»I patriotti stieno all’erta! Stieno all’erta oggi, più di tutti, i cittadini di Borghignolo ai quali vogliam rivolgere una parola. Siamo alla vigilia delle elezioni generali; ciò è noto, ma noi soggiungiamo esser noto del pari che il Ministero fa celatamente serpeggiare in paese ad incettare suffragi uomini a lui venduti.... e lo neghi il Ministero se può!
»Vuolsi che anche la nostra provincia sia percorsa da uomini della trama; vuolsi che un tale assente da molti anni sia improvvisamente comparso nei nostri paesi.
»Cittadini di Borghignolo all’erta! Vuolsi che costui sia uno dei più attivi agitatori ministeriali, e che con lavoro indefesso e nascosto abbia già a quest’ora ordite tra noi le prime fila della congiura ministeriale....»
Benissimo! Questo si chiama colpir giusto! Capisco di chi si vuol parlare, dissi tra me, vedendomi dipinto così al vivo.
Per bacco! confesso però che questa non me l’aspettavo. Adesso incomincio a capire.... o per dir meglio sono da capo a non capirne niente. Guardai la data del giornale, e vidi ch’era d’una settimana addietro, e che il Vero Italiano lo si stampava nel capoluogo del mandamento. Cercai, in fondo al foglio, la soscrizione del direttore, e lessi un certo nome che non m’era nuovo. È il nome d’un antico sensaluzzo di grani.... oh, non sarà lui! Ma intanto mandando un’occhiata anche a quei quattro del tavolino, mi accorsi che andavan facendosi cenno tra loro con gli occhi e coi piedi, e se la godevano alle mie spalle, ch’era uno spasso. Pensai che i commenti era meglio li facessi a casa.
«Ehi bottega!» chiamai alzandomi; pagai il caffè, e me ne andai. I quattro, appena fui fuori dell’uscio, diedero in una grande sghignazzata, ed uno mi gridò dietro a tutta voce viva l’Italia! per farmi dispetto.
Poco dopo ero a casa. Io non sono neanche troppo curioso, ma per bacco! questa volta aveva diritto d’esserlo un poco. Oh perdinci! di misteri ne sono stucco e ristucco; lo saprò ben io che c’è di nuovo! In fatti, lì sui due piedi, feci chiamare il fattore; lo misi al muro, cioè lo feci sedere, e gli feci dire per filo e per segno tutto quello che volevo sapere. Sulle prime le reticenze furono molte; il mio uomo cercava svignarsela, e stiracchiava il prezzo, diplomaticamente, sulla verità; ma quando si ha a fare con uno fermo e risoluto, ci vuol altro.
Tutto al contrario di quello che io avevo pensato e sperato, che cioè la politica non avesse fatto neanche capolino nel mio paesello, la politica ha pigliato Borghignolo, se l’è messo sulle spalle, e poi gli ha levata la mano.
»Perocchè bisogna sapere» diceva il mio fattore «che Borghignolo è irritato: e a dirla qui, non ha torto;... perocchè bisogna sapere che il Governo in tutto questo tempo con Borghignolo ha sempre fatto l’indiano, quasi per darci ad intendere che non sapesse neanche che ci fossimo a questo mondo. Ma, come dice qui la gente, adesso che siamo liberi è passato il tempo dei gonzi!... Cosa ha fatto di nuovo questo Governo? Niente. Borghignolo ha mandate al ministero fior di suppliche per diventare capoluogo di mandamento, e non gli hanno neppure risposto! Ogni giorno invece il Governo manda fuori qualcosa di nuovo, che la è una vera confusione. Queste leggi nuove poi sono tutte cose che per Borghignolo non vanno. E intanto, dice la gente, si paga troppo, non si spende niente pei paesi, e si lasciano tanti patriotti senza il più piccolo impiego.»
Fatte queste premesse a giustificazione di Borghignolo, il fattore venne da sè alla partita dei disordini e dei torti. Mi disse che le cose, per volerle proprio capire, bisognava pigliarle fin da quando il conte Giandomenico essendo nella deputazione comunale, aveva mandato a spasso il Buccelli ch’era il secretario. Appena si parlò che gli austriaci se ne potessero andare, il Buccelli aveva incominciato a dire che Giandomenico era un tedescone: ma un bel mattino si sentì che Giandomenico aveva mandato il suo figliolo Aldo ad arrolarsi nei bersaglieri in Piemonte: era il primo volontario che partiva da Borghignolo. Venuta l’Italia, come dice il mio fattore, ci fu da rifare il Consiglio comunale con le leggi nuove. I signori, cioè Giandomenico, il dottore, il curato, il caffettiere, lo speziale, un merciaio e vari altri, erano divisi in cinque partiti: i contadini fecero anch’essi la lista dei consiglieri, e ci misero Giandomenico e quattordici di loro. Il Buccelli che lo seppe, pigliò il più furbo, quello che maneggiava la faccenda, e gli confidò all’orecchio che era stato Giandomenico quello che aveva inventata la guardia nazionale. Allora nelle liste il nome di Giandomenico fu lasciato indietro; il Consiglio comunale riuscì composto di quindici contadini; il prefetto, non sapendo chi far sindaco, tira in lungo, e dice che confida nell’opera riparatrice del tempo; Buccelli fu nominato segretario del comune. La Giunta municipale, in generale non si fida della carta, nè di quella stampata, nè di quella scritta, per cui delibera sempre di non far niente. La prefettura annulla il far niente; ma le cose, com’è naturale, non vanno innanzi per questo. Le faccende dunque vanno un po’ male, e i signori, quelli dei cinque partiti, se la pigliano col Governo, e si dicono del partito rosso. Questa parola rosso imbroglia un poco il mio fattore, ma per istinto la pronuncia con una certa smorfia di qualche serietà. Questi rossi dicono cose di fuoco sul caffè: dicono che il Governo è venduto, e che i contadini sono pifferi.