Partiti i signori Garofani, se si guardano le acque di Borghignolo ritornate alla loro antica bonaccia, sarebbe difficile raccapezzare quanta burrasca ci passò sopra, se di tanto in tanto il cadavere di qualche naufrago, e gli avanzi di qualche naviglio sconquassato, comparendo lentamente alla superficie delle acque, non ci dicessero con quanta furia si fossero esse gonfiate. Le disdette di affitti e pigioni sono piovute a furia sul capo di tutti quegli elettori infelici che, nell’esercizio della loro sovranità, caddero in sospetto al Buccelli di non aver dato il voto al signor Garofani. Qualche raro fedele ebbe già il suo premio in vita, ma finora le folgori furono più numerose che le corone. Anche questa volta, la barca scassinata di Giandomenico deve essere tra quelle che ebbero più largamente rotti i fianchi, e che più fanno acqua. Il fattore mi disse più volte, in questi giorni, d’aver saputo da gente che lo può sapere, che il Buccelli va qua e là comperando altri creditucci che molti hanno verso Giandomenico; non certo per fargliene un regalo, come osserva con finezza il fattore; e che fu più volte al capoluogo da un tal avvocato che è appunto quello che da più mesi muove lite a Giandomenico per un credito che il signor Garofani tiene ipotecato sul castello. Aggiunge il fattore che il Buccelli dalle smanie è passato alla calma; che tace sempre, e che sempre ha sulla bocca un sorriso, anche quando non c’è niente di che ridere: cosa che nessuno capisce, e che dà molto a pensare; e che finalmente qualche volta fu sentito dire «che in Borghignolo si devono veder cose, cose che nè i nostri vecchi, nè i nostri figli non avranno vedute mai!»

Queste cose non sono difficili a indovinarsi. La signora Giuseppina vuole il castello, e il Buccelli vuole Giandomenico fuori di paese.

È un’orribile stagione questa. La neve ha già mandati i suoi primi spruzzi; tira vento da mattina a sera, e da due settimane non s’è veduto uno strappo di sereno.

Per sapere se c’è proprio ordito qualche brutto gioco contro il povero Giandomenico, bisognerebbe battere la campagna, bere l’anisetto al caffè, fare il politico all’osteria, e inscriversi forse nella confraternita del Buccelli. Bisognerebbe correre alla città, e fare la corte alla signora Giuseppina, e la partita col signor Garofani. Ma, innanzi tutto, bisognerebbe discorrere con Giandomenico; bisognerebbe in nome della vecchia amicizia, chiedergli un minuto di espansione, e domandargli che cosa potrebbe fare per lui un vecchio amico. Eh, certamente! Ed è appunto quello che ho cercato di fare. Ieri, dunque, con Giandomenico, che qualche volta viene da me dopo desinare, seduti al fuoco, e messa dinanzi a lui una bottiglia di vino, s’incominciò a discorrere, pressappoco di questo tenore:

«Bonissimo» diceva Giandomenico «questo vecchio vino della paglia! Ne faccio io, o ne facevo, poco importa, di simile nelle mie vigne della collina che ho vendute al droghiere. Gran peccato che l’enologia sia così poco in fiore da noi! Una vasta associazione dei viticoltori, un grande stabilimento, e un insegnamento pubblico di enologia, furono e sono pur sempre il mio principal pensiero. Dovessi far tutto a mie spese, appena le mie faccende me lo permetteranno, un giorno o l’altro in Borghignolo si vedrà qualcosa di simile, te l’assicuro io!»

«Ma, a proposito del droghiere, ossia del signor Garofani» presi a dir io «l’hai sempre in piedi quella lite? Gli avvocati hanno da seguitare a infilzar carte e spese, o la finite una volta con un buon accordo?»

«Un buon accordo? È impossibile, mio caro. Certa gente non capirà mai le condizioni della proprietà fondiaria. Ma non importa; e, alle corte, io pagherò.»

«Alle corte? Benissimo, pagar subito, e finirla....»

«Subito sì, cioè relativamente, appena che.... perocchè le combinazioni possono essere molte. Le cose attualmente si presentano così....»

Fu qui, cioè a traverso a una penosa narrazione nella quale Giandomenico, lottando a ogni tratto con la verità, cercava di far illusione un poco a me, un poco a se stesso, che venni a conoscere a quali estremi fosse giunto il mio povero amico. La casa, i mobili, il giardino, che ora è divenuto un camperello, e che sono gli ultimi avanzi di quanto possedeva Giandomenico, sono alla vigilia d’essere messi al pubblico incanto. E le sue speranze quali sono?