«E poi» soggiunse timidamente Adelina «dove andrebbe quel signore che ci sta, e che dicono tanto disgraziato?...»
«Le donne» ripigliò il Garofani «di queste cose non ne capiscono niente. Se io ci voglio mettere a preferenza la bigattiera è perchè....»
«È perchè, è perchè....» interruppe la signora «queste sono tutte chiacchiere inutili! Tu, Garofani, va pure per la tua strada con Adelina; io rimango con don Michele: noi pigliamo quest’altro sentiero, perchè abbiamo i nostri segreti.... nevvero, don Michele?» E così dicendo mi forzò a darle il braccio, e a mettermi in viaggio con lei per altra via.
«Dunque bisogna sapere che ci sono buone notizie» riprese la signora Giuseppina un po’ sotto voce, e tenendomi il braccio stretto col suo in segno di confidenza e di qualche tenerezza. «Sicuro; l’elezione di mio marito andrà a vele gonfie! Ho già fatto venire cento palloncini per l’illuminazione del giardino. Ci vogliam noi donne per pensare a tutto! Queste cose non le dico per vantarmi, perchè anzi gli onori io non gli ho cercati mai; gli ho sempre lasciati venire spontaneamente, fin da quando m’ha sposata il mio primo marito, che aveva una così bella.... un così bel commercio. Capisco che in allora potevo ben dire le mie ragioni, perchè non per niente mi chiamavano tutti la bella signora Peppina. Ma tornando a quello che dicevamo poco fa, questa nomina la desidero proprio per lui, per mio marito. Perchè quando si pensa che un tale, che so io, al quale, quando eravamo nel commercio, non avrei data una libbra di fichi secchi a credenza, adesso l’hanno fatto cavaliere!... E bisogna vedere sua moglie, la signora cavaliera, come la ci guarda d’alto in basso! Noi! Noi che, non tocca a me a dirlo, ma.... Ma invece il signor Governo ha avuto il coraggio, una volta che una persona era andata a dirgli che mio marito, per pura giustizia, lo si doveva far cavaliere, ha avuto il coraggio, dico, di rispondere che non c’erano gli estremi! La parola l’ho veduta io in iscritto proprio sull’istanza. Ah! non ci sono gli estremi per noi, e ci sono stati per quell’altro? Ma la vedremo adesso, quando ci avran fatti deputati, se ne vorranno ancora degli estremi! In allora la guarderemo d’alto in basso anche noi la signora cavaliera! Non che me ne importi, ma mi piace la giustizia. Che gliene pare, lo dica lei? E poi» continuò la signora Giuseppina senza ripigliare fiato «noi abbiamo una figlia, e abbiamo quindi dei doveri. Con la dote che le si può dare, quando fosse figlia d’un cavaliere, si può fare come niente un matrimonio nobile. Perciò non ho badato a spese, e mia figlia può montar su un trono. Le ho fatto venire tutti i maestri che si pagano di più; essa ha imparato la grammatica, il pianoforte, la musica, il disegno, tutte le lingue forestiere, e perfino la poesia. Bisogna sentirla quando parla le lingue! con che sentimento.... e spedito che non si capisce niente. Ma è una benedetta ragazza che, quando è in mezzo alla gente, si fa tutta rossa, e non c’è modo di cavarle una parola. È tutta sua madre! quand’ero ragazza, ero anch’io fatta così. Lei dunque capirà ch’io non posso darla in moglie al primo mascalzone....»
E con questi ed altri ragionamenti la signora Giuseppina mi accompagnò fin sull’uscio di casa mia, ove io m’ero avviato senza che se ne avvedesse, conoscendo io assai bene tutti i sentieri e tutte le scorciatoie.
Come fui nel mio salotto, il fattore, vedendomi pallido, volle che pigliassi una fiammata, e nell’accendere il fuoco mi raccontò che molti di quelli che devono votare per il nuovo deputato, daranno il voto a quello che scrive la gazzetta Il Vero italiano, perchè ne hanno paura. Anche questa nuova, che veniva ad aggiungersi alle mie meditazioni sulla casa di Giandomenico, e alle parole che la signora Giuseppina aveva troncate a suo marito, non era fatta per sollevarmi l’animo, e farmi pigliare miglior colorito. La fiammata si levò alta e scintillante; ma io rimasi col cuore stretto e gelato.
Che cosa faccio io?... Se non fossi un povero ammalato.... Ora poi è tardi.
2 novembre 1865.
Approfittai d’un raffreddore per rimaner chiuso in camera tutta la settimana, senza udire una parola, e senza vedere anima viva durante la battaglia elettorale: i miei propositi vacillavano, e ho dovuto chiudermi in casa per essere sicuro di me. Però a questi foglietti, mentre nessuno mi sente, posso confidare che l’amarezza provata a starmene con le mani in mano, mentre di fuori si combatteva, fu più forte di tutte le amarezze che avevo provate quando lottavo, e che m’ero prefisso di non aver più a provare.