa che ne aveva portato in quel lontano soggiorno? tutto gli pareva scomparso in quel momento. Era tornato accanto alla sua famigliola, e le fatiche del viaggio le aveva lasciate sulla soglia.
Enrichetta trovò tutto quello che la speranza gli aveva promesso. Ebbe l’affetto di suo marito come lo voleva il suo cuore; quell’affetto che sa trovare ogni giorno una premura, una buona parola, un atto cortese, un nulla, quei nulla che sono per certe anime lo scudo che le fa uscir vittoriose dalla battaglia della vita. Con questo scudo Enrichetta potè riandare le memorie del passato; tutte le potè riandare! E ripensando alle inezie lusinghiere, ai sogni della vanità che le furono così fatali; ripensando alle seduzioni d’un giorno, alle debolezze del cuore, prendeva coraggio nel sopportare le presenti difficoltà della vita, e le guardava con animo rassegnato e sereno, poichè, se aveva avuto in passato il suo tanto di colpa, vedeva in esse il suo tanto di espiazione.
Questa nuova pace era un benefico ristoro dell’anima; ma veniva essa in tempo per ridonare a Enrichetta le forze battute e corrose da tante disgrazie? La febbre e il languore che nei primi giorni del suo arrivo le avevano dato un poco di sosta, ricomparvero presto e più gravemente di prima. «Oh perchè tornate? perchè!» aveva detto Enrichetta affannosamente a se stessa, sentendo di nuovo quei brividi di febbre che le erano così noti. «Ma adesso sono contenta!... adesso devo star bene! non devo più ammalarmi! oh no, non voglio esser malata!» E fin che lo potè, cercò ingannare se stessa e suo marito; ma fu uno di quegli inganni che duran poco, e che rendono poi la confessione più amara.
Era un paesuccio povero e fuor di mano quello ch’era toccato a Massimo di residenza. Ci si teneva in allora un impiegato di Questura, ma per eccezione, e precisamente perchè, in grazia di certi provvedimenti straordinari per la sicurezza della provincia, ne avevano fatto un punto strategico. Per chiamare il medico bisognava far molte miglia, e così per avere le medicine e tutto quello che poteva abbisognare, non solo per un malato, ma per chiunque non fosse uno di que’ poveri abitanti del luogo. La strada poi non era nè la più comoda, nè la più sicura. Enrichetta non domandava nulla, non si lagnava di nulla, ma il povero Massimo si struggeva e quando la sua buona volontà e le sue premure tornavano inutili, si lasciava cascar le braccia scoraggito; e ora levava gli occhi al cielo, ora fissava qualche punto lontano, pensando a quelli che vivevano là, e invidiandoli, perchè gli pareva che là ci sarebbe stato tutto il bisognevole, e che là la sua Enrichetta avrebbe potuto risanare.
Siccome poi le disgrazie, quando hanno preso uno a perseguitare, le molte volte non lo lasciano che quando di burrone in burrone l’hanno tirato giù fin al fondo del precipizio; così al povero Massimo, che pure era disceso ben bene, ne capitò presto una nuova a dargli l’ultimo tracollo. Un ordine improvviso gli ingiunse di portarsi immediatamente in una vicina borgata, dove si temevano de’ disordini, sul far di quelli che succedevano in que’ giorni a Palermo, e dove si riunivano a buon conto le poche forze dei paeselli all’ingiro. Massimo dovette ubbidire sull’attimo: ebbe appena il tempo di raccomandare sua moglie a un buon uomo, il sindaco del paese, di far la valigia, e di raccapezzare ancora una speranza, quella di tornar presto.
Appena giunto in questa tale borgata, un suo superiore, con la faccia poco rassicurata e meno rassicurante, gli spiegò di che si trattava; gli diede cioè una sequela di cattive notizie, e l’ordine di tenersi pronto giorno e notte per mostrarsi poi a un bisogno conciliante e severo, energico e longanime.