«Mio caro amico, tra poco la sarà proprio così; io sarò disceso nella tomba, sarò anzi in paradiso. Il paradiso io me lo immagino formato di tanti piccoli Borghignoli, ove la gente beata sarà tutta in giacchetta, con un cappello di paglia a larghe tese in testa. A Borghignolo, e in paradiso, non ci saranno nè politicanti che si tirano per i capelli, nè seccatori, nè giornali, nè guastamestieri, nè male lingue; ci si farà quello che pare e piace; ci si faran delle chiacchiere di tanto in tanto con qualche buon uomo; si contemplerà in lungo e in largo la gran magnificenza del creato, che le tue città, caro dottore, nascondono con le scene di cartone dei loro palazzi.... Proprio anche la politica mi è venuta in uggia, e dopo non aver vissuto d’altro per tant’anni!» continuai, senza lasciar finire al dottore una interruzione. «Che se poi non mi hai capito o vuoi che ti ripeta ciò che t’ho detto le mille volte, io sono pronto. Il pensare a un lauto pranzo quando si è mezzo morti di fame, e il fare tutto quello che si può per vederselo imbandito, non ha nulla a che fare col mettersi il grembiule, stare in cucina e imbrattarsi con le pentole. Rispetto i cuochi; rispetto la loro vocazione di cui la natura è stata con me così avara. Ma che vuoi! Io sono di quelli che in cucina perdono ogni appetito. Ho tentato più volte, per vederti contento, di seguire i tuoi consigli, di vincere le mie ripugnanze, e di mettermi ai fornelli. Per più mesi non ho fatto che leggere giornali da mattina a sera, correre ai circoli, andare a braccetto con tutti i politiconi di cartello e di ripiego. Conobbi, come la chiamano, la gente vecchia e la gente nuova: conobbi gli uomini ardenti, quelli che vogliono far cuocere a fiamma di fascina anche lo stufato; conobbi i rosticcieri, che tengono roba mezzo calda e mezzo fredda; conobbi quelli, che son loro stessi sulle braci, o perchè non sanno come pensarla per pensar bene, o perchè temono di non essere proprio gl’idoli di quanti incontrano per strada: conobbi infine quelli che a mio avviso le sanno dir giuste, ma che poi fanno del loro buon senso un canonicato semplice.»
«Di capogiro in capogiro» continuai, senza badare a una nuova interruzione del dottore; «mi dovetti persuadere presto che il fumo e il caldo dei fornelli non eran cose per me. Ma tu volevi ch’io continuassi a lottare contro questa mia natura ribelle, ed io mi ci provai. Son ritornato ai circoli. Ai circoli c’è del buono e del meno buono, come dappertutto; ma siccome la gente ha poca pazienza e se ne stanca presto, così non ho potuto farne una lunga esperienza. C’è di buono che vi si annunziano sempre argomenti della più grande importanza; e di men buono che vi si discorre poi di tutt’altro. È pure un altro guaio che ci si stia troppo e che ci faccia troppo caldo; c’è una bottiglia d’acqua, è vero, ma non beve che il presidente. Un altro guaio dei circoli è la questione pregiudiziale. Le prime volte mi affannavo a mandare giù in fretta l’ultimo boccone del desinare; in seguito uscivo di casa un po’ più tardi, ma la questione pregiudiziale l’ho trovata sempre a tutte le ore. Questa benedetta questione mi tirava fuori di strada, e mentre aspettavo la questione vera, così bel bello mi trovavo col pensiero sulla piazzetta di Borghignolo a discorrere delle mele del mio giardino, e delle belle viole della maestra.»
Il dottore, vedendo di non potermi interrompere, rideva, e mi lasciava dire.
«Capirai dunque che io ci misi sempre della buona volontà; ma se la natura mi si è fatta ribelle, e non ci posso contar sopra, che colpa n’ho io? Una volta, per dirne una, quando un contrabbandiere mi portava un giornale straniero, me lo divoravo avidamente, e ci trovavo tutti i sapori. Lo crederesti? Ora che di giornali c’è tanta abbondanza e tanta varietà, io n’ho perduto il gusto, e trovo da dire fin sul conto loro. Mi impaziento perchè vedo chi si sia fare il giornalista. Quando un ragazzo non riusciva a imparare, ai miei tempi lo mettevano in seminario. Adesso egli vi dice: — Farò il giornalista! ossia ne insegnerò a tutti. — E ha ragione; perchè, sebbene sia un vecchio adagio quello che non sempre si mangerebbe il pane se si vedesse farlo, pure il pane si mangia sempre, e il fornaio che lo fa non si va a vederlo mai. Così, quando mi vengon sotto gli occhi certi giornali che trattano con tanta confidenza l’invenzione della stampa e de’ caratteri mobili, cerco ben io di richiamare tutte le tue prediche, e tutti quei ragionamenti che una volta facevo anch’io, ma allora mi entra un accesso de’ miei soliti malanni, ed eccomi da capo col pensiero sulla strada di Borghignolo. Questi malanni sono, io credo, la conseguenza di accessi di gelosia. Sì, mio caro, ti permetto un’ultima risata, di accessi di gelosia ne’ quali mi si scuriscono gli occhi, vedendo questa antica bella dei miei pensieri, l’Italia, a braccetto, o per una ragione o per l’altra, d’ogni primo capitato che le susurra all’orecchio tante e tante baggianate!»
Qui il dottore profittò d’una mia pausa per snocciolarmi tutta la solita filza dei suoi argomenti, nei quali non c’era nulla di nuovo, concludendo col dirmi ch’io cercavo la pietra filosofale, e ch’ero un alchimista, cioè, «vuoi dire» soggiunsi io «mezzo pensatore e mezzo matto.»
«Alla pietra filosofale ho talmente rinunziato» continuai in tono di chi è giunto alla conclusione «che non cerco ora altro che la mia casuccia di campagna. Ma voi altri cittadini che per immaginarvi la campagna guardate a quattro alberelli cresciuti in una piazza, in conformità dei regolamenti, non potete sapere che cosa sieno i campi, le montagne, i boschi e gli orizzonti non frastagliati dalle gronde e dai fumaioli. Non credete che si possa rimanere seduti a guardar l’erba, se non c’è vicina la banda che suoni, e la bottega dei sorbetti. Non credete che si possa mangiare un pane diverso dal vostro, discorrere con gente diversa, pensare a cose che non sieno le vostre. Voi non siete fatti per capire la vita felice dei campi; ed io vi posso compiangere, od ammirare se volete, ma non potrei farvi cambiare di gusto. Mi vorresti tu dunque condannare ad essere un cittadino forzato, a diventar tisico a poco a poco, trascinando una vita amara in mezzo a cure che non sono più per me, mentre vedi così facile e vicino il porto d’ogni mia beatitudine?»
Il dottore, chinando il capo, fece un gesto più rassegnato che convinto; mi strinse la mano, e si rizzò. Allora gli dissi ch’ero risoluto di partire il giorno appresso, e lì sui due piedi si fece un monte di progetti di lunghe lettere, di visite, e di passeggiate campestri in compagnia. Mi ha poi promesso di venire domattina a stringermi la mano al momento della partenza.
Ora, cittadini carissimi, io vi saluto; corro in braccio all’aratro, se mi permettete una metafora; corro in paradiso, se me ne permettete un’altra: e nel ripeterle tutte e due, mi trovo a ogni minuto dinanzi allo specchio a compiacermi del mio cappello di paglia, che ha una tesa grande quanto la mia consolazione.
Borghignolo, 12 agosto 1865.