20 ottobre 1865.

Quando l’orologio è vecchio e logoro, è inutile, caro Michele, buttar via quattrini e cambiare d’orologiaro. Se l’aria di Borghignolo non mi pare più quella d’una volta, è inutile che me la pigli con quelli che devastano i boschi, e lasciano dilagare le acque. È con me che me la devo prendere, è col mio fegato, e sa il cielo con quali altri visceri malati e disfatti!; è col destino che non mi lascia mai mancare delle agitazioni nell’animo. Però anche i medici, per non far torto a nessuno, di me non hanno mai capito niente. L’inverno ritorna; la buona stagione sulla quale il mio buon medico aveva fatto tanti calcoli, è passata e pigliò posto anch’essa nello scaffale dei miei disinganni. Il sole ci mandò oggi un saluto, con qualche suo raggio tiepido, come un conoscente lontano che appena si ricordi di noi. Andai a rendergli il saluto anch’io, pensando: «pallido come sei, chi sa se ritorni!;» e pigliai per una delle stradicciole della collina, fredda e malinconica anch’essa, col suo bel verde ingiallito, le sue belle foglie cadute e ammucchiate, e senza il canto dei suoi uccelletti che sparirono come i convitati d’una casa venuta in basso.

Pieno di tristi pensieri, m’ero fermato a contemplare dall’alto la vecchia casa del mio amico Giandomenico, chiamata ancora il castellotto, situata nella parte più elevata del paese ove principia la falda del colle. Da un lato, il muraglione della facciata ha l’aspetto tuttora di un pezzo di torre; ci si vede una sola finestrella a sesto acuto: ruvido e severo, pare che dica ancora a chi passa: «cavati il cappello, e tira diritto.» Poi si vede che s’era cominciato, in altri tempi, a foggiarlo sullo stampo fastoso di un padrone con la parrucca incipriata, e la giubba di velluto. Ci furono aperte cinque grandi finestre con frontoni, cornicioni, ornamenti a spezzature, a curve, che paiono occupati a farsi tra di loro degli inchini in un minuetto. Quei finestroni volevano dire: «qui c’è corte bandita per tutti; pei nobili quassù, e pei villani sull’erba del brolo.» Ma i finestroni non furono continuati; rimasero soli, e dopo questi il muraglione continua uniforme, e pare più severo e più malinconico. Qua e là vi fu aperta qualche finestra meschina, misurata sulla persiana che c’era da metterci, per dar luce a un ripostiglio o ad una cameretta da pigionante. Tutto è cadente, scassinato, deserto; l’inverno è disceso da un pezzo sull’antico palazzotto, senza vicenda di stagioni più liete. Povero Giandomenico! L’ultimo della tua famiglia non è il tuo figliolo che, alta la fronte e la spada in mano, può cadere su un campo di battaglia nell’ebbrezza della gloria. L’ultimo sei tu che, vecchio e rifinito, assisti mestamente ogni giorno al crollare inesorabile di queste ultime rovine della tua famiglia, della tua casa!.....

················

«Una bigattiera! una magnifica bigattiera!» m’interruppe una voce, mentre una mano si posava sulle mie spalle. Era il signor Garofani, che s’era fermato presso di me, precedendo di pochi passi sua moglie e sua figlia che salivano anch’esse quella costa.

«Scommetto che anche lei, don Michele, stava pensando che cosa si potrebbe cavare da quel casone abbandonato, piuttosto che lasciarlo ai topi ed alle rondini. Io l’ho visitato. Sicuro!... Ci ho pensato, e non saprei vederci che una bella bigattiera. Le pare? La facciamo?»

«Una bigattiera?... Eh sicuro! ma io non c’ero arrivato» risposi. «E il conte Giandomenico dunque, gliela vuol vendere la sua casa?»

«Non so, se lo voglia; ma siccome io, per buon cuore, ho fatto tempo fa uno sproposito, e mi sono tirato addosso certi crediti spallati verso quel signore, con ipoteca sulla casa, così lei capirà che posso pigliarmela quando lo voglio io.»

«Niente affatto!» esclamò la signora Giuseppina, che giungeva in quel punto, tutta trafelata, e con quei cernecchi sulle tempie ambedue sgommati. «Prima di tutto, noi di quella casa non sappiamo che farne! Poi, se fosse nostra, si dovrebbe fare la bigattiera nella casa ove adesso stiamo noi, e quest’altra diventerebbe il castello Garofani!.... Ma questo si dice tanto per dire, perchè la casa non è nostra, e noi non ci pensiamo nemmeno!»