«Sono buoni figlioli» diceva il Buccelli «che la pensano bene, ma in politica certe furberie non le capiscono alla prima. Che ci vogliano deputati nuovi, ma che sieno un po’ in là con gli anni, è l’abbiccì della politica un po’ fine! È vero, o no? Lo dica lei, don Michele, lei che la politica la sa da un pezzo, e che ha girato il mondo....»
«Caro Buccelli» rispos’io «giacchè mi dite così, vi farò una confidenza. In altri tempi, quand’ero giovane, mi son trovato, è vero, un po’ nella politica anch’io. La polizia, come sapete, mi voleva mettere in gabbia, ed io che avevo trovato a tempo un buco nella rete, mutai di bosco, e mi tenni alla larga dagli uccellari. Ma questa, come vedete, era una politica molto facile a capire, politica semplice, spiccia, e non c’era da farci su questioni. Adesso invece la politica è diventata molto più fine, come dite voi benissimo, e capirete che non è alla mia età che si imparino le cose nuove. Chi sa? fors’anche ci riuscirei, ma non mi ci metto. Sono ignorante, in questa parte, ignorante come non lo è nessuno, perchè di politica oggi ne sanno un po’ tutti. Anzi vi faccio questa confessione in confidenza, perchè poi non vorrei che la gente ridesse un pochino di me.»
Intanto eravamo giunti alla porta di casa mia. Il Buccelli avrebbe voluto riprendere il filo delle idee che evidentemente io gli avevo fatto smarrire. Ma dopo una confessione così completa, a me parve d’aver finito, e lo salutai ringraziandolo della compagnia.
24 settembre 1865.
Da tre giorni non è più possibile tener dietro a tutti gli avvenimenti che si succedono in Borghignolo. Il fatto principale, e di cui gli altri non sono che conseguenze e necessità storiche, è la venuta del signor Garofani, di sua moglie e d’una loro figlia. Addio passeggiate, addio colline, e i vostri bei sorrisi d’autunno; io mi sono chiuso in casa, passeggiando per le mie stanze dove spero almeno di non incontrarmi con questi nuovi venuti. So appena chi sieno, non li ho veduti che una volta alla sfuggita, eppure non mi vanno. Potevano lasciarmi nella mia quiete da cui incominciavo a sentire qualche primo beneficio.... ma signor no! Oggi infatti sto già malissimo, e se non temessi di peggio, ritornerei in città. Il prossimo e la libertà individuale formano uno di quei problemi che la teoria potrà sciogliere, ma la pratica mai.
Questi signori Garofani stanno poco lontano da me. Oltre a molte terre, che erano del mio povero amico Giandomenico, fu comperata da loro una sua vecchia casa rustica che sta nel paese, e di cui fecero una villa chiamandola l’Isola di Cipro. Quest’isola, affidata nelle mani di un pittore di scene, fatto venire appositamente, rappresenta appunto uno di quei castelli di tela con cui spesso incomincia un ballo mimico. Non ci manca nulla; merli che diroccano, stemmi a cinque garofani, un gufo di cattivo umore, e perfino un guerriero vestito in ferro, con cimiero e piume, che guarda fuori da una finestra finta, come a dire che il padrone di casa è sulle mosse per la crociata. Ora si sta facendo un giardino, nel quale, mi conta il mio fattore, ci devono essere cose straordinarie. Intanto nessuno può entrarvi, e a chi ci lavora è proibito severamente l’aprir bocca.
Sento anche che girano per il paese due servitori di casa Garofani, in giubba di color cioccolata e calzoni corti, con cordoni e mostre d’argento; uno ha una gran barba. La gente, a cui paiono e non paiono due carabinieri, a buon conto fa loro le scappellate.
Alla sera il cuoco di casa Garofani va al caffè dove gioca a tressette. Gli pagano volentieri de’ bicchierini, ma lo fanno cantare sulle provviste e sui piatti che si mangiano da’ suoi padroni. Non è la prima volta che il signor Garofani viene in paese, ma non si è ancor finito di parlarne. Ogni volta si discorre di nuovi milioni, dice il mio fattore, e di nuove maraviglie; c’è chi ammira, c’e chi critica, e ciascuno dice la sua. Il più affaccendato di tutti è il Buccelli, il quale è in casa Garofani da mattina a sera, e va e viene senza aver tempo di rispondere o di salutare chicchessia. Anche le altre persone più cospicue hanno già fatta la loro visita, e presentati i loro omaggi. Primi furono il curato e il signor Borsa, i quali attraversarono il paese assieme, in abito delle feste; il signor Borsa portava un paio di guanti neri, che serba per le grandi occasioni, e nei quali ci potevano stare contemporaneamente anche le mani del compagno. Si è osservato in paese che Giandomenico non è ancora andato in casa Garofani, e che non ci sono andato nemmen io. Da ciò si conchiude che decisamente io sono del partito di Giandomenico, e che è difficile prevedere come l’andrà a finire.
Quei di Borghignolo, poco avvezzi a tante novità in una volta, ne provano qualche apprensione. E in qualche apprensione mi trovo anch’io, non potendo prevedere quando mi sarà dato uscire di casa.