Povero Buccelli! L’aura popolare ha già dato l’addio, a quest’ora, anche a lui. L’essersi fatto il servitore di tutti, il campione d’ogni capriccio, l’aver pagati tanti bicchieri di vino all’osteria, l’aver dato fondo a tutta la scienza della popolarità, non gli è valso nulla, proprio nulla anche a lui! Quelli che si trovano a pie’ di scala, presto o tardi voltan le spalle a chi ha salito il primo scalino; a Borghignolo poi le voltano subito. Se il Buccelli ha letto la storia, a quest’ora deve prevedere la catastrofe: i suoi ultimi atti sono della natura di quelli, che di solito segnano la decadenza degli imperi; egli esagera le proprie forze, le mette tutte in mostra, ne fa sfoggio: il che significa che le sente fuggire.
Il barbiere del paese che, per non dire di no al Buccelli, si era per quest’anno rassegnato a fare anche il maestro comunale, ora è andato in Municipio a dire ch’egli non va più innanzi, e che ne cerchino un altro per la fin del mese, perchè questo mestieruccio del maestro non è nelle convenienze di chi ha bottega in proprio, e serve fior di gente. Il Buccelli montò su tutte le furie; licenziò su due piedi il barbiere, e fece chiudere la scuola. Ma il regio ispettore mandò alla Giunta una lavata di capo; fece riaprire la scuola, ed ordinò che si cercasse, entro il mese, un maestro per terra o per mare. Si radunò il consiglio; il Buccelli lesse l’ordine dell’ispettore; i consiglieri non apersero bocca, votarono tutti per il no, e se ne andarono.
«Villani, ignoranti!» esclamò il Buccelli «che voto è questo!... mascalzoni!...» ma fu inutile. Un mese fa, queste parole sarebbero state irresistibili, ma oggi la voce del Buccelli ha perduto, come si vede, ogni prestigio.
«Gli è perchè» conchiudeva il signor Borsa, dopo avermi narrate tutte queste cose «se io dovessi dirne una, direi.... ma la prego non me ne faccia autore.... direi che quando l’arco è troppo teso.... si spezza!»
17 gennaio 1866.
Sia lodato il cielo, Aldo è in viaggio! In una lettera, che ho avuto poco fa, Aldo mi dice d’aver ottenuto dal Maggiore il permesso di partire, e che l’indomani si metteva in viaggio. Se è arrivata la lettera, dovrebbe arrivare anche lui ben presto, tra un paio di giorni al più. Potesse quel figliolo mettermi sulle tracce del mio povero Giandomenico, e levarmi da questa angoscia! Sono oramai passate tre settimane da che ha lasciato il paese, e non s’è potuto sapere di lui nulla, nulla, per quanto io abbia messo sossopra mezza la provincia. Aldo saprà dove stanno que’ suoi parenti presso i quali si trova a quest’ora, senza dubbio, suo padre. Senza dubbio, sì; ma quando lo saprò proprio di certo, avrò un gran peso giù dal cuore. Intanto la lettera d’oggi mi è di buon augurio. Il Buccelli, col mandarmela, ha inaugurato bene il suo nuovo ufficio, e son tentato di dargli anch’io il mirallegro, come tutti quelli che andavano stamani a domandargli le lettere; così dicevami poco fa il fattore.
Ah Buccelli! Già, è inutile gli omaggi appannano gli occhi anche agli uomini grandi. Anche tu hai forse già detto a quest’ora: «ho più amici di quello che mi credevo; che un colpo di fortuna sia toccato a me, piuttosto che ad uno di loro, è una cosa che proprio piace a tutti!»
19 gennaio 1866.