Cosa voleva la signora Giuseppina? La signora Giuseppina incominciò col dirmi che, passando dinanzi alla mia casa, aveva domandato di chi fossero quei bei gerani che si vedevano nella corte; le avevano risposto ch’erano del padrone, ossia ch’erano miei. «Come! del signor don Michele? Di quel signore così garbato, di cui si dicono tante belle cose, e che io e Garofani desideriamo tanto di poter conoscere!» Allora era entrata, e il mio fattore aveva voluto a ogni costo chiamarmi, e darmi questo disturbo. Dai gerani passò alla sua nuova villa, da questa alle ricchezze di suo marito, e dal marito all’elezione del deputato.
«Garofani non lo sa, ma tutti lo vogliono lui. Eh, si vede che sono molto fini quei di Borghignolo! Per l’impiego di deputato, Garofani lo si direbbe fatto a posta!; io che sono sua moglie lo devo sapere. Se vedesse Garofani quando prende la gazzetta! È un politico dei primi!; la legge fino all’ultima parola, a costo di addormentarcisi sopra. E poi mio marito è tanto parlatore! Tutti dicono di volere un deputato che parli molto; ebbene mio marito, a lei lo posso dire, parla più di tutti! Se sapesse quanto parla!...»
Insomma la signora Giuseppina, credendo ch’io potessi procacciare a suo marito una bella gerla di voti, voleva che per il bene della patria ci accordassimo, io e lei, per assicurargli il trionfo. Alla signora Giuseppina confidai dal lato mio i miei malanni, il mio mal di fegato, e la mia ignoranza in fatto di gazzette. Mi feci spiegare qualcuno di questi imbrogli della politica, e la pregai di lasciarmi da un canto, per la paura che mi fanno le cose che non capisco. La signora Giuseppina, che non aveva preveduto il caso, rimase questa volta un poco sconcertata.
Pochi giorni dopo però trovò modo di ritornare all’assalto, intarsiando il discorso d’argomenti che non erano de’ suoi, e che si vedevano suggeriti dal Buccelli; ma si trovò da capo nelle secche. Quando poi si persuase che non c’era modo di farmi spiegare la bandiera de’ Garofani, volle almeno assicurarsi della mia neutralità, e riuscì a tirarmi in casa sua. È un vampiro con la cuffia, questa signora Giuseppina! e se non me ne divertissi alquanto, avrei già pensato sul serio a mettermi in salvo. Conobbi il marito, il quale dal punto di vista di alcuni generi coloniali, è in disaccordo con la politica italiana; conobbi la figlia che si chiama Adelina, e che, sotto ogni punto di vista, è una bellissima ragazza.
Gli assalti a cui ho dovuto far testa per non lasciarmi cavare dall’ospizio degli invalidi, e ricacciare nelle file dei combattenti, non vennero solo dalla signora Giuseppina. Ebbi un assalto da Giandomenico; ne ebbi un altro da un circolo elettorale del capoluogo della provincia, e non so dir quanti da vecchi amici e conoscenti dei paesi circonvicini. A chi risposi adducendo un pretesto, e a chi confidando le mie buone ragioni. «Io non diffido» dissi agli amici «delle sorti del mio paese. L’importante è fatto. Ci sono poi dei mali inevitabili, ed è a furia di compitare, e di spropositi che il paese imparerà a leggere corrente nel libro delle sue libertà. La casa nuova è bella quando la vedi sui disegni, o quando la abiti finita; mentre la fabbrichi non hai che malta e calcinacci da tutte le parti. Io fui tra quelli che la disegnavano; non sarò tra quelli che l’abiteranno, e posso quindi risparmiarmi i tegoli sul capo, e gli schizzi della calcina.»
Quelle domande e quelle risposte però mi avevano già messo sossopra; mi avevano agitato non so perchè; mi avevano risvegliati i sintomi dei miei più grossi malanni, e se non mi fossi rifuggito subito nella dimenticanza d’ogni cosa di questo mondo, non so quello che sarebbe già avvenuto di me a quest’ora. Ma ritorniamo agli avvenimenti di Borghignolo.
La visita fatta a me dalla signora Giuseppina fu l’assalto, tentato e non riuscito, contro una vecchia bicocca che potè essere lasciata da parte, senza pregiudizio delle grandi operazioni strategiche, le quali incominciarono subito dopo, con un pranzo ogni giorno in casa Garofani. Ad eccezione di me, che non ci andai, e di Giandomenico che non fu invitato, vi pranzò in pochi giorni, auspice il Buccelli, mezzo il paese. Ci furono pranzi aristocratici col curato e il signor Borsa, e pranzi democratici con l’agrimensore e il caffettiere.
Poi il Buccelli radunò un circolo politico, dal quale fece proclamare la teoria dell’uomo nuovo, ma provetto, all’appoggio di una esperienza di cui ognuno aveva potuto, pranzando, assaporare i pregi. Si fecero grandi elogi anche al direttore del Vero Italiano; si deplorò che fosse un po’ meno provetto del signor Garofani, e si augurò all’Italia che in altro modo lo avesse tra i suoi rappresentanti: si mandò un saluto fraterno all’America, e si nominò un Comitato promotore della candidatura del signor Garofani.
Il Comitato promotore, e il Buccelli che ne è il presidente, pensarono per prima cosa a procacciarsi degli alleati. Il Buccelli che, come dice la signora Giuseppina, è un politico, quasi quasi come il Garofani, mise gli occhi sopra un paese vicino ove gli parve che il terreno fosse vergine, e l’elettore docile. Sommando in prevenzione i voti di questi elettori con quelli di Borghignolo, vide che l’aritmetica era tutta a favore del suo candidato; fece il suo piano strategico, ed entrò subito in campagna. La gran giornata campale, decisiva, l’abbiamo avuta poi domenica passata. Quella domenica era la terza del mese, e in Borghignolo la terza domenica d’ogni mese si fa una processione per tutte le vie con la confraternita e con la banda. L’occasione non poteva essere migliore; furono invitati per quel giorno in Borghignolo gli elettori con cui si voleva fraternizzare, e con essi furono invitati anche un paio di sindaci, un paio di curati, e qualche canonico. La festa poi doveva chiudersi con un gran convito in casa Garofani, e con lo sparo dei mortaletti in piazza. Il Buccelli previde ogni cosa, fino i brindisi, e gli evviva in fin di tavola. La signora Giuseppina, che mi onora della sua confidenza, mi disse il giorno prima che il Buccelli e suo marito avevano pensato un bellissimo discorso. Il Buccelli sapeva, perchè egli stesso glielo aveva suggerito, che uno dei sindaci invitati, nel fare il suo evviva al futuro deputato, gli avrebbe chiesto nientemeno che una strada ferrata che toccasse il suo paese. Il signor Garofani allora gli avrebbe risposto in un modo da lasciare tutti gli astanti con la bocca aperta per un pezzo.
Venuta la domenica, e venuti gli invitati, alla mattina dopo la messa cantata ci fu dunque la processione che, a detta di tutti, riuscì più bella del consueto. Il clero era più numeroso per l’intervento dei curati e dei canonici invitati al pranzo di casa Garofani; la banda, che di solito gode delle maggiori franchigie nell’abbigliamento, sfoggiava questa volta un berretto d’uniforme; parecchi confratelli poi avevano fatta lavare la veste. In veste bianca, cappa rossa e posto distinto veniva il Buccelli, il quale è anche priore della confraternita. L’antico priore era lo speziale, ma dopo la battaglia di Magenta il Buccelli cominciò a dire che non era più l’uomo dei tempi, e gli rubò il posto.