»Tu sai, mio buon Aldo, che negli affari di casa tua si sono accumulate da parecchi anni varie disavventure. Ultimamente alle vecchie se ne aggiunsero di nuove, e tuo padre, credendole forse irreparabili, uscì di paese, e andò, a quanto mi si dice, presso certi suoi parenti ch’io non conosco. Forse a quest’ora egli te ne avrà informato; ma a me pure, suo vecchio amico, preme assai di conoscere la sua nuova dimora. Scrivimi subito quello che ne sai. Ma se non ne sapessi nulla ancora, chiedi al tuo Maggiore un permesso d’alcuni giorni, e vieni diritto a Borghignolo. Al Maggiore puoi dire schiettamente di che si tratta; egli sarà di certo un brav’uomo, e ti lascerà partire. Tuo padre, pover’uomo! è nell’afflizione e nello sconforto; noi lo possiamo rianimare, noi gli possiamo fare molto bene. Non ti aggiungo di più, perchè so che del venire, non avrai di certo impazienza minore di quella che provo io nell’aspettarti. Addio.»

Mi pare di avergli fatto capire abbastanza chiaro di non perder tempo. Ho pensato poi che, se non gli scrivevo io, Dio sa quando ne avrebbe saputo qualcosa. Chi gli avrebbe scritto? Quei suoi parenti, no di certo.... oh! non se la piglieranno più che tanto!... mi par di vederli. Tale è il mondo, e bisogna dire che abbia ragione, perchè è un pezzo che la va così. Ma s’io mi prendo a cuore questa faccenda, non è già per immischiarmi nelle cose di Borghignolo, o in qualsiasi altra di questo mondo: stendere la mano ad un amico dell’infanzia è tutt’altra cosa. E poi, dico il vero, vedersi mettere sotto il naso i raggiri d’un mascalzone, e mandarli giù, è cosa che passa i termini della mia pazienza.

Ma dopo questa, se qualcuno sentirà ancora parlare di Michele, gliene darò il mirallegro.


10 gennaio 1866.

O una risposta di Aldo, o Aldo in persona, non li posso ragionevolmente aspettare che tra un paio di giorni. Lo vo facendo e rifacendo questo conto, da mattina a sera, eppure ogni tanto vado a domandare al tabaccaio che tiene l’interim della posta, se c’è per me qualche lettera che venga da lontano. Ieri poi, avendo saputo dal fattore ch’era arrivato dal capoluogo un dispaccio telegrafico, mi misi in mente che quel dispaccio fosse di Aldo, e uscii di casa in cerca dell’uomo che l’aveva portato; ma questo era ripartito; e seppi al caffè che il dispaccio era per il Buccelli, e che glielo aveva mandato, dalla capitale, il nuovo deputato, per annunziargli che lo aveva fatto nominare, di punto in bianco, commesso postale di Borghignolo, in pianta stabile.

In caffè, a proposito di questa nomina, si stava in gran silenzio. I soliti che vi facevano circolo, se ne stavano tutti con le mani dietro le reni, le labbra strette, e qualche ruga in fronte, appena ce ne fosse una disposizione naturale. Come mai il Buccelli e il giornalista, dopo la battaglia così recente dell’elezione, erano a un tratto diventati amici? Come mai quest’amicizia si accordava con quell’altra del signor Garofani? Come mai un Tizio arriva a buscarsi, e quando nessuno se lo aspetta, un impiego così in grande? Come mai il direttore del Vero Italiano ha trovato il Governo di pasta così dolce? Come mai....

Insomma pensandoci, e quelli del caffè ci stavano appunto pensando, c’era da perder la bussola. In mezzo a tanta battaglia di pensieri, ch’era facile intravvedere dietro gli altipiani delle rughe, anche un osservatore poco fine, come posso esser io, capiva presto quale ne poteva essere la conclusione. La conclusione sarebbe stata, che anche la popolarità del Buccelli avrebbe dato in quelle secche in cui si trovano subito arrenati tutti quelli che, per approdare più presto, spingono di troppo la loro nave.

Ma qui vien gente, e faccio punto.

Era il pedone telegrafico, come lo chiamano qui, con ardita denominazione. Questa volta il telegramma era per me; è Aldo, proprio lui, che lo manda. Sia lodato il cielo!....