«Oh, io sono più indipendente ancora, e vado presto a vivere in campagna.»

«Ti illudi, caro mio! ci penserò io; a rivederci.»

Dunque sono io quello che s’illude! L’uno mi vuole con la cera rubiconda, e l’altro col domicilio forzato nel circolo, o tra gli ortolani, o dove meglio torna a lui. Caro Michele, bisogna andarsene presto! Quei tre devono avermi messo ben di cattivo umore, perchè il quarto amico in cui mi sono imbattuto poco dopo, prima di domandarmi che cosa facessi, mi domandò che cosa avessi di poco allegro per il capo in quel momento. A chiunque altro per oggi non avrei più risposto; ma quest’ultimo è un vecchio amico a cui ho sempre voluto bene.

«Che cosa faccio? mi domandi. Guardo il bel profilo che i nostri monti disegnano in lontananza. Vedi come sono vaghe e sfumate quelle linee? Non ti pare che si confondano col cielo? Questi graziosi contorni del tuo paese tu gli hai scolpiti nel cuore come la fisonomia di qualcuno che tu ami. Tu le contempli quelle linee vaporose come un mistero....»

«Oh, non c’è nessun mistero!» soggiunse l’amico, «perchè tutti sanno che le prime linee sono quelle dei colli marmo-arenacei, e di calcare ammonitico.... Poi vengono tutte le rocce emersorie della zona prealpina che si fecero strada tra le rocce sedimentarie. Abbiamo le rocce serpentinose, le granitiche, quelle di leptinite, quelle in filoni anfibolici e quarzosi. Poi ci sarebbero anche....»

«Eh, non ti bastano! Pur troppo tu hai messo il dito sulla piaga. Contempla dunque quelle linee da lontano, e non chiedere di stendere la mano carezzevole su quelle pendici seducenti. Sono rocce aspre faticose....»

«Ci sono però anche delle buone strade, buoni pascoli, cave di gesso.... e c’è vita laboriosa in quelle valli!»

«Tanto meglio, o tanto peggio, come vuoi. Ma la seduzione di quelle linee così gradevoli, quando avrai dato il naso contro i tuoi graniti, non l’avrai più. Ed io sono innamorato sempre delle linee lontane, misteriose, indefinite!... Eccoti, giacchè me l’hai chiesto, quello che faccio!... Ero volato qui dopo dieci anni di esilio, ma ci ho trovati i tuoi ciottoli, e son ripartito. Viaggiai per contemplare da lontano il mio paese festante, come lo avevo contemplato un tempo vestito a lutto. Tu non sai quanto appaia bella e raggiante l’Italia risorta, veduta da paesi ove da anni non le si diceva più neanche il Deprofundis! I suoi lontani contorni, per dirlo ancora con una similitudine, sono quelli d’una grande regina, che si avanza tenendo alta una nuova face della civiltà. Io mi inebbriavo d’orgoglio nel dirmi figlio della giovane e fortunata nazione. Sentivo di rappresentare anch’io qualcosa di grande!»

«E simile orgoglio non potresti averlo ora rappresentando il paese in Parlamento?» soggiunse con qualche semplicità il mio naturalista.

«Il Parlamento? Eccoti un’altra montagna dai grandiosi profili, ma dai filoni che non mi garbano. Sedere in Parlamento perchè un avvocato in un circolo ha provato ch’io sono un grand’uomo? Bell’orgoglio! Ma quell’avvocato mezz’ora prima ti provò anche che il suo cliente, avendo ammazzato la moglie, era il migliore dei mariti.... Insomma, caro mio, mi spiace a dirtelo, ma io non sono un geologo, e avrei continuata la mia contemplazione da lontano se la cattiva salute non mi avesse fatto ascoltare i suoi prudenti consigli. Una voce secreta mi diceva: se vuoi che le tue ceneri riposino in pace nel tuo paese....»