15 ottobre 1865.

Col mio aratro la va di male in peggio. Ho gran paura che a compire la storia delle mie illusioni e dei miei disinganni, non ci debba concorrere anche un pieno disinganno a proposito di Borghignolo. Ma chi se le poteva sognare certe cose? Il silenzio e la quiete di Borghignolo, a mio ricordo, non erano interrotti mai in tutta la giornata che dal rumore di un carro che passasse sulla strada maestra, o dallo stridìo delle cicale nelle ore calde. Io che avevo fatto i miei conti su questi pregi di Borghignolo, incomincio a trovarmi un po’ defraudato. Altro che le cicale! Anche qui ci sono partiti e polemiche; anche qui c’è un orizzonte politico rannuvolato, il quale di tanto in tanto manda un acquazzone di quelli che vanno a raggiungere fino i pulcini rincantucciati nel pollaio. Quelli di Borghignolo, a dirla, sono nel loro diritto; io però, se essi continuano a volere levar la mano alle cicale, me ne andrò, e senza metter tempo in mezzo, come soglio far io quando prendo una risoluzione. Nei giorni passati ero tanto sulle mosse che non presi nemmeno la penna per continuare queste pagine che pur sono l’unico mio sollievo. La riprendo oggi per non rompere il filo della cronaca di Borghignolo; ma se presto non ritorna la bonaccia, mi metto la barca sulle spalle, e vado in traccia della terra ferma, se pure ce n’è una.

Eccola dunque, tutta d’un fiato, la storia di queste ultime tre settimane. — La mano di Borghignolo è chiesta contemporaneamente da tre nuovi candidati politici, desiderosi di impalmarla e condurla in quel giardino della vita coniugale che è tutto fiorito di rose, come ognuno sa. Dell’antico deputato, che pure era un brav’uomo, nessuno parla più, perchè sono unanimi nella massima che ce ne voglia uno nuovo. I tre candidati nuovi sono: un medico del capoluogo della provincia, il direttore del Vero Italiano e il signor Garofani.

Il medico è un antico carbonaro, stato due volte in prigione, stato in esilio parecchi anni; ebbe il suo magro patrimonio sotto sequestro, e lo perdè in gran parte. Egli però non va troppo a garbo a tutti quelli che furono sempre solidali e indivisibili nel far niente. I più lo combattono, e dicono di lui cose di fuoco. Dicono, tra l’altre, che sia imbecillito, che abbia perduta l’antica energia del protestare, e che adesso non sappia predicare di meglio che l’abnegazione, la pazienza e la laboriosità. A Borghignolo, dove la si pensa ben più altamente, non c’è nessuno che si occupi di lui, meno forse quell’altro originale d’un Giandomenico.

Il direttore del Vero Italiano, che è proprio l’antico sensale, e che non so come mai sia diventato giornalista, possiede il cuore della bella a cui aspira. Per quante, e per quanto diverse siano le cose che i suoi lettori possano pensare in capo a un giorno, egli le sa indovinare e stampar tutte. Quelli che leggono in un foglio stampato, che viene dal capoluogo, proprio tutto ciò ch’essi avevano pensato, dicono subito che è un grand’uomo chi sa scrivere a quel modo. Non è però a dire che dopo tanto corteo di fedeli non vengano anche dei miscredenti. C’è chi a quattr’occhi crolla il capo; c’è chi ricorda qualche storiella che gli altri hanno dimenticato; c’è chi ne susurra di grosse all’orecchio d’un amico. Ma anche questi in pubblico se ne stanno zitti, come passeri che scambiano lo spauracchio col guardia; e lo inchinano anche loro, e fanno appuntino tutto quello ch’egli prescrive. Egli insomma è il padrone della provincia, tanto è il prestigio della carta stampata nei paesi dove essa è cosa nuova.

Il terzo aspirante è il signor Garofani, uomo nuovo ma provetto, come disse per tempo il Buccelli, prevedendo il giorno in cui si avrebbe a salvar la capra e i cavoli.

Lieto d’essere fuori di combattimento, e di non appartenere più a questo mondo, me ne stavo una mattina nell’orto, osservando una certa mia vite a spalliera. Omero, che trovò questa pianta tuttora salvatica in Sicilia, come dice il mio manuale, se vedesse la mia bella vite a tralci orizzontali, all’uso di Thomery, mi direbbe certamente: «bravo Michelino!»

Dicevo questo tra me, quando il mio fattore, correndo e infilando a un tempo le maniche della carniera, venne a dirmi in gran fretta e confusione che nel mio salottino c’era la signora Garofani, che domandava di me. Risposi subito che non c’ero; ch’ero lontanissimo; che era impossibile sapere dove mi fossi fitto, e quando sarei ricomparso. Ma fu inutile, perchè il fattore, nell’abbottonarsi la carniera, mi confessò che essendo stato sorpreso in maniche di camicia, aveva cercato di rimediarci col dire ch’ero in casa, e che venivo subito.

Erano le dieci di mattina. La signora Giuseppina Garofani aveva un gran vestito di seta color verde, un vezzo di diamanti al collo, e un cappellino verde anche esso, con piume bianche. Capii la confusione del mio fattore. Passata quella prima stizza, seppi sostenere nel dialogo la mia parte con bastante disinvoltura e cortesia, rimanendo però, a un pezzo, inferiore alla melliflua signora Giuseppina, la quale dopo mezz’ora di conversazione mi chiamava già il suo caro don Michelino; dopo tre quarti d’ora m’interrompeva con un gioia mia! e dopo un’ora, poichè rimase lì più d’un’ora, esclamava di tanto in tanto: «ma lei parla come un amore!»