Aldo poi, da quel tanto che ho potuto capire nei due giorni passati con lui, non è nè uno sventato, nè un cervellino leggiero. C’è in lui, per dire la verità, una grande mobilità di fantasia; le sue impressioni sono vivacissime e fuggevoli; i suoi propositi si succedono rapidi, e spesso si contraddicono; ma tutti, nella loro brevissima esistenza, hanno l’impronta di una convinzione sincera. Ma è tanto giovane e così avvezzo a far tutto a suon di tromba, al passo di corsa, con uno svolazzo di piume e la sciabola in mano! Egli avrà letti tutti i romanzi che legge la moglie del suo Maggiore. Egli deve credere che la vita sia tutta una vicenda di pericoli e di glorie; di marce forzate e di fiori gettati dalle finestre; di colonnelli arrabbiati e di sindaci complimentosi; di mamme severe e di serve ammiratrici. Egli deve credere che il mondo per metà si componga di quelli che tirano delle schioppettate, e per metà di quelli che li rincacciano a baionette spianate. Ogni ostacolo, ogni traversìa, devono essere per lui problemi la cui soluzione sta tutta nel cuore e nell’impeto di chi li deve superare. Tale deve essere Aldo, con l’aggiunta di un cuore eccellente e di un animo retto.
«Aldo farà onore a Borghignolo» dissi al Borsa tanto per consolarlo, mettendolo a parte dei miei ragionamenti. Ma il Borsa non era in vena di lasciarsi consolare.
«È possibile.... ma già è troppo giovane! So io quello che mi dico; e verrà un giorno, don Michele, in cui ripensando alle cose che oggi le dico, e a quelle che non le posso dire, esclamerà: il Borsa aveva ragione!: ma sarà tardi. Oh! le cose che il povero Borsa va dicendo da un pezzo, vogliono diventar preziose un giorno! Lo so bene, ma sarà tardi! I guai e gl’intrighi non sono finiti.... dico gl’intrighi per ora, perchè non posso dire di più!... La ci metta una mano, don Michele, o la si tenga in guardia! Oh! se ne vedranno delle grosse!... e badi bene che dico si vedranno, e non dico vedremo, perchè io le vedo già!... Insomma, don Michele, glielo domando per l’ultima volta.... una mano! una mano!...»
«Io non ci metto nè mani, nè piedi, lei lo sa!»
«Come la è così, le son servo. Scriva a suo nipote che si guardi dal Buccelli!... Per ora, questo basta.... a suo tempo gli potrà scrivere qualche cosa di più.»
30 gennaio 1866.
Sono da capo con le angustie e con le incertezze. Ma facciamo i conti. Aldo è partito da sei giorni, potevo io averne nuova a quest’ora? Io dico di sì. Potrebbe darsi però che a Bologna non avesse trovato suo padre, e fosse ripartito per Brescia. Forse non avrà trovato così subito neanche il cugino consigliere; forse aspetta, prima di scrivermi, d’avere una buona notizia. Io però gli avevo fatto promettere di scrivermi ogni giorno, avesse o non avesse grandi cose a dirmi. Se ne sarà dimenticato; qualcosa bisogna pur concedere a quell’età, e a quel pennacchio del cappello; ma intanto i miei nervi ballano, e la fantasia galoppa. C’è per di più quel buon uomo, il Borsa, che mi va dicendo ogni tanto: «s’io dovessi mandare a qualcuno una lettera, metterei la lettera in tasca, e la porterei con le mie gambe; poi con le mie gambe andrei a prendere la risposta.» È vero però che subito dopo soggiunge: «il Borsa non si avvilirà mai al punto di consegnare o di chieder lettere a un Buccelli.» E con questa conclusione diminuisce alquanto il significato misterioso della premessa, e rende un po’ meno impenetrabile quel suo sorriso scettico, col quale condisce ogni discorso sulle lettere e sulla posta.
Eppure.... devo confessarlo? se aspetto una lettera e non la vedo arrivare, principio ad avere in miglior concetto il Borsa, e a sorridere amaramente come lui; tanto è vero che nessuno ci par proprio uno sciocco, se ci accorgiamo d’avere qualche pensiero in comune con lui.
Aldo a Bologna non avrà trovato il consigliere, e sarà ripartito senza scrivermi, parendogli di non aver nulla a dirmi. È il solito ragionamento di chi è lontano. A quest’ora Aldo sarà a Brescia, e forse nelle braccia di suo padre. Anche questa gli parrà una cosa così naturale, che troverà inutile lo scrivermela così subito. Capisco ch’io non sono un uomo fatto per aspettare, come pur troppo non sono neanche un uomo fatto per andare! Se dovessi dar retta alla mia impazienza, sarei già sulle mosse; ma poi, è sempre così, quando son lì per decidermi, ricasco sulla sedia. Questa volta però il meglio è che aspetti con pazienza, cercando sviare, quando capitano, le mie solite fantasticherie malinconiche, scarabocchiando su questi foglietti, passeggiando col Borsa, e cercando di penetrare nei suoi profondi disegni.