«Si calmi, signora Giuseppina» presi io allora a dirle. «Io non so di che lite intenda parlare, non ho a far nulla con quegli sconosciuti che l’hanno seguita per via, e so che i poveri morti riposano in Dio, e pur troppo! non compaiono più. So però, signora, che in tutte queste faccende c’è qualcosa di molto serio! Non so se qui ci sia un debito d’onore, ma so che c’è una buona azione da fare! Lei ha avuta una ben felice ispirazione nel venire da me, e ne la ringrazio. Il figlio del povero Giandomenico, che lei non conosce che per le informazioni di un falsario che aveva interesse d’ingannarla, partirà tra pochi giorni, e lei non ha nulla a temere dalla nobiltà del suo carattere. Le citatorie di Aldo non verranno a turbarle i sonni, signora Giuseppina...; ma piuttosto potranno renderli inquieti queste voci di compassione, che si levano da ogni parte, per un povero vecchio cacciato un giorno senza misericordia di casa, e che sarebbe morto sulla strada se una buona donna non lo avesse raccolto nel suo tugurio. Non le lascerà l’animo tranquillo il dubbio d’essere stati, lei e suo marito, complici, senza forse saperlo, di un tristo, che in loro nome ha fatte tante cose ingiuste, forse inoneste, e certo inutilmente spietate. Capisco che un dubbio tale deve essere un gran cruccio, sino a che non venga la riparazione! Il far versare delle lacrime può essere una trista e passeggera soddisfazione della vendetta, ma è cosa che inaridisce tutto intorno a noi, e ci prepara la solitudine e l’abbandono. Il far del bene costa così poco, ed è cosa così serena e feconda!...»

Io continuavo su questo tono, e la signora Giuseppina, tra confusa e contrita, mostrandosi mezzo vinta, di tanto in tanto cercava articolare qualche parola per difendersi e giustificarsi. A un certo punto, radunando tutte le sue forze per ottenere una capitolazione a migliori patti, ripescò nella memoria quel gran sospetto della macchinazione di Aldo per rapire Adelina, e saltò su a ricordarmelo, levandosi in piedi. Il colpo era partito. I miei piani non erano maturi, non tutte le fila erano ancora in mano mia, come dissi, ma in quel momento non mi potei trattenere, e giocai la mia ultima carta. Levai dallo scrittoio un plico, che alcuni giorni innanzi m’era stato consegnato dal delegato di questura, che l’aveva trovato tra le carte del Buccelli. In quel plico c’erano varie lettere che Aldo aveva scritte a me, quando era partito in traccia di suo padre. Erano quelle lettere che avevo aspettate così ansiosamente invano. Il Buccelli le aveva trattenute, le aveva lette, e su quelle aveva architettato il romanzo del rapimento. Diedi le lettere alla signora Giuseppina, e la pregai di leggerle tutte attentamente. In quelle lettere Aldo mi raccontava con dolore le indagini che faceva via via per rintracciare qualcuno di quei suoi parenti, e che tutte riuscivano inutili; alle sue sincere lacrime dell’amore filiale erano spesso mescolate, senza ch’egli se ne avvedesse, le lacrime di un altro amore. In alcune lettere poi mi parlava apertamente del suo amore per Adelina; me ne parlava con tutto l’ardore de’ suoi anni, ma con quella sincera disposizione al sacrificio che ha pure tanta parte nei sentimenti de’ giovani, che abbiano l’animo nobile e gentile. Mi diceva che sul volto di Adelina egli vedeva il paradiso; ma che avrebbe avuta la forza di fuggirla per sempre, di chiudere questo mistero nel proprio cuore, solo per sè, in modo che Adelina stessa non ne avrebbe mai saputo nulla. Aldo non sa ancora il proverbio, che amore e tosse non si nascondono.

Dove poi non parlava di Adelina, parlava dei genitori di lei: era però sempre il cuore che dettava; e il signor Garofani e la signora Giuseppina, avvolti in un profumo di poesia che copriva quello del fondaco, parevano in quelle lettere due personaggi dell’età dell’oro. Questi punti devono aver toccato non poco il cuore alla signora Giuseppina.

La signora Giuseppina da quella lettura rimase scossa, confusa, ora esaltata, ora agitata. Ora diceva cento cose in una volta, ora non sapeva più trovare una parola. E alla fine saltò su a dirmi: «Ebbene, cosa ne dice lei?»

«Io le dico» risposi con calma e con serietà «che lei non vedrà più il color delle rose sul volto della sua Adelina, non ritroverà più la schietta allegria della famiglia, nè la tranquillità dell’anima, nè la pace e la benevolenza intorno a lei, sino a che non vedrà Aldo e l’Adelina riuniti sotto il medesimo tetto nel castello di Borghignolo!»

Bisogna dire che questa conclusione, che ognuno si sarebbe aspettata da un pezzo, la signora Giuseppina non se l’aspettasse punto, perchè la sua esclamazione superò tutte le esclamazioni che si sarebbero potute fare in proposito.

«Prima di scendere fino a un conte spiantato, non ho poi perduta ancora la speranza di trovarne uno che abbia del ben di Dio!» disse nel primo impeto. Poi capì anch’essa che quella stonatura doveva parermi un po’ forte; e cercando di balbettare dei se e dei ma, si rifugiò dietro le spalle del marito, e cercò di mitigare, come poteva, quella prima esclamazione.

«Oh! si capisce che il figliolo non è cattivo; in quelle lettere ci sono dei sentimenti che ho sempre avuti anch’io, tali e quali. Io non son quella di certo che saprebbe dire di no per un pezzo; sono di buona pasta, e mi lascio cucinar come vogliono. Ma il mio Garofani! Garofani è tremendo! Quando ha fisso il chiodo, non c’è barba d’uomo che lo possa smovere. Io, per me, non avrei tanta faccia di fargli una proposizione simile. Tanto più.... ah sicuro! lei non lo sa! non gliel’ho ancor detto! ma già a lei non posso tacer nulla: le farò dunque una confidenza.»

Qui mi narrò alla distesa, come suo marito avesse messi gli occhi sul figlio d’un suo amico, un negoziante, non mi rammento se di droghe o di chiodi, ricchissimo, a quanto diceva lei, per farne uno sposo di sua figlia. Io lasciai dire, e quando alla fine mi parve che si aspettasse una risposta, con la serietà e con la calma di prima le dissi:

«Lei avrà tutte le ragioni; dunque non se ne parli più.»