Fui interrotto qua e là nelle mie riflessioni dalle parole di saluto cordiale e commovente che mi diresse qualche buon vecchio contadino, di quelli che m’avevano conosciuto per l’addietro, e che forse mi avevano già creduto morto. Ma nel tempo stesso avevo veduto venire qualche notabile del paese che, dopo avermi guardato con la coda dell’occhio, aveva dato una svolta alla prima cantonata. Giunsi al caffè. Tra una nuvolaglia di fumo e di mosche, intravvidi alcuni giovinotti di quelli venuti su da poco, e di cui non sapevo raccapezzare le fisonomie: vi si faceva un gran chiasso; pareva che ci fosse una grossa discussione, e non si capiva poi se tutti fossero d’un parere, o se ognuno avesse il suo, perchè gridavano tutti a piena gola e nel medesimo tempo. Al mio entrare fecero tutti silenzio improvvisamente e con una certa affettazione; poi l’uno dopo l’altro passarono, parlandosi piano tra loro, in una stanzuccia vicina dove c’erano i fornelli, e non ne rimasero che quattro i quali si misero a un tavolino a giocare a briscola.
Per bacco! O sogno, dicevo io, o qui c’è del mistero; o non capisco più nulla. Mi misi a sedere e domandai una tazza di caffè. Il caffettiere mi riconobbe appena, e mi trovò magro e di brutta cera; a buon conto lo chiamai di nuovo, e invece del caffè chiesi una limonata. Però, siccome pensai che avevo fatto colazione da poco, ritornai alla prima idea, e invece della limonata mi feci portare il caffè.
Sul tavolino presso cui m’ero seduto, c’erano a rifascio dei giornali recenti e vecchi, e ch’erano una grande novità, perocchè a’ miei tempi in quel luogo non se n’era veduti mai. Ne presi uno su cui era scritto, con parola tolta a qualche vocabolario di medicina, giornale umoristico, e andavo leggicchiando qua e là, pensando a quella mia vecchia aspirazione giovanile sul buon senso applicato anche allo scrivere i giornali. Quei quattro che giocavano, facevano di tanto in tanto un po’ di conversazione, e proclamavano ad alta voce per farsi udire dal pubblico, degli aforismi che non avevano a fare per nulla con la briscola. Ma guardandomi attorno vidi che a fare da pubblico non c’ero che io, per cui misi anche questo caso tra i molti altri di cui non capivo niente.
«Bel giardino di natura, pei codini no, non sei!» diceva uno, e gli altri tre ridevano per un pezzo, e più di quello che non valesse la cosa.
«Quante mosche!...»
«Eh ne girano dei mosconi! ma una volta o l’altra può venire chi li spazzi via tutti!»
«Sicuro, sicuro. Partita fatta. Che partitone che si fanno eh!»
«Certamente.... ma gli è perchè quei di Borghignolo hanno gli occhi aperti.... e quel tale che li deve menare per il naso non è nato ancora, sia che lo mandi il Ministero, sia che lo mandi il Governo!...»
Intanto dall’umoristico ero passato a un altro giornaluccio piuttosto piccolo, novissimo per me, che si chiamava Il Vero Italiano. Il primo articolo era intestato a caratteri maiuscoli: Cittadini di Borghignolo, all’erta! Se la mia curiosità fu irresistibile, mi pare di doverne essere scusato. Con molta attenzione lessi tutto lo scritto, il quale diceva pressappoco così:
«Quasichè non bastassero i fatti liberticidi di cui ci è dato sfacciatamente spettacolo ogni giorno, il Ministero, per ribadire le nostre catene, dà mano ai più tenebrosi e gesuitici agguati. Noi le abbiamo più volte scoperte e svelate al popolo queste trame ministeriali; noi! cui fa impavidi la nostra coscienza, e la nobile missione del giornalismo!