15 settembre 1865.
A un vecchio cavallo che ha passati i suoi anni, prima della rimonta, al reggimento, e che ora tira tranquillo per una stradicciola di campagna la sua carretta, non si dovrebbero lasciar mai sentire gli squilli della tromba. Lo dicevo sempre al mio buon medico, e in questi giorni me l’andai ripetendo a me stesso, nel sentirmi un certo bollore nel sangue, dopo aver veduto l’affisso sulla porta del comune che annunziava per il giorno 22 del mese venturo le elezioni politiche generali. Non so perchè, ma da quel momento mi sentii una gran voglia di chiacchierare con qualcuno, e le gambe mi menarono a passare dinanzi al caffè; proprio dinanzi a quel famoso caffè nel quale la settimana prima avevo giurato di non metter più piede. Dopo averci fatto più volte il primo giorno la ronda all’ingiro, il giorno dopo finii coll’entrarci. Rividi il Vero Italiano; e per accostare alle labbra, ancora una volta, la tazza della popolarità, domandai un bicchiere di anisetto. Due giorni dopo, avevo già scambiata qualche parola con qualcuno, e avevo ascoltato qualche utile insegnamento sulla briscola e sull’amministrazione dei grandi Stati. Queste prime prove della mia deferenza furono bene accolte, e contribuirono a persuadere più d’uno, se non mi sbaglio, della mia innocenza. A poco a poco si cominciò a guardarmi più con curiosità che con sospetto; e scommetterei che molti sono forse già convinti che quel tale, che cospira contro Borghignolo, sia un altro. Insomma si direbbe che rinasca una certa fiducia.
Oggi infatti, verso il tocco, quando i benestanti del paese dopo aver desinato vanno, col naso un po’ rosso, a prendere il caffè, passando io a caso dinanzi la bottega, parecchi, con viva istanza, mi vollero per farmi decidere una questione. La questione era se, quando si tratta di eleggere un deputato, sia meglio sceglierne uno di quei vecchi, purchè sia giovane d’anni, od uno nuovo, ma vecchio d’età. Questa importante questione era venuta a proposito d’un appello che il Vero Italiano aveva fatto a quei di Borghignolo, in un articolo sulle elezioni che incominciava: «Borghignolesi, pensateci: vi guarda l’Italia, vi guarda l’Europa!»
Chi gridava più di tutti era il segretario Buccelli. «Ma volete contarle a me queste cose» diceva «a me che apro tutti i giorni cinque o sei pieghi dove ci son carte che vengono e dal prefetto, e dal Ministero, e dai carabinieri?... Io la vedo da vicino la politica, miei cari, e so come vanno le faccende. Ci vogliono uomini nuovi, come dice bene il Vero Italiano, ma un po’ sugli anni, come dico bene io! Qui sta il punto! I deputati bisogna mutarli tutte le volte, anzi io li vorrei mutare tutti gli anni, per impedire le combriccole: questa, come politica, sarebbe la migliore: ma poi bisogna mandare al Parlamento degli uomini che non se la lascino fare. Perchè bisogna sapere che presso il Ministero ce ne sono dei birbaccioni! delle volpi!... Bisognerebbe vedere i pieghi....»
«Dunque ci vogliono dei giovani!» gridava Batista. Batista è un giovanotto elegante del paese, in giacchetta di velluto, e camicia di lana rossa, colla quale vuol anche dire d’essere stato una volta lì lì per partire coi volontari: «Ci vogliono dei giovani che abbiano del fegato, che ci sbarazzino dei parrucconi, e che vadano là e che dicano.... insomma lo so ben io!...»
«D’accordo» ripigliava il Buccelli «le idee devono essere tutte nuove, e ci vogliono uomini sempre nuovi; ma per tenere al dovere i parrucconi ci vogliono quelli che la sanno più lunga di loro. I regolamenti, le tabelle, i conteggi.... non sono cose da giovanotti; ci vogliono i capelli grigi, lo dica lei, signor Borsa....»
Il signor Borsa è un antico impiegato che veste di nero, e porta sempre il cappello di città: è l’ultimo di quand’era ancora all’impiego, e che segue il signor Borsa nella vita privata.
«Sicuro! sicuro!» rispose il signor Borsa gravemente «siamo in un cataclisma con queste novità! Non ne capisco più niente nemmen io! Bisogna cambiar tutto da capo a fondo....»
«Dunque ci vogliono i giovani» gridava di nuovo Batista «ci vogliamo noi; ci vogliono quelli dell’opposizione....»
«Ben detto» osservò un altro del crocchio, un certo Pasetti «se si vuole che il Governo sia sorvegliato davvero, bisogna che i deputati sieno tutti dell’opposizione; se no, ministri e deputati se la intendono tra di loro; e allora, domando io, a cosa serve che si mandino al Parlamento i deputati?»