7 novembre 1865.

La mia intasatura de’ giorni passati venne a proposito, non solo per me, ma anche per la signora Giuseppina la quale, continuando ad approfittarne, dopo quella prima domenica della votazione, non si lasciò più vedere. La mi fece così un vero regalo, perchè proprio davvero in questi giorni non ero in vena nè di far le mie condoglianze, nè di ascoltare tutto quello che avrebbe potuto dirmi per una simile circostanza.

In questo frattempo, le notizie tutte del paese le avevo avute appuntino dal fattore il quale, nel fare di tanto in tanto qualche partita al caffè o all’osteria, si trova facilmente informato di tutta la storia contemporanea di Borghignolo. Il fattore dunque pretende che, quando è arrivata in caffè la notizia dell’elezione, ci furono parecchi che ne risero sotto i baffi, ma poi, incontrandosi col Buccelli, se ne mostravano afflittissimi. Il Buccelli s’è fatto in volto del colore della sua giacchetta, ch’è di color cenere; non parla più, e dice solamente che sa tutto. Anche de’ voti del paese, a conti fatti, il signor Garofani non ne ha avuto che la metà. Il Buccelli aveva detto il giorno prima, pronosticando, che i voti di Borghignolo gli aveva già tutti nel carniere; e il giorno dopo un bell’umore andò dicendo che nel carniere del Buccelli c’era una maglia rotta e che quella era stata tutta la disgrazia.

Il Buccelli è sulle tracce di costui, e dice che lo scoprirà. La signora Giuseppina ha già attraversato cinque o sei volte il paese, senza cappellino, senza cuffia, senza diamanti, e senza gomma alle tempie; l’ha attraversalo camminando in fretta, col Buccelli al fianco, e parlando ad alta voce perchè tutti l’udissero: dice anch’essa che sa tutto, ma che però una volta o l’altra arriverà a scoprire ogni cosa. Dice che Borghignolo è un paese di villani screanzati, e che quelli che hanno empito la pancia in casa sua, la possono tener piena per un pezzo. Dice che il tiro principale gliel’ha fatto quel vecchio rimbambito che sta lassù in quella topaia, ma che anche lui mangerà presto una gerla di pan pentito. E che insomma, se non avesse la disgrazia di essere una dama educata, li piglierebbe tutti a.... perchè fin da quando c’era il suo primo marito, e che tutti parlavano della bella signora Peppina, e c’erano dei nobili e dei conti innamorati, la Giuseppina, delle figure, non ne ha fatte mai; e non vuol essere venuta adesso a farne con questi mascalzoni di Borghignolo....

Queste ed altre parole c’è chi le ha udite con le proprie orecchie, e c’è chi le ha udite ripetere da altri. Se ne parla al caffè e all’osteria a mezza voce, con qualche mistero, e con qualche apprensione. Alcuni per paura, vorrebbero avere il coraggio della propria opinione, e dir chiaro e tondo che hanno votato per il Garofani, ma poi, pensando a quell’altro che fu eletto, pigliano una via di mezzo, e non dicono nulla.

Ce n’è altri, d’animo più forte e indipendente, di quelli che hanno pranzato allegramente in casa Garofani, ma che poi, «siccome non hanno mai cavato il cappello a nessuno, e neanche ai milioni di questi signori» così se ne sono già andati al capoluogo a complimentare il direttore della gazzetta. I più si domandano come l’andrà a finire, ma nessuno lo sa; anche i più curiosi questa volta rimangono con la curiosità in corpo; passano e ripassano dinanzi a casa Garofani, spiano traverso il cancello, ma non ne capiscono niente.

Bisognerà lasciare sbollir le ire della signora Giuseppina, e poi non sarà difficile avviare per la gola del cammino tutti questi vapori neri e minacciosi. Ci sarà bene qualcuno che vorrà ammansarla, e senza voler essere io quello che entri nella gabbia per il primo, non mi mancherà l’occasione delle carezze e del bocconcino, per farle intendere qualche parola di ragione, senza che m’abbia a mostrare i denti. Mi inquietano soprattutto le parole lanciate contro il mio povero amico, a cui quei signori potrebbero fare molto male. Ci penserò io a versare acqua su questi carboni; i quali non potranno divampare così subito, e intanto avremo tempo, io di fare il mio piano, e la signora Giuseppina di mettersi in calma e di raccogliere le vele, ossia di ingommare di nuovo alle tempie quei due cernecchi ora in balìa dei venti.


9 novembre 1865.

Giandomenico e la sua casa, la signora Giuseppina e i suoi discorsi, tanto quelli della passata bonaccia che gli ultimi della tempesta, non m’hanno lasciato in pace per tutt’ieri. I presentimenti, se non sono la voce della nostra ragione che vuol farsi sentire quando noi non ci pigliamo l’incomodo di ricorrere a lei, sono la voce di qualcuno che la sa ben lunga. Stamane dunque mi feci premura di recarmi alla casa Garofani, avendo meditata e decisa una visita alla signora Giuseppina.