Non le avessi mai nominate queste ceneri! L’amico le pigliò al balzo per mettere tutto in burla e per fare quelle solite esclamazioni di incredulità su cui si diedero, credo, l’intesa i miei amici per ingannarmi pietosamente.

Intanto sono rientrato in casa, e ora mi sento peggio del solito. Ma già mi sono stizzito con coloro, e poi ho preso una solata che potrebbe anche avere delle brutte conseguenze. L’ho detto io che dovevo andarmene in campagna! Mi sento dell’arsione in gola, e non so se deva bere, o no. Il dottore, me lo immagino, non verrà; o se venisse anche, comincerebbe a parlare di politica, senza badare alla mia sete e agli altri cattivi sintomi di quest’oggi. Bisogna proprio che me ne vada in campagna, e subito. Da quanti anni non mi vede più la mia casetta di Borghignolo! Eh, sicuro! gli è proprio fin dal quarantasette, da quell’autunno in cui si cantava in ogni via, in ogni casolare l’inno di Pio IX. Di che mai si parlerà adesso nel mio paese? Di politica ce ne arriverà poca.... Che bella cosa! Non posso più sentire discorsi di politica, e invece se ne fa dappertutto. Il parlarmi di politica è per me tutt’uno come il parlarmi d’una simpatia del cuore. Bel gusto il sapere la tua amante sulle bocche di tutti!

Chi mi ha detto che a Borghignolo è venuta a starci della gente nuova?... Se fosse vero, non ci vado; non sono in vena di veder gente che non mi piaccia. Scriverò al fattore.... eppure bisognerà andarci subito, perchè qui il mare della politica è sempre gonfio, ed io e le discussioni politiche siamo come il diavolo e Sant’Antonio.


30 luglio 1865.

Sono lì lì per prendere una nuova risoluzione. Forse non vado più in campagna. Quel buon figliolo di Aldo stamattina, nel contarmi le maraviglie di certi ospiti nuovi venuti a Borghignolo, mi ha quasi fatto passar la voglia di andarci. Intanto mi divertiva non poco il dottore, il quale, sapendo come io ami le conoscenze nuove, e massimamente certe conoscenze, faceva di tutto per mutar discorso, e tirare il povero uffizialetto fuori di strada. Gli disse perfino che ai bersaglieri si dovevano levare le piume dal cappello; ma tutto fu inutile. L’Alduccio continuava a andare in visibilio per i suoi nuovi amici, come ci si va a vent’anni; però dovrebbe averne ventiquattro.... Suo padre, Giandomenico, è un uomo della mia età; e Alduccio prima del quarantotto l’ho fatto saltellare sulle mie ginocchia le mille volte, quando passavo tanti mesi alla campagna.... Come se ne vanno gli anni! Stamattina mi si fa incontro un bell’uffiziale dei bersaglieri, e chi è? è lui, Alduccio. Come abbia potuto riconoscermi, col mutamento che ho fatto, non lo sa che lui. Oh l’avranno prevenuto!

Questo nuovo proprietario e villeggiante nel mio paese è un tale signor Garofani. Non l’ho mai visto, ma ho sentito più volte parlare di lui dopo che sono ritornato. È un uomo nuovo, ma non come Cicerone però; pare anzi che il parlare non sia stato mai il suo forte. Datosi per tempo ai generi coloniali, gli ha trovati di gran lunga superiori all’eloquenza. In fatti i coloniali non gli hanno mai fatto fare uno sproposito, e la facondia invece gliene ha fatto dire più d’uno.

L’uffizialetto intanto aveva tirato me e il dottore sul Corso, facendomi fare e rifare il marciapiede, e parlandomi sempre di casa Garofani. Ancorchè io non sia troppo malizioso, non potei a meno in quel momento di non domandare se la moglie del signor Garofani fosse bellina. L’ufiìzialetto mi parve che si facesse un po’ rosso, ed io quasi quasi mi lasciavo andare a un giudizio temerario. Ma il dottore, che suol essere sempre pronto e preciso, saltò su a dire: «Eh! non l’hai mai veduta? È una brutta vecchia imbellettata. Di qui a un momento la incontriamo; ci è passata dinanzi poco fa, in carrozza.»

Non avevamo fatto una ventina di passi, quando vidi venire una gran carrozza di color cioccolata, coi mozzi delle ruote che avevano le buccole dorate. Mi ero già fermato sui due piedi, quando il dottore esclamò: «Eccoti la tua bella signora Garofani!»

La guardai bene. Era seduta diritta, stecchita, e pareva fosse lì per sdrucciolare giù da’ guanciali. Vidi un naso appuntito, non aquilino, ma di quelli che vanno in linea retta, anzi volgono un poco in su; due lucignoletti di capelli ingommati sulle tempie che giravano a spire come due chiocciolini; una boccuccia socchiusa e increspata all’ingiro, che pareva sorbisse perennemente qualcosa. Ma tutto ciò fu un baleno, perchè la carrozza passava di trotto. Vidi anche, ma in confuso, un non so che di nero, vicino alla signora, con una mano sulla gruccia d’una mazza, che poteva essere il marito; e sul davanti un non so che di bianco, che poteva essere una ragazza. A cassetta teneva le redini un uomo, con una gran barba, che pareva un mustafà; la sua livrea, come quella del servitore che gli sedeva accanto, era di quel colore cioccolata, che evidentemente deve essere il colore preferito in casa di questi signori Garofani, ma che al momento era un poco in gara, e, diciamolo, alquanto ecclissato da un cappellino, da certe piume e dal vestito della signora, ch’erano di color verde, anzi verdissimo.