«Ecco una casa grande che se ne va! Che ne dice, don Michele? E la va male anche pei poveri, quando al posto dei signori antichi si vedono questi tali, questi padroni nuovi! L’amore alla terra, e alla gente che ci vive sopra, questi tali non l’hanno. Povero signor conte Giandomenico! Ho conosciuto anche i vecchi della casa io! tutta gente caritatevole e alla mano. E questa roba disgraziatamente frutta poco a quel povero signore! Il bello e il buono lo mette tutto da una parte il Buccelli; il quale fa per conto di quel tale che adesso compera in paese.... Gli stracci sono lasciati alla gara, ma su quel che c’è di buono, come dicevo, mette le zampe il Buccelli, che girando un paio d’occhi di basilisco, lascia capire che guai a chi parla. Se c’è nessuno, dice, questa è roba mia. Uno, due, tre! è bell’e fatto. Povero signor conte, chi sa dov’è andato!... Io l’ho veduto partire, saran tre giorni, sulla bass’ora. Lo seguiva Carlone, come diciamo noi, che è il suo famiglio; il quale prima andò alla posta, perchè il suo padrone aspettava una gran lettera. Intanto il signor conte si fermò con me, pover uomo, mi guardò un pezzo, mi battè sulla spalla, ed io aspettavo che mi dicesse qualcosa.... ma, così tra il chiaro e scuro, mi parve che avesse gli occhi rossi e che si mordesse le labbra. Intanto era ritornato Carlone, il quale disse: Non c’è niente!; e allora il signor conte Giandomenico mi strinse la mano e, sempre senza aprir bocca, se ne andò. Anch’io non gli seppi dir niente.... Si vede che aveva in cuore una gran passione, e che non poteva parlare. Ho sentito poi che aveva lasciato il castello, perchè ci doveva essere l’asta dei mobili, e che era andato lontano, da un suo parente; ma dove, nessuno lo sa. Ora si dice che anche il castello debba andare in mano di questo tale per cui si maneggia il Buccelli. Allora il nostro povero signor conte non lo vediamo proprio più....»

Mentre parlava il contadino, tutta quella poca gente, ch’era in corte, si era radunata intorno al Buccelli e al trombetta dell’asta, i quali un po’ discorrevano, un po’ schiamazzavano, e bisogna credere che dicessero delle cose molto facete, perchè tratto tratto si facevano da tutti assieme delle grandi risate. Anch’io mi feci innanzi di qualche passo per osservare.... e cos’era? Era l’incanto dell’ultima cosa rimasta, una cassetta nera con qualche intarsiatura in avorio, che Giandomenico teneva sul cassettone della sua camera da letto, e che chiamava il suo tesoro. In quella cassetta c’erano alcune cosucce che avevano servito alla moglie di Giandomenico, morta molti anni addietro. Più volte, il mio buon amico me l’aveva mostrata, e mi ricordo di averci veduto un guancialino da spilli, un agoraio, un ventaglio, un borsellino, dei ciondolini, una sciarpetta, e un piccolo scialle nero con balza ricamata a fiorellini in seta di colore. Questo scialle doveva essere particolarmente prezioso a Giandomenico, e gli doveva richiamare qualche memoria ben dolce e mesta, perchè ogni volta, nel mostrarmelo, lo levava, lo spiegava con una cura religiosa, e stava per incominciare un racconto; ma subito, interrompendosi, lo ripiegava, lo riponeva nella cassetta, e per qualche momento non poteva dir parola.

Ora la cassetta stava aperta sulla scrivania, presso cui si trovavano quei del tribunale. Il trombetta vendeva il ventaglio, e intanto lo aveva spiegato e si faceva vento, il Buccelli s’era messo lo scialle. Chi ne diceva una, e chi rideva di quelle che dicevano gli altri; insomma l’asta finiva in mezzo a un buon umore, che ai più non lasciava sentire la brezza gelata che spirava in quel momento nel cortile.

Anch’io non l’avevo sentita fino allora, ma la sentii scendere nel cuore così improvvisa, così acuta, che n’ebbi occhi appannati, e fuggii di là. Perchè fuggii? Perchè non corsi a strappare di mano al Buccelli quelle ultime reliquie per renderle un giorno al mio povero amico? Questa domanda mi assalì prima che toccassi la soglia di casa mia; ma mi scossero di nuovo le voci lontane del Buccelli e degli altri che uscivano in quel punto dal cortile. Lentamente rientrai in casa con l’animo pieno di disgusto e con un rimorso di più. Le potrò riavere ancora quelle reliquie?


2 gennaio 1866.

Ogni mia ricerca fu inutile. Da otto giorni non ho fatto altro che domandare di Giandomenico; e ancora non ne so nulla. Parlai con tutti in Borghignolo e con molti dei paesi vicini; mi rivolsi al delegato della questura; mi rivolsi ai carabinieri, perchè si facessero delle ricerche fuori di paese. Le ricerche furono fatte; ma tutti vennero a dirmi che non s’era potuto saperne nulla. Molti mi dicevano: «Bisognerebbe parlarne col Borsa; il Borsa, fu protocollista al tribunale per molti anni, e queste cose lui le sa.» Ma il Borsa era fuori di paese. Oggi finalmente capitò anche lui, e dopo avermi ascoltato nel più profondo silenzio, prese a dire, con un fare contento di sè, ch’egli mi poteva mettere con precisione sulla strada per ritrovare Giandomenico. Mi rasserenai tutto, e rifiatai proprio di cuore.

«Il conte Giandomenico» soggiunse il Borsa «ha dei parenti.... e se non gli ha, vuol dire che gli ha perduti ben di fresco. A quest’ora, lo creda a me, egli è in casa dei suoi parenti.... non facciamo altre ipotesi; il conte Giandomenico è in casa de’ suoi parenti! Di più, quello che io so di certo, è che questi parenti abitano o nella provincia di Brescia, o in quella di Cremona, o in quella di Pavia; fuori di lì non si va. Si fidi di me, e non cerchi altro.»

Lo ringraziai tanto; e nel ritornarmene a casa pensai che il meglio fosse ormai di scrivere ad Aldo stesso, che è di guarnigione in Calabria; e gli scrissi così:

«Carissimo,