«Il Governo non sa che rispondere» dice il mio fattore «ma i contadini seguitano a nominarsi tra di loro per far dispetto a quelli dei calzoni lunghi. Il Buccelli nel partito rosso è l’uomo della giornata, ed anche i contadini dicono che è uno dei pochi di cui si possa fidarsi. Infatti le cose non le piglia male. Nel Consiglio comunale ha proposto innanzi tutto che si abolisse l’illuminazione del paese. I consiglieri votarono per acclamazione, e si dissero all’orecchio che il segretario era uomo di studii, e che andava tenuto di conto. Ai rossi, il Buccelli poi disse che i lampioni gli aveva fatti mettere Giandomenico, e che la era una sua aristocrazia. Di scuole il Consiglio non vuol sentirne parlare, e il Buccelli tira giù proteste per opporsi, come egli dice coi rossi, al Governo.» E via di questo passo il fattore mi vuotò il sacco. Così signori e pifferi, i quali si mangerebbero tra loro, sono unanimi nel tenere alto il Buccelli sul piedestallo di una grande popolarità.

Poi il mio fattore mi raccontò che da un pezzo, al povero Giandomenico gli affari andavano alla peggio; cosa che del resto non mi era del tutto nuova. Le ultime annate cattive per raccolti, e più cattive per lui, grazie a quella legge che è comune ai debiti e alle valanghe, gli avevano dato l’ultimo tracollo. Il Buccelli intanto era stato veduto comperare i crediti qua e là verso quel povero galantuomo, e un bel giorno saltar fuori col pegno, con l’asta, e col portargli via quel po’ che gli era rimasto, salvo casa e orto. — «Ma con che denari» disse qui il fattore, per prevenire una mia domanda «con che denari il Buccelli aveva potuto comperare questa roba?... In paese» continuava il fattore «i neutrali (perocchè ci sono anche i neutrali) cominciavano a non capirne niente. Quando tutto a un tratto si viene a sapere che il Buccelli aveva comperato per un gran signore della città, il quale non aveva voluto comparire per pagar meno. Allora l’abbiamo capita tutti, e infatti poco dopo si vide arrivare un bell’uomo, che è poi il signor Garofani, con tanto di moglie e carrozze e cavalli e servitori, il quale si mise detto e fatto a rifabbricare con lusso un casale rustico ch’era unito ai fondi del conte Giandomenico. Venuto poi che fu questo nuovo signore, la gente cominciò a parlare. Anche qui si formarono due partiti, senza contare un terzo che si tiene neutrale.»

A questo punto però, avendo cominciato anch’io a capire che il mio fattore mi voleva menar fuori di strada, perchè ormai eravamo arrivati al momento del dovermi pur dire quello che riguardava me, lo fermai, e lo rimisi in careggiata.

«Insomma, si dice che lei è governativo!» scoppiò fuori a un tratto il mio povero fattore, per dirla tutta in una volta, giacchè la doveva dire così grossa.

«Però, veda, sono state le male lingue....» ripigliava il fattore; ma io lo tenni saldo, e gliene feci dire di più grosse ancora. Allora seppi che se per l’addietro non ero venuto in paese, gli era perchè m’ero messo alle costole del Governo per buscarmi un impiego e fargli fare quelle leggi che erano contrarie a Borghignolo. Ma venutoci poi e senza impiego, non ci dovevo, era chiaro, esser venuto per niente, e quindi Dio sa per che cosa. Tutti si aspettavano ch’io mi sarei dato molto d’attorno: ma nessuno avendomi veduto per essermene io rimasto così appartato, i sospetti erano cresciuti tanto più. Io sono l’amico di Giandomenico, e siccome questo povero Giandomenico ha sempre avuta l’aria un poco intronata, e chi sa come lo avranno ora sbalordito le disgrazie!, così si dice ch’ei fa lo sciocco per darla ad intendere, che è il mio emissario segreto, che è un volpone, e che fra noi due nascondiamo una covata misteriosa.

«Ci mancherebbe anche questa!» dice la gente.

«Coraggio» dice il Buccelli «lasciate fare a me!»

«E intanto» soggiunge il fattore «anche il foglio del capoluogo deve aver messo olio sulle braci; mi contano che n’ha parlato anch’esso, e mi chiudono la bocca, perchè il foglio io non lo leggo; e poi mi dicono che ragionar meglio del foglio è impossibile. Fu allora che, non sapendo che fare di meglio, ho pensato d’inviarle quel figliolo, Luigi, che andava in America, sicuro che lei gli avrebbe fatto del bene; e allora le male lingue avrebbero taciuto: ma anche questa la mi è andata male.»

Così il mio fattore, senza saperlo, aveva fatto un po’ di politica anch’esso. È uno strano privilegio di questa scienza, quello di essere professata senza le spese della laurea, e spesso anche senza quelle della grammatica! Ma lasciamo andare questa questione; la questione per me adesso è di sapere se devo rifare i bauli per la seconda volta, o no. Confesso che di trovare tanta politica in Borghignolo non me l’aspettavo davvero. E non m’aspettavo che il mio aratro, in ricambio di tanto affetto, m’avesse a schiacciar sotto così subito. Dovrò dunque tenermi chiuso in casa, dopo essere venuto qui per cercar ristoro all’aria libera delle colline e de’ campi? Ci vorrà pazienza! rimarrò solo, lascerò fare e dire, terrò per me i campi, la collina, la mia casa, e abbandonerò ai borghignolesi la piazza, il caffè e la politica. Così vivremo tutti in pace, ed io non farò i bauli, aspettando, come il prefetto, l’opera riparatrice del tempo.

Non foss’altro, su quella paura che avevo avuto dell’arco di trionfo, ora sono tranquillo.