Ma questo paese è diventato la residenza delle mosche! Bisogna tener chiuse le persiane, i vetri e le imposte se non si vuol essere mangiati. Altro che scrivere le mie prime impressioni campestri! Se il sole non è sotto, non si può nè aprire le finestre, nè mettere il muso fuori dell’uscio. E che caldo che ci fa! Il fattore dice di non ricordarsene, ma io mi ricordo benissimo che una volta a Borghignolo spirava sempre, anche d’estate, una brezzolina per tutto il giorno che non lasciava sentire il caldo.
Insomma, bisognerà aver pazienza, e rassegnarsi a incominciare la vita dei campi il mese venturo. La mia povera casa poi l’ho ritrovata in tale disordine, che non mi sarà dato così subito d’avere una stanza dove mi possa sedere, dove ci sia un tavolino su cui non posi un palmo di polvere, e un calamaio in cui si possa intingere una penna. Questo, che ho dinanzi, me lo feci prestare dal fattore per mandare un paio di righe al mio buon medico, ma si vede che con questo calamaio, se non si è in molta confidenza, non se ne fa nulla. Tant’è vero che, volere o non volere, bisogna che finisca.
6 settembre 1865.
Per la mancanza deplorabile di non so quale organo del mio cervello, io non ho la facoltà di descrivere le cose che mi piacciono. Sono quasi da un mese alla campagna, e in tutto questo tempo avrei avuto il dovere di far parola di queste mie vaghissime colline, di questa antica casa de’ miei vecchi, e delle cento stradicciole dei miei passeggi, che ad ogni sguardo, ad ogni passo, mi ridestano tante emozioni nel cuore. Signor no; più le contemplo queste cose, per me così care, così seducenti, e più mi faccio pensoso e taciturno. Esse m’inondano l’anima di qualcosa che è dolce e malinconico, ma questo qualcosa poi se lo volessi descrivere, non saprei da qual parte incominciare.
Sono invece le cose uggiose, le cose che non vorrei vedere, e di cui non vorrei parlare, quelle che proprio mi sciolgono la lingua, e mi tengono lì a ciarlare od a scrivere per ore ed ore. Se questa poi sia una delle molle contraddizioni dello spirito umano, od una cosa tutta mia, e in tal caso se possa essere causa od effetto de’ miei malanni, è un quesito di fisiologia che ho fatto ieri al dottore del paese, il quale mi rispose che questa era una di quelle questioni che fanno venire il capogiro, e che egli aveva imparato fino da quand’era all’Università a farle passare con un bicchiere di vino, e anche con due quando si facevano più insistenti. Siccome poi di vino io non ne bevo, così lascio le cose come sono, e scrivo.
Tra le cento ragioni che mi facevano mandar d’oggi in domani questa mia venuta alla campagna, c’era anche, lo confesso, la noia dei complimenti e delle feste che mi avrebbero fatto questi terrazzani nel rivedermi dopo tanti anni, e dopo tante disgrazie, di cui, per l’amore del paese, ebbi anch’io la mia parte. Io non son fatto per queste cose; e poi, dicevo tra me: così me le fossi meritate!; ma io ho fatto ben poco, e non ho fatto che il mio dovere. Ma andate a discutere, continuavo, con la benevolenza di vecchi amici, e con certi sentimenti di entusiasmo, di compiacenza e d’orgoglio dei propri compaesani! Son capaci costoro di voler festeggiare il vecchio esule che ritorna, con un arco di trionfo. Qualche pranzo, qualche serenata, qualche discorso poi non lo schivo. Oh che noia! ma come si fa? Alla fine m’ero rassegnato; pensai anche a quattro parole da dir loro, e partii, prendendo però tutte le precauzioni per giungere non aspettato in sulla notte.
Le cose andarono bene, anzi, passati alcuni giorni, mi parve che andassero perfino un po’ troppo bene. Il mio incognito durava più di quello che mi pareva possibile in un piccolo paese, ove una persona di più trabocca, e in un momento è a cognizione di tutti. È ben vero che in quei primi cinque o sei giorni non avevo messo piede fuori di casa, ma però avevo avuta una visita del curato. Eccomi scoperto, avevo subito detto; ma dopo il curato non era più comparsa anima viva. Anche il curato aveva avuto un certo fare che non mi pareva proprio quello della circostanza. Della mia venuta si era congratulalo con una certa parsimonia, e al tono un poco imbarazzato e quasi compassionevole, pareva fosse venuto a confortarmi più che a farmi festa. Pensai subito che ne sapesse sulla mia salute più di me, e che mi tenesse spacciato in breve. Insomma cominciai ad essere poco tranquillo, tanto più che anche il fattore aveva esso pure il suo fare un po’ misterioso.
La necessità di vedere una terza persona si fece così prepotente, che un bel mattino volli uscire di casa a far quattro passi fin verso la piazza e il caffè.
La prima sorpresa poco grata che m’ebbi, appena fui in strada, fu di vedere il muro di casa mia tutto imbrattato di parole scritte col carbone, e di cancellature a pennellate di calcina. C’era un abbasso, scritto molto in grande, seguito da qualche altra parola che si vedeva lavata e rilavata da non capirci più nulla. C’era però un morte agli aristocratici di Borghignolo, e qualche frammento di evviva e di abbasso sfuggito alla censura evidente del mio fattore, che mi dimostravano come il muro della mia casa fosse l’aringo di una polemica molto appassionata. Tirai avanti, e ad ogni passo la marea cresceva sempre più. Dalla prima all’ultima casa, ogni muro era agitatissimo; ci si proclamava il trionfo d’ogni più ardita questione sociale in mezzo alla sconfitta, s’intende, dell’ortografia. Sulla casa del curato c’era scritto vogliamo la libertà del pensiero, e su quella del Comune abbasso il ministero e viva Buccelli che è il nuovo segretario del municipio.