25 gennaio 1866.

Nuova visita del signor Borsa. Il Borsa, quando ha qualcosa a dire, tace; tiene per di più la bocca così stretta, che la si direbbe una bottega chiusa per morte o per trasloco del proprietario. Qui, i traslocati devono essere i denti. Più gli si vede una cera impenetrabile, e più c’è da arguire che muoia dalla voglia di parlare. Oggi dunque, entrato nella mia stanza, mi salutò col capo, si mise a sedere, tirò molte prese di tabacco, spiegò più volte un fazzoletto su cui è rappresentata la battaglia di Solferino, e tutto ciò senza dire una parola. Lo lasciai tacere per un quarto d’ora, poi presi a dire:

«Signor Borsa, lei mi conta delle cose serie stamani!... Eh! cosa vuole che le dica....»

«Dica a quel suo nipote, che ora è partito....»

«Non è mio nipote, è mio figlioccio.»

«Benissimo. Gli dica dunque ch’egli è molto giovane.... e quando il Borsa dice molto giovane, sa ben lui quello che vuol dire!... Perchè Borghignolo non è più il paese d’una volta! Perchè.... siamo vicini a un cataclisma.... perchè i galantuomini, e quelli che sanno non contano più niente! Ma non parliamo di questo. Dica dunque a suo nipote....»

«Al mio figlioccio....»

«Benissimo. Gli dica dunque che, quando non si conoscono gli uomini, bisogna cercare quelli che li conoscono.... gli dica....»

A poco a poco, dopo un lungo preambolo, venni a sapere che il Borsa aveva veduto Aldo che discorreva per strada col Buccelli. Questo era stato il gran guaio. Io infatti non avevo detto ad Aldo qual parte avesse avuto questo Buccelli nelle disgrazie di suo padre. Il Buccelli avrà cercato di cavarsi qualche curiosità, ma Aldo aveva ben poco a rispondergli, e non ne cascherà il mondo.