10 settembre 1865.

Se a qualcuno dei nostri nipoti, i quali avranno anch’essi le loro tribolazioni grandi e piccole, venisse il capriccio di conoscere qualche tribolazione dei loro vecchi, qualche piccola tribolazione, per esempio, del 1865, avrei voglia di far loro sapere che c’era quella della popolarità e della impopolarità. Se a loro tempo non l’avranno, fortunati loro! Dal più al meno, per questa benedetta popolarità, oggi sono tutti sulle spine. Si dicono bugìe; si fanno cose incomodissime; si farebbero le capriole e i rivoltoloni per strada senza che l’essere gravi o vecchi sia un ostacolo. Anch’io, quand’ero giovane, ho fatto l’occhietto alla popolarità; e avendolo fatto contemporaneamente a una signora alla moda, la quale di tanto in tanto metteva anche me sul candelliere per darsi il gusto poi di voltarmi le spalle, ci ho trovata alla fine l’istessa soddisfazione. Per finirla affatto colla popolarità, ci volle però che mi piantasse lei. Pensando a un caso così tremendo, una volta ne avrei avuti i brividi; ma ora che ci sono, mi sento invece un gran peso giù dalle spalle. I pregi dell’essere impopolare sono, pressappoco, quelli del celibato, pregi negativi; li ho già capiti e valutati, e per un uomo del mio stampo, sono pregi d’oro.

Approfittando dunque della mia impopolarità il giorno dopo che ne ebbi la prova, passando dinanzi al caffè proprio sul mezzodì andai a far visita al mio vecchio compagno di scuola, Giandomenico. Di questi fatti, audacissimi per Borghignolo, se ne vedranno d’ora innanzi parecchi.

Povero Giandomenico! Mi ha stretto talmente il cuore, che ho dovuto maledire tra me stesso i miei anni, i miei acciacchi, e questa tomba nella quale sono irremissibilmente disceso. Sì, perchè se io fossi giovane, sano e, innanzi tutto, vivo, vorrei davvero cavarlo quel mio povero amico da quello stato così tristo in cui l’ho veduto. Eh, come si fa! È troppo tardi. Pesa su di me una fatalità, innanzi alla quale ho dovuto darmi vinto, e a quest’ora è inutile che io riprenda una lotta a cui non basto. Povero Giandomenico! Vedendomi, s’è fatto rosso in viso quasi gli rammentassi in una volta tutta la storia delle sue disgrazie. Gli parlai subito del suo bel figliolo; gliene chiesi conto di nuovo; gli parlai dei miei progetti di vita campagnola, e cercai nel passato qualche barzelletta da richiamare. Ma Giandomenico intanto aveva ripresa una certa espressione tra il malinconico e l’indifferente, che gli doveva essere ormai abituale; rispondeva poco, e con l’aria d’uno che non ascolti. Gli anni e le sofferenze non gli avevano risparmiato nulla; e di più traspariva da lui un certo decadimento morale, da cui mi sentii così dolorosamente colpito che quasi mi vennero le lacrime agli occhi. Presto la parlantina mi abbandonò, e ci furono dei lunghi intervalli di silenzio. Diedi qualche occhiata all’ingiro, e riconobbi il salotto ove eravamo; mi rammentai di averci tante volte giocato, quand’ero ragazzo, sotto gli occhi della contessa Teresa, la madre di Giandomenico, la quale mi dava sempre de’ confetti. Allora, avrei voluto essere sempre lì; ma mi fermavo spesso sulla porta, perchè quel salotto e quei signori mi davano tanta soggezione! Quanti bei mobili ci avevo veduti! All’ingiro, pendevano dalle pareti delle grandi cornici dorate, degli specchi, e dei santi. Nel mezzo, ricordavo una lumiera a cristalli bianchi e colorati, a fiorellini, a fogliuzze luccicanti che m’avevano sempre fatta una gran gola. Poi c’erano tavole, seggioloni, e tavolini tutti a fogliame e a spigoli contro i quali avevo dato tante volte delle capate, però senza piangere, perchè avevo soggezione anche dei mobili.

Ora in quel salotto non c’era più che una vecchia scrivanìa piena di polvere e di carte disordinate, presso una finestra; un tavolino scassinato e qualche seggiola spaiata. L’unico mobile di pregio che rividi fu uno scrignetto a incrostature di tartaruga e di lamine d’argento cesellate. Lo aveva assai caro la contessa Teresa, e mi era rimasto impresso nella memoria perch’era di là che uscivano di solito i confetti. Ora era mezzo screpolato e annerito. Quest’ultimo avanzo di una ricchezza che non era più, rendeva ancora più tristo lo squallore di quel salotto; e più tristi faceva i miei pensieri che volevano indagare come mai solo quello scrignetto avesse potuto rimanere all’antico suo posto.

Mi alzai. Giandomenico richiamandosi di nuovo a se stesso, si fece ancora un po’ rosso in viso, mi incominciò qualche parola di complimento che andò a morirgli sulle labbra, e volle accompagnarmi fino al portone della casa. Attraversai il lungo porticato tutto dipinto a stemmi e a motti in latino; intravvidi ancora certi ritratti vecchi, anneriti ch’ero solito guardare passando; ma questa volta non alzavo più gli occhi, perchè tutto in quella casa, e quello che c’era, e quello che non c’era più, mi serrava il cuore ugualmente. Nel salutarmi, Giandomenico mi guardò e mi disse: «sei pallido e malinconico, cos’hai?»

«Io?» risposi: «Tutt’altro. Forse non pare a primo aspetto, ma sono in bonissima salute, e di bonissimo umore!»

Non avrei mai creduto di dover dire una simile bugia. Ma il sentimento che me la dettava, me la fece quasi parere una verità.