Due giorni dopo, mentre stava leggendo alcune righe che gli aveva mandate quel tal sindaco per dargli le nuove d’Enrichetta, nuove poco buone che dicevano e non dicevano, e gli lasciavano la testa piena di dubbi e d’angustie, vennero a un tratto a chiamarlo in tutta fretta. Per le strade, nelle piazze, si vedevano de’ capannelli, e c’era gente che andava in giro col fare torbido e minaccioso. Massimo passò la mano sulla fronte come per mettere in sesto la sua povera testa; poi levò in fretta la sua ciarpa da un cassetto, se l’aggiustò ad armacollo sotto l’abito mentre scendeva le scale, e prese la corsa finchè giunse mezzo rifinito allo sbocco d’una strada, dove un drappello di carabinieri e di soldati tratteneva a fatica un’accozzaglia di gente che schiamazzava, e cercava di irrompere, mandando grida minacciose. Gli parve in quel punto di trovarsi ancora dinanzi a una certa folla di malaugurata memoria, quella tale che egli aveva cercato di persuader con le buone, e che intanto s’era raddoppiata, aveva saccheggiato un uffizio, e cagionati quei malanni di cui egli aveva pagata la sua parte di spese, buscandosi una ramanzina e una muta.
Massimo ordinò al tamburino di dare il segnale, e fece la sua prima intimazione: la folla gli rispose con una salva di fischi e di complimenti d’occasione. Fece la seconda intimazione, e questa volta con la voce alterata d’un uomo a cui la testa comincia ad annebbiarsi e il sangue a bollire: fece la terza, e la risposta fu una tempesta di ciottoli. Ordinò la carica. Si pensi che parapiglia, che gridare, che scappar generale!... Ma nel trambusto ci fu chi tirò qualche colpo di pistola, a cui i soldati risposero con qualche colpo di fucile. Dopo pochi minuti tutto era sgombro e silenzioso, ma giacevano per terra alcuni feriti: tra questi c’era un brav’uomo, anzi uno dei notabili del paese, che passando a caso era stato travolto dalla folla proprio nel momento delle botte e, come succede, ne aveva pigliata una lui. Il poveretto moriva il giorno dopo.
Quel che ne nascesse è facile pensarlo. Finita la burrasca, passata la paura, cominciarono con calore i commenti e i giudizi sull’accaduto. Il fatto era grave; e la colpa di chi era? Pigliarsela co’ capi del tafferuglio era un rimestare di nuovo nelle passioni, era un far torto al buon nome del paese; pigliarsela col prefetto della provincia, col capo della Questura, coi soldati, eran cose in cui parecchi ci vedevano un tantino d’imprudenza; pigliarsela col delegato Della Valle era un affare meno complicato e che poteva aggiustar le ova nel paniere. Bisogna dire che la pensassero proprio così, perchè a un tratto il povero Massimo diventò, sulle bocche di tutti, l’uomo feroce e sitibondo di sangue, l’autore unico ed esecrato di ciò che chiamavano chi l’assassinio, chi la strage, e chi i vespri governativi. Il superiore, che aveva bisogno di tirarsi d’impaccio anche lui, per prima cosa non volle sentir scuse: ricordò al signor Della Valle che nelle istruzioni che gli aveva date, c’era la moderazione e la longanimità, e lo rimandò nel villaggio dov’era prima; poi fece il suo rapporto al prefetto.
Massimo tornò al capezzale d’Enrichetta, le narrò a poco a poco una parte dell’accaduto, e tenne per sè ciò che lo angosciava di più. Non le parlò delle voci accusatrici che si erano levate da ogni parte contro di lui, e che ora gli tornavano ogni tratto all’orecchio, lo seguivano, l’opprimevano. «Ma son dunque un colpevole io?» esclamava qualche volta da solo. «Non ci sarà nessuno che prenderà le mie difese? Nessuno che mi ascolterà?... Ma io sono un onest’uomo? Sono innocente io!...» E quando gli uscivano questi lamenti, questi gridi dell’anima, durava poi non poca fatica a richiamare la testa a casa perchè non gli desse di volta, e a ricomporsi per tornare nella camera d’Enrichetta e parere quello di prima. In que’ giorni aveva scritto due lettere a suo socero, ed erano le due di data più recente delle quattro che gli abbiam vedute capitare. In queste ultime Massimo raccontava a Giovanni i fatti com’erano avvenuti; lo supplicava di far conoscere la verità, di difenderlo contro le accuse che sarebbero arrivate fino a Milano, fino al suo paese, e di trovare qualche anima compassionevole ed amica che dicesse in alto una buona parola per lui.
«Oh! poveri noi! anche questa!» si mise ad esclamare Giovanni nella sua camera, com’ebbe lette le lettere. «Adesso chi sa che roba di fuoco diranno di noi i giornali! Mi ricordo dell’altra volta!... Ma quel benedetto figliolo! cosa gli è venuto in mente di pigliarsela così calda!... Io, a’ miei tempi, quand’ero nella guardia nazionale, un po’ con le buone, un po’ con quattro scappellotti, ma sempre nella legalità, li sapevo ben io mandar a casa questi tali che, si sa, di tanto in tanto hanno bisogno di vociare e di fare schiamazzo! È sempre stato impetuoso quel Massimo!... sempre impetuoso!...» Ma qui gli veniva in mente quell’altro guaio capitatogli per essere stato troppo paziente, e dopo una pausa conchiudeva: «Proprio come quello che menava l’asino al mercato!... Ma intanto» continuava dopo averci pensato su ancora «intanto cosa si fa?... Qualcosa bisognerà fare, perchè chi sa dove lo mandano questa volta?... Più in giù non è possibile.... dunque!... Eh! bisognerà moversi subito, non perder tempo, trovare qualche buon santo.... Ma chi trovare!... Andrò da Mevio!» E contento della buona idea che gli era venuta, pigliò il cappello e la mazza, e andò diviato dall’amico.
Giovanni trovò in compagnia dell’ingegnere Mevio uno che vedeva per la prima volta, e che ad occhio gli parve un campagnolo. Come l’ebbe squadrato, fece capire a Mevio con una smorfia che aveva qualcosa a dirgli da solo a solo; poi principiò a discorrere con un certo fare disinvolto che contrastava non poco con la faccia stralunata con cui era entrato nella stanza poco prima.
«Oh! a proposito!... «saltò su Mevio interrompendo il discorso e additando Giovanni al campagnolo. «Ecco il socero di Massimo: le notizie ve le potrà dar lui. E questo brav’uomo» continuò presentando Martino a Giovanni «è un parente di vostro genero, uno di Castelrenico, che appunto era venuto a domandarmi nuove di Massimo e di sua moglie....»
«Precisamente!...» prese a dire Martino. «E intanto sono ben contento di questa congiuntura che mi fa fare la conoscenza del signor socero dell’avvocato..... voglio dire.... come si chiama quell’impiego?... e se avesse qualche notizia la sentirò proprio con tanto piacere, perchè mi dicono che il nostro Massimo l’abbian mandato in un così brutto paesuccio....»
«Cioè, brutto.... un paese piccolo!» saltò su Giovanni «un paese, se volete, un poco lontano....»
«E che dopo essere stato a Milano....»