Il dottore aveva avuto ragione, ed io non calunnierò più il mio povero uffizialetto, il quale intanto aveva fatto alla carrozza un saluto garbatissimo, e poi aveva salutati anche noi che volevamo tornarcene a casa.
Pare che il dottore sapesse di molte cose sul conto di questi signori Garofani, ma con me si tenne abbottonato. A gran fatica mi feci dire che la signora Garofani si chiama la signora Giuseppina; che la signora Giuseppina era stata la moglie del signor Baldassarre, un uomo grave e attempato più di lei. Il signor Baldassarre, venti e più anni fa, teneva bottega di droghiere, ed era rinomato per il suo malaga e per la sua cravatta bianca. La signora Giuseppina faceva gl’involti con tanta grazia, e a tutti diceva la sua così bene, che rubava i cuori degli avventori. Mi disse poi che, morto quello della cravatta bianca, la signora Giuseppina aveva fatto padrone del suo cuore e di parte dell’eredità, il signor Garofani, che era stato il suo primo giovane, poi il suo scrivano, e ch’era tanto un bell’uomo. Il signor Garofani chiuse presto la bottega per intraprendere de’ traffici in grande; più tardi abbandonò anche le drogherie; fece non so quali grosse speculazioni, e adesso per mettere i suoi denari al sicuro, andò proprio a comperare nel mio paese.
Ma io son l’uomo di lasciarvi comodi i signori Garofani, di rinunziare al piacere di fare la loro conoscenza, e di rimanermene dove sono. Questi signori mi hanno fatto entrar addosso un gran cattivo umore; più ci penso e più mi uggiscono. Mi è sempre piaciuto di conoscer gente, ma a patto di conoscerla da un pezzo. Allora la cosa va, nè devo domandarmi se sia proprio necessario conoscere il tale o il tal altro; domanda, alla quale non è sempre così facile rispondere.
Dunque, come dicevo.... che dicevo io?... Dicevo che son l’uomo di non mettere più piede in Borghignolo...
7 agosto 1865.
«Spesso nei romanzi e nelle commedie c’è un medico che sa tutto, che capisce tutto e che le dice più belle di tutti. Tu vuoi essere uno di questi, e me ne dici ogni giorno di bellissime. Se scriverò un romanzo, ce le metterò tutte; ma intanto, a quattr’occhi, ti dico che le sono corbellerie.» Così dicevo stamani al mio medico, il quale intanto rideva di gusto e continuava imperterrito nella sua tesi favorita.
Egli è sempre fisso nel voler fare di me un uomo solerte, un uomo d’importanza, affaccendato da mattina a sera, insomma un uomo pubblico, come si dice nel gergo della politica. Egli vede in questo bel trovato fin la ricetta contro i miei anni e i miei malanni. È inutile il discutere, inutile il fargli toccare con mano la realtà delle cose; inutile cercar di fargli capire come sia fatto l’animo mio. Quando credo che m’abbia capito, egli ripiglia da capo: chiama gli intrighi e il successo dei tristi la leva salutare per il risveglio dei buoni; l’apatìa dei buoni un fatto salutare anch’esso, perchè i tristi, venuti tutti a galla, possano essere schiumati via tutti in una volta; gli spropositi sono i primi passi della sapienza avvenire; la licenza, l’ignoranza, l’ingratitudine, la malevolenza sono il bel campo dove bisogna scendere per vincere ed ottenervi quegli allori che ci saranno un giorno invidiati, perchè ai posteri saranno concessi con mano più avara.
Bravo dottore! Se mi fosse arrivata in quel momento quella lettera del fattore, che venne due ore dopo, gliel’avrei mostrata, chè non poteva venire più a proposito. Ma la lettera non la trovai che al ritorno dal mio solito passeggio, e il dottore non lo rivedrò che tra un paio di giorni. Ecco che cosa dice il mio fattore.