Quando le processioni, o la confraternita, passano dinanzi al caffè, ove piantati sulla porta ci stanno sempre due o tre liberi pensatori con le mani nel taschino de’ calzoni, il nuovo priore, facendo loro d’occhio con malizia, riceve in ricambio un saluto d’intelligenza e una smorfia sotto i baffi, da cui si vede che tra la confraternita e i radicali di Borghignolo, non c’è ruggine di sorta. Anche quei della banda, che precedono il baldacchino, dinanzi al caffè intonano l’inno di Garibaldi, per far intendere che non sono meno liberi pensatori di quello che siano liberi sonatori.

Incominciata la processione, incominciò anche lo scampanìo che seguitò per più d’un’ora. Io, che al sonare delle campane divento come uno di quei poveri cani che mandano dei mesti ululati e scappano per le campagne, senza ululati ma mestissimo pigliai una delle mie stradicciole favorite e di là mi dilungai, come fanno i miei pensieri, fuori di mano e senza mèta. Per il pranzo, anche questa volta mi ero scusato, e potei lasciare tutte le altre allegrie senza che alcuno ci badasse, perchè ormai è noto il mio divorzio da questo mondo per incompatibilità di carattere.

Ma appena fui di ritorno, mi trovai dinanzi la signora Giuseppina che veniva a prendermi in tutta furia perchè almeno accettassi una tazza di caffè, e fossi presente agli evviva che incominciano, secondo l’uso di Borghignolo, quando i commensali, levatisi di tavola, si frammischiano, gridano, si abbracciano girando per la sala col bicchiere in mano. Condotto dalle chiacchiere della signora Giuseppina, dopo pochi minuti ero anch’io tra i convitati in baldoria di casa Garofani, e giungevo proprio in sul punto in cui si faceva un profondo silenzio per udire quel tal sindaco che doveva parlare della strada ferrata. Questo sindaco che aveva l’aria d’aver bevuto un po’ troppo, e di non saper più dove ripescare il suo discorso, dopo un po’ di meditazione fece un gesto di impazienza, e si accontentò di gridare: «Viva dunque il signor Garofani e la sua signora metà! Viva tutta la compagnia! E viva l’allegria!» — «Bravo Carlotto! benissimo!» si gridò da tutte le parti. «Viva il signor Garofani! viva il nostro deputato! viva Carlotto! viva l’allegria!» E per qualche minuto ci fu un chiasso indiavolato. Il Buccelli era diventato livido, ma il signor Garofani imperturbato fece cenno di voler rispondere, ed ottenuto un silenzio ancor più profondo del primo, rispose così:

«Io ringrazio l’egregio signor sindaco della fiducia, che a nome degli elettori della sua cospicua borgata, così eloquentemente ha voluto significarmi. Gli interessi di questi paesi mi sono sacri quasi come i miei... No! o Signori, quelle obbiezioni di cui ha parlato il signor sindaco, che dagli avversarii si fanno alla nostra appetita ferrovia, reggere non potranno; ed io per sempre le saprò disperdere tanto nel Parlamento che alla Borsa.... Sì! o Signori, le strade ferrate sono il gran portento del secolo! I titoli della nostra linea si manterranno in richiesta e buona vista. Il commercio e l’industria formano la prosperità dei popoli! Viva dunque la strada ferrata! viva il signor sindaco e la libertà!»

L’entusiasmo fu indescrivibile. Il Buccelli si ricompose e riacquistò il colorito naturale, che in quel momento era quello d’uno che ha ben pranzato. Tutti volevano abbracciare il signor Garofani, e dichiaravano che parole simili a quelle dette da lui non le avevano mai sentite. Parecchi erano talmente inteneriti, che stavano per piangere, e la signora Giuseppina ne accresceva il numero, correndo per la sala con due bottiglie in mano, a ricolmare i bicchieri di tutti. Anche i servitori della casa, quantunque vestissero la gran livrea di color cioccolata con le mostre verdi, dimenticate le etichette, bevevano allegramente colla compagnia. Io mi ero rifuggito in un angolo dove si faceva meno baccano, e dove mi trovai con un canonico che, seduto, assaporava tranquillamente il suo vino, levando di tanto in tanto qualcosa di tasca, ove aveva un magazzino di dolci, castagne e fruite secche. Ma la signora Giuseppina che non mi aveva perso d’occhio, fu presto da me con un bicchierino, e una piccola bottiglia.

«A questo poi, signor don Michelino, non si dice di no. È un malaga di quello che faceva il povero Baldassare, il mio primo uomo. È una delle ultime bottiglie che conservo in sua memoria, perchè me le aveva regalate il giorno in cui mi ha sposata.»

«Eh, allora è proprio vecchione!» disse in buona fede il canonico; ed io, per salvarlo, dovetti accettare il malaga e sviare il discorso, esclamando: «Alla sua salute, signora Giuseppina!»

«Troppo onore, e tante grazie!... E che ne dice del discorso di Garofani? Che sentimento eh!» prese subito a dire anche la signora Giuseppina per isviar me.

«E quelle parole sulla strada ferrata!» riprese il canonico. «Che parole! che risposta!.... In questo cantuccio non ho ben capito cosa gli avesse domandato il sindaco a proposito delle strade ferrate....»

La signora Giuseppina allora non ebbe più altro rimedio che quello di pigliarmi per un braccio, e di condurmi a forza in cerca del marito, dicendomi ch’egli era in giro per le sale da un pezzo a cercar di me, e tante altre belle cose. Così, in grazia del canonico, dovetti avere un dialogo anche col signor Garofani, e fermarmi mezz’ora di più. Appena però il signor Garofani incominciò nel suo crocchio a spiegare la politica, col pretesto di deporre il bicchierino del malaga, io mi tirai in disparte, e approfittando del primo uscio, me ne andai. Se ne dolse con me il giorno dopo la signora Giuseppina, ma io l’acquietai subito, dicendole che quella maniera di andarsene si chiamava andarsene alla francese, e che era una cosa di gran moda.