15 dicembre 1865.

«Se lei, per così dire, veniva ieri mattina proprio a quest’ora, guardi un po’! lei trovava ancora in città i miei padroni. Sono partiti alle tre ore dopo mezzogiorno; ma chi poteva pensare una cosa simile? Anch’io, che l’ho saputo dal cuoco direttamente, non l’ho saputo che tre giorni fa. Ma s’accomodi qui presso il caldano; che ne dice di questo freddo?... Se lei poi volesse sapere in che paese sono andati, al momento non glielo saprei dire. Però il cuoco, nel salutarmi — signora Ghita — disse — a rivederla coi ravanelli — e questa per me è stata una gran parola! perchè mi ha dato a capire che i padroni non torneranno per tutto l’inverno.... E il motivo?... lei mi dirà. Il motivo ci sarà, lo creda a me; basterebbe solamente saperlo! ma non lo sanno nè il cuoco, nè le altre persone di servizio.... Con la nuova cameriera poi, non ho ancor barattata, per così dire, una parola dacchè è venuta in questa casa. Essa avrà i suoi motivi; io posso avere o non avere i miei; ci salutiamo; ma non tocca a me il domandarle per la prima una cosa che in ogni caso toccava a lei a dirmi fin da un pezzo. Tutto quello che so è che la ragazza, la signora Adelina, è di molto dimagrata, e che viene il dottore tutte le mattine.... Son cose, lei dirà....»

Ma io non dissi niente; e questo è tutto quello che seppi a Milano dalla portinaia del signor Garofani. Ritornato il giorno stesso a Borghignolo, il fattore mi disse che Don Giacomo era venuto da me verso mezzogiorno e lo aveva incaricato di dirmi che «quanto a quell’affare, non c’era niente di nuovo.»


22 dicembre 1865.

Da più giorni, probabilmente, sul portone del castellotto di Giandomenico stava un affisso stampato, che incominciava colle parole, a grandi caratteri, asta di mobili. Al mio fattore non sarà bastato l’animo di darmi questa nuova, e stamani me l’ebbi improvvisa, mentre, scendendo la collina, passavo dinanzi al castello, nel ritornare a casa dopo una passeggiata.

La casa di Giandomenico era la casa di tutti, come se il padrone fosse morto e sepolto. L’asta dei mobili era stata bandita per quel giorno stesso, e mentre io passavo per di là, era già sullo scorcio. Le poche masserizie del mio povero amico erano state trascinate e messe alla rinfusa sotto il portico e nel cortile. A chiunque passava pareva di essere un poco padrone di tutta quella povera roba, e ognuno si dava il gusto passeggiero di trattarla con la maggiore dimestichezza. I più erano curiosi, a cui bastava l’essere entrati per quel portone, e in quelle stanze, ove prima non avevano mai messo il piede, e che ora si davano la soddisfazione e il passatempo di girarle a beneplacito col cappello in testa, o sedendosi dove meglio garbava, senza chiedere licenza a nessuno. C’erano le seggiole; ma i più preferivano sedere su d’una scrivania, su un tavolino, su un cassettone, per quanto ci si dovesse star male. Era l’animo, bisogna dire, che ci trovasse i suoi comodi.

Sul vecchio seggiolone a intagli, da cui tante volte avevo veduto rizzarsi Giandomenico per venirmi incontro con la sua lieta affabilità, stava ora seduto il Buccelli che aveva dinanzi a sè il tavolino di giuoco della contessa madre, pieno di carte, di scartafacci, e imbrattato d’inchiostro. Vicino al Buccelli stavano alcuni uffiziali giudiziari, e il gridatore dell’incanto, i quali ora scrivevano, ora parlavano tra loro, seduti alla scrivania di Giandomenico. L’oste e il caffettiere caricavano alcune sedie e alcune vecchie masserizie su una carretta; qualch’altro usciva con un tavolino scassinato, o qualche attrezzo rurale sulle spalle; il signor Borsa, con molta attenzione, con gli occhiali, e in un angolo della corte, insaccava un po’ di libri e di vecchie carte, comperate a peso sulla stadera.

Io m’ero fermato dietro un pilastro all’ingresso del cortile; nessuno mi vedeva o aveva tempo di badare a me, ed io non sapevo staccare l’occhio, con una mestizia che mi lacerava l’anima, da quelle povere rovine che vedevo riunite per l’ultima volta. Esse mi richiamavano tante care memorie dell’infanzia e dell’amicizia; memorie conservate nel santuario di quelle vecchie masserizie che ora andavano per sempre disperse. Povere masserizie! Nel rivedere mano mano quelle note forme, quasi mi pareva che dovessero anch’esse dividere meco tutta l’amarezza di quel momento!

Un vecchio contadino, che era rimasto per qualche tempo tacito spettatore di quella scena, nell’uscire, crollando il capo, mi si fece vicino, e prese a dire: